E’ stata perfino coniata una parola, “parentopoli”, per indicare lo scandalo dei raccomandati. E dopo gli ultimi fatti di Roma (parenti e amici di politici assunti senza concorso in uffici pubblici, soprattutto negli anni recenti della giunta di centro destra), di fronte alle tante proteste di parte dell‘opinione pubblica, parecchi parlamentari e pubblici amministratori si sono giustificati: così fan tutti, in Italia, da che mondo è mondo. Ma davvero? Un sondaggio condotto da Euromedia Research per @Panorama mostra che il 55,4% degli intervistati, alla domanda “Se lei avesse tra le sue amicizie il sindaco della città in cui vive, raccomanderebbe suo figlio per un posto di lavoro, evitando un concorso pubblico?” risponde un secco “no”. Una maggioranza di persone perbene, dunque, almeno credendo alla sincerità della risposta. Ma c’è un buon 38,1% che risponde “sì”. Se si guarda un po’ meglio al resto del sondaggio, alla domanda se “raccomandare il proprio figlio o parente a un personaggio che ricopre un importante incarico pubblico” sia “disdicevole”, una risicatissima maggioranza, il 50,3% dice “sì”, mentre un buon 35,9% ritiene il fatto “oramai abituale” e il 6,2% lo ritiene “doveroso: per il proprio figlio si fa questo e altro”. Le percentuali cambiano in peggio se si tratta di una raccomandazione a un importante personaggio con un incarico privato: “disdicevole” solo per il 41,9%, “abituale” per il 37%, mentre il 12,8% usa l’aggettivo “doveroso” per il futuro del proprio figlio. “Dì che ti mando io”, oppure “tengo famiglia” sono insomma costume diffuso. Ma del sondaggio vale la pena prendere per buona quella maggioranza, pur debole, che si dichiara morale. Su quella dei politici per bene dovrebbero fare leva per cercare di migliorare il costume pubblico e impegnarsi a fare funzionare meglio le strutture pubbliche assumendo non amici e parenti, ma i “bravi e meritevoli”. Farebbero l’interesse di tutti. E forse otterrebbero anche buoni consensi. Se c’è, oramai diffusa, un’Italia familista, slabbrata, claltrona, c’è un’altra parte d’Italia che non lo è. E va ascoltata. E valorizzata
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Nell’Italia degli scandali dei raccomandati una stretta maggioranza dice "ma io no"
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La morte di Elvira Sellerio, editrice severa, libera, coraggiosa, siciliana
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Se ne è andata all’improvviso, in un pomeriggio d’estate. E non ci si può rassegnare all’improvviso silenzio di una voce roca e gentile, all’ombra definitiva di una intelligenza che sapeva chiedere per capire meglio il destino di persone e cose e pretendere parole scritte originali e profonde, per dare senso allo scorrere del tempo, delle emozioni, dei valori di una società in cambiamento. “Le parole sono boe che ci permettono di rimanere a galla”, ha scritto Romain Gary. E le parole che Elivira ha scelto di pubblicare, nei libri di “Sellerio Editore Palermo“, sono sempre state libere, nuove, “leggere” (come insegnava Calvino), capaci di definire il mondo e nutrire, contemporaneamente, curiosità e libertà. Ci sono parole che fanno vivere. Molte, stanno nelle pagine che Elvira ha saputo trasformare in libri, scegliendo, tagliando, cambiando, titolando, nell’esercizio di quel grande mestiere civile che è l’editore. Della sua biografia, delle collane create nel tempo, degli autori scoperti, lanciati, riscoperti, affidati al lettore sotto nuova luce (i francesi dell‘Illuminismo, i “giallisti” americani della prima metà del Novecento, i siciliani vecchi e giovani, e tanto altro ancora) si potrà leggere a lungo, sui giornali e sui siti web. E sarà utile tenere a mente anche gli anni in cui, da consigliere di amministrazione della Rai, ha dato prova evidente di cosa volesse dire amministrare, con intelligenza e autonomia, il “servizio pubblico” come fabbrica di cultura e di libertà. Qui, chi ha avuto il privilegio di averla come amica ed editore esigente, vuole ricordare solo un aspetto, quel nome voluto per la casa editrice: Sellerio Editore Palermo. Palermo, appunto. Una identità marcata, rivendicata con grande orgoglio e nessuna “insularità dell‘animo”. Perché a Palermo, proprio nella Palermo dell‘intelligenza umiliata dalle violenze mafiose, Elvira e tutti i suoi collaboratori hanno preteso di dimostrare come si possa e si debba fare, nonostante tutto, cultura. E come la cultura di grande livello, storica e nuova, possa fare da ancora per una Sicilia che non si rassegni al degrado. Sguardo lungo, quello di Elvira Sellerio. Dalla Sicilia all’Europa, al mondo. Adesso, una impegnativa eredità da onorare, da parte di chi resta nella casa editrice e di tutti noi che ne siamo stati e ne saremo autori.