Igrandi scrittori hanno un’anima profetica. Come Luciano Bianciardi, in La vita agra: «Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli… A tutti. Purché lavorino, siano pronti a scarpinare, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo». Era il 1962, cinquant’anni fa. «Se ci pensate, mancano solo l’iPod, i telefonini e il computer ed è lo specchio della nostra società», commenta Simone Perotti in Avanti tutta. Manifesto per una rivolta individuale. Reduce dal successo di Adesso basta, Perotti, ex manager di comunicazione, adesso skipper, artigiano e scrittore, torna sui temi del riequilibrio di vita e consumi e affronta, con esempi di vita pratica, le questioni poste dalla Grande crisi del 2008: è necessario bloccare la ossessione della crescita infinita e riflettere sul tempo, le libertà, gli squilibri sociali e individuali. Basta poco Read More
Archive for the ‘Bartleby’ Category
Un altro mondo è possibile
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Il riformismo ai tempi dell’incertezza
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da “Bartleby, preferirei di no” di Antonio Calabrò – 19/02/2004
Il riformismo? Per dirla con le parole di Giuliano Amato, è provare a costruire “un mondo più giusto”. Fuor di slogan, vuol dire “dare a ciascuno la possibilità di fare un mutuo, avere un figlio e trovargli posto in un asilo, fare affidamento su una pensione”. Una vita dignitosa, insomma. Un progetto per il futuro. Una sicurezza per i tempi del declino. Non sono frasi che fanno sognare, naturalmente. Ma parlano al cuore, in tempi incerti come quelli che stiamo vivendo, più della retorica delle palingenesi e delle rivoluzioni. In questa stagione così densa di inquietudini e di incertezze, vale la pena mettere i piedi per terra e fare i conti con i bisogni certi, semplici, perfino un po’ elementari. Il riformismo è confrontarsi con il principio di realtà. E dare risposte possibili.
Giuliano Amato è un uomo di centrosinistra. Ma gli obiettivi che ha indicato potrebbero benissimo essere convidisi anche da un uomo di centrodestra con coscienza retta e forte senso di umanità. Si può divergere sugli strumenti e sui tempi necessari a raggiungere quegli obiettivi. Difficile, invece, non concordare su due giudizi di fondo: la società italiana ha bisogno di riforme che la rendano contemporaneamente più efficiente, competitiva ed equilibrata; quelle riforme devono provare a rispondere alla sensazione diffusa di insicurezza che rende fragile e disagiato il presente e precario il futuro. Quel che non serve, insomma, è una società immobile, con i suoi limiti, le sue pigrizie, i suoi vizi. Bartleby è netto: “Preferirei di no”.
Al di là della discussione sul fatto che l’Italia sia diventata più ricca o più povera (una polemica troppo carica di contrapposizioni politiche in salsa elettorale), chi passa il tempo ad ascoltare gli umori diffusi tra le persone (non tra “la gente” o “il popolo”, categorie che Bartleby trova un po’ astratte e usate spesso in modo ideologico) e cioè tra uomini e donne che lavorano e fanno la spesa al supermarket, ragazzi che studiano, padri e madri alle prese con la difficile stagione dell’adolescenza dei figli e figli in cerca di valori d’autonomia e di identità, anziani bisognosi d’una ragione per sentirsi utili Read More
C’è chirurgo e chirurgo
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da “Bartleby, preferirei di no” di Antonio Calabrò – 25/02/2004
Si chiamavano Alessandro Ricchi e Antonio Carta. Facevano i cardiochirurghi. E si sono schiantati con il loro aereo, insieme a un tecnico e tre membri dell’equipaggio, mentre volavano veloci verso Cagliari, per trapiantare un cuore. Bartleby, uomo di parole, ha guardato attentamente i giornali, mercoledì mattina, come ogni giorno. Ed è stato molto colpito da una coincidenza.
