Posts Tagged ‘Noi’

Troppo poche donne al lavoro, Italia in coda ai paesi Ue

Posted 07 mar 2011 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Niente mimose, più concretezza di scelte per sanare gli squilibri sul lavoro tra uomini e donne. La festa dell’8 marzo, nata nel 1910 (durante un congresso socialista delle lavoratrici, a Copenaghen), quest’anno ha una carica particolare, un’attenzione concentrata sui temi del lavoro. Un rapporto di Eurostat (l’ufficio statistico della Ue) documenta come l’Italia, tra i 27 paesi europei, sia in coda sui temi dell‘occupazione. Peggio di noi, solo Malta. In sintesi: lavora soltanto una donna su due. Avere un figlio è un handicap. Averne due o più, poi… I dati sono pubblicati dal ©Corriere della Sera di oggi, che vi dedica meritoriamente l’apertura di prima pagina e le prime due pagine interne. Il titolo: “Le donne tra maternità e lavoro: tutti i numeri del ritardo italiano”. Un ritardo che, naturalmente, non investe solo l’economia. Lavoro è dignità, libertà, padronanza delle proprie scelte. E l’Italia, peggio di tutti gli altri paesi europei, mortifica le sue cittadine. Meno occupazione. Ma anche salari e stipendi più bassi. E carriere più difficoltose e lente, soprattutto man mano che si sale ai livelli più alti delle gerarchie nelle aziende. I servizi sociali non aiutano. E i tagli alla spesa pubblica peggiorano il quadro. Solo 15 bambini su cento vanno in un asilo nido. La situazione si aggraverà. Le donne senza lavoro o svantaggiate sono uno spreco di intelligenza e di opportunità di sviluppo, oltre che una violazione di diritti. Che rende tutti noi più fragili, più poveri

Noi che lasciamo la Sicilia per odio e per amore

Posted 18 gen 2011 — by Antonio Calabrò
Category Cuore di Cactus, Ritagli di giornale


Cuore di cactus va a teatro, con un monologo di Fausto Russo Alesi

Posted 09 dic 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Per una volta tanto, parliamo di noi. E cioè di “Cuore di cactus“. Il libro, pubblicato nello scorso aprile da Sellerio (una delle ultime scelte fatte da Elvira Sellerio, prima della sua scomparsa), diventa un monologo teatrale, per regia e interpretazione di Fausto Russo Alesi, uno degli attori più amati da Luca Ronconi e da Peter Stein (tra le sue più recenti interpretazioni, un “Mercante di Venezia” al Piccolo Teatro, per la regia di Ronconi, appunto, e la lunghissima prova de “I demoni”, sotto la direzione di Stein). L’idea di portare “Cuore di cactus” in scena è stata di André Ruth Shammah. Alesi ha sposato il progetto, facendo leva anche su alcuni punti di contatto con temi del libro: Alesi è palermitano d’origine, anche se di generazione molto diversa dall’autore del “diario in pubblico” (qual è, appuntoCuore di cactus“) e pure lui, a Milano, “ha trovato nuove ragioni di lavoro e di vita“. Le prove per lo spettacolo cominceranno domani. Il monologo è in programma al Teatro Franco Parenti, dal 18 gennaio al 6 febbraio. In programmazione, poi, anche al Palermo, nel cartellone del Teatro Biondo guidato da Pietro Carriglio (data dello spettacolo ancora da decidere, forse all’inizio dell‘estate). Un monologo. Per un tempo compreso tra un’ora e un quarto e un’ora e mezza. Spettacolo Scarno, sobrio, severo. Gesti, parole, luci. E un accompagnamento al pianoforte, per sottolinearne alcune parti essenziali. Teatro del dire, teatro del raccontare. Chi, intanto, volesse rivedere Fausto Russo Alesi, prima dell‘esordio del “Cactus“, lo può trovare in scena al Teatro Studio di Milano, in via Rivoli, da stasera al 22 dicembre: interpreta “20 novembre”, di Lars Noren, ispirato da una vera vicenda di cronaca, la strage fatta dal diciottenne Sebastian Bosse in un liceo della Westfalia, appunto il 20 novembre del 2006.

L’economia sommersa vale 335 miliardi, il 22 per cento del Pil

Posted 09 nov 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Economia sommersa e cioè sottratta alle leggi, ai controlli, ai vincoli del contributo al benessere comune. Economia “nera”. Economia criminale. Quanto vale? Il 22 per cento del Pil, del Prodotto interno lordo. 335 miliardi di euro. Lo dimostra una ricerca Visa-At Kearney, presentata ieri (tutti i dettagli in un articolo su @La Stampa). E’ più di quanto calcolato di recente dall’Istat, che parlava di una cifra compresa tra i 248 e i 263 miliardi, il 16 o 17 per cento del Pil. Somme enormi, comunque. Provenienti da attività di chi non paga né tasse né contributi, non rispetta le leggi e i contratti di lavoro. Soldi sottratti a tutti noi, a coloro che le leggi le rispettano e le tasse le pagano. Soldi che mancano al bilancio pubblico. Soldi in meno per i servizi sociali, per la tutela del territorio e dei beni artistici (di cui tanto oggi si parla), agli asili nido per i bambini e all’assistenza per gli anziani, alla sicurezza delle nostre strade e agli investimenti per l’istruzione e il futuro dei nostri ragazzi. Economia sommersa, furto ai danni della comunità. Anche quando la comunità non se ne rende ben conto: l’evasione fiscale e l’economia nera sono reati, ma non vengono sempre avvertiti come tali dal buon senso comune (anzi, in monti apprezzano il “furbo” che non paga tasse ed evade contratti e controlli). La ricerca Visa-AT Kearney dice che l’Italia è la peggiore in Europa (il “sommerso” vale il 9% del Pil in Austria, il 13% in Irlanda). I settori in cui si evade di più: l’edilizia, il commercio, l’agricoltura. Un fenomeno in ripresa dal 2008 a oggi, nonostante il governo abbia intensificato i controlli fiscali. C’è un nesso stretto tra “sommerso” e attività criminali: la mafia non paga le tasse, chi non paga le tasse gioca sullo stesso terreno della mafia. Sul che fare per frenare il fenomeno, la ricerca offre un suggerimento: usare di più il denaro elettronico, le carte di credito, di cui resta traccia. Suggerimento interessato, visto che la Visa si occupa, appunto, di carte di credito. Ma comunque suggerimento intelligente. Meno “sommerso”, più introiti fiscali per lo Stato, dunque per tutti noi. E, di conseguenza, minor carico fiscale. Pagare tutti, pagare meno, stare tutti meglio. Una buona politica, no?

La ‘ndrangheta e i suoi alleati alzano il tiro contro i magistrati

Posted 27 ago 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

La bomba contro la casa del Procuratore generale di Reggio Calabria Salvatore Di Landro è un gravissimo segnale: la ‘ndrangheta alza il tiro, in una sorta di strategia mafiosa intimidatrice e stragista che in questo paese abbiamo già conosciuto, ai tempi degli attentati contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nella cupa Palermo dei primi anni Novanta. Non è un affare locale. Ma una sfida che riguarda, al di là delle persone (Di Landro, i suoi collaboratori e altri magistrati della Procura, già fatti segno di intimidazioni e attentati, per fortuna sventati), le istituzioni dello Stato. Una sfida alla legalità e a chi cerca di ripristinarla, in una terra, la Calabria, in cui sino a non molto tempo fa la prassi era quella della “convivenza” tra istituzioni, criminalità organizzata e società (come succedeva, appunto, nella Sicilia prima degli anni Ottanta del pool antimafia e dei maxi-processi ben istruiti e portati sino a condanne chenon si potevano aggiustare”). La ‘ndrangheta, adesso, è in difficoltà. Le inchieste giudiziarie sono finalmente ben condotte, sotto la guida di magistrati e forze dell‘ordine che si sono fatti le ossa a Palermo ma hanno anche trovato ottime collaborazioni tra i giudici calabresi. Colpiscono in Calabria. Ma anche a Milano, dove le cosche si sono da tempo radicate e hanno fatto, indisturbate sino a ieri, ottimi affari. Guardano agli intrecci tra i boss, certi settori della politica e delleconomia, le “aree grigie” degli affari con una vera e propria “borghesia mafiosa”. E cominciano a mettere in luce anche i legami con settori di apparati dello Stato “infedeli”, con uomini legati al mondo più oscuro e criminale dei “servizi”. Dunque, la ‘ndrangheta reagisce, come avevano fatto i “corleonesi” e i loro amici, messi in crisi da Falcone e Borsellino. ‘Ndrangheta attiva e feroce, determinata, stragista. Ma non sono ‘ndrangheta, considerato il fatto che molti degli attentati dei mesi scorsi sono stati possibili grazie a infliltrazioni criminali all’interno del Palazzo di Giustizia di Reggio e negli stessi uffici dello Stato. Da Reggio a Milano, insomma, si sta giocando una partita durissima. Ed è necessario che lo Stato sia all’altezza. Proteggendo magistrati e inquirenti. Aumentando le risorse nella lotta alla criminalità (intercettazioni comprese). E facendo dell‘impegno antimafia una grande battaglia civile e culturale. Non va mai dimenticato, infatti, che mafia, ‘ndrangheta e camorra stravolgono la vita civile, l’economia, la politica, l’esistenza di tutti noi. E le loro azioni criminali sono un’emergenza del Paese, da contrastare come scelta di priorità della politica e delle istituzioni. “Siamo tutti calabresi”, potremmo dire. Come avremmo dovuto essere “tutti siciliani”, senza lasciare soli, in un tempo infame, i Falcone, i Borsellino, i Costa, i Cassarà, i Giuliano, i Basile e tutti gli altri servitori dello Stato che sono stati assassinati, mentre facevano il loro dovere di difendere legge e diritti, insomma la normalità legale di noi tutti. Una storia che non può ripetersi

Nel segno dell’identità

Posted 04 mag 2010 — by Antonio Calabrò
Category Articoli, Cuore di Cactus, Libri

Logo - Il MondoC’è chi se le prende con il Tricolore. E chi non tifa per la Nazionale di calcio. Chi ripete Italiani, brava gente». E chi confida nello Stellone: «Noi italiani, proprio nei momenti di difficoltà…». Chi vuole i professori regionali e rivalutare i dialetti. Chi ama le leghe del Nord o il partito del Sud. E chi, in vista delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, nel 2011, rilegge le pagine del Risorgimento e della Resistenza, con rischi di retorica. Un bel dibattito, insomma, anche denso di conflitti, su cosa voglia dire, oggi, essere italiani. Davvero siamo tutti un po’ Alberto Sordi, migliore interprete del nostro minimo comune denominatore del borghese piccolo piccolo, del furbo arrivista, del medico della mutua, di «Lavoratori…» e giù un gestaccio? O preferiamo somigliare a Giovanni Falcone, Emilio Alessandrini, Guido Rossa, Giulio Ambrosoli e a tutte le altre persone per bene che hanno perso la vita per difendere lo Stato, la legge, i valori della Costituzione? L’identità nazionale è un contenitore generico, che in tanti, criticamente, cercano di riempire di senso. E un contributo fondamentale arriva dai buoni libri. Come quello di Silvana Patriarca, storica alla Fordham University di New York: Italianità. La costruzione del carattere nazionale Read More