Perché sulle prime pagine, accanto alle notizie sul disastro aereo e sulla morte dell’”equipe dei trapianti”, c’erano gli echi delle polemiche su “Bisturi”, la trasmissione Tv sulla chirurgia estetica. Chirurghi gli uni. Chirurghi gli altri. Per identità di laurea. Di definizione professionale generale. Di utilizzo delle tecniche mediche. Di giuramento deontologico formale. E nulla più.
Ricchi e Carta da anni facevano il loro lavoro con passione e competenza. Curavano una malattia, un cuore infermo. Salvavano vite. A rischio della loro. Facile e persino un po’ retorico oggi, dopo il disastro, definirli eroi. Bartleby preferisce rifarsi alle parole usate da Giovanni Raboni sul “Corriere della Sera” che, prendendo a prestito una frase di Charles Péguy, ha scritto del “mestiere di uomo”. Un mestiere carico di senso: impegno personale, scrupolo professionale, responsabilità. E, perché no? Quell’attenzione solerte dell’uomo per l’altro uomo che soffre che costituisce l’essenza stessa della condizione umana.
Poi, c’è “Bisturi”. Gli interventi di chirurgia estetica in Tv Read More
Eroe di carta e di parole
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da “Bartleby, preferirei di no” di Antonio Calabrò – 14/01/2004
Bartleby di mestiere fa lo scrivano. Piccola piccola borghesia, insomma. Ceto medio, diremmo più genericamente oggi. Ben cosciente, dunque, per esperienza diretta, di cosa significhi provare a vivere una vita quotidiana che coincili aspirazioni pur modeste di benessere e di dignità e risorse economiche abbastanza limitate, da reddito fisso senza clamorose aspettative d’aumento.
Bartleby legge, come se si guardasse allo specchio, le inchieste sul ceto medio italiano che si sente più fragile e più povero (e in gran parte lo è davvero). Apre un portafoglio che permette opportunità di spesa striminzite. E subisce, come tanti altri impiegati e scrivani come lui, il profondo disagio di servizi pubblici (la scuola, la sanità, i trasporti) che funzionano sempre meno e non lo aiutano a vivere un po’ meglio. E’ rimasto a piedi, nei giorni della protesta dei conducenti di tram, autobus e metrò. E confessa d’avere un animo diviso: è solidale con chi sciopera per uno stipendio un po’ migliore di mille euro al mese (che sono, nella percezione e nella realtà, nettamente meno di 1 milione 937 mila vecchie lire) ma anche profondamente colpito dalla mancanza, spesso improvvisa e assoluta, d’un mezzo pubblico con cui andare a lavorare. Si sente, insomma, preso tra due fuochi: ferito nel reddito e, contemporaneamente, nei diritti primari (le libertà di movimento, la possibilità modesta d’evitare un disagio in più). “Preferirei di no”, vorrebbe dire. Spesso, la parola si trasforma solo in un mugugno. E dunque in un’ennesima, impotente fatica.
E’ cominciato in salita, questo 2004. Dopo le stagioni della recessione, avrebbe dovuto essere l’anno della ripresa: l’economia finalmente in crescita, qualche soldo in più in tasca, una speranza all’orizzonte. Le prime settimane vanno in tutt’altra direzione. E l’orizzonte non è affatto rassicurante. Scoppiano scandali industriali e finanziari, certo. E nel mondo del commercio, all’ingrosso e al dettaglio, in molti hanno fatto i furbi con il cambio dell’euro, mettendo troppo disinvoltamente le mani nelle tasche dei cittadini (Bartleby, uomo equilibrato, non ne fa colpa all’euro, comunque uno straordinario vantaggio, per l’equilibrio dei conti pubblici e per il miglioramento Read More
Perché dobbiamo ringraziare Jayson Blair
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da “Bartleby, preferirei di no” di Antonio Calabrò – 08/03/2004
Bartleby, uomo di carta e di parole, crede sia giusto ringraziare di cuore Jayson Blair. Già, proprio quel Blair costretto a dimettersi nel maggio scorso dal “New York Times” dopo un’indagine interna che aveva dimostrato che più della metà dei suoi ultimi 73 articoli erano copiati o costruiti su fatti inventati di sana pianta. Un vero imbroglione, quel Blair.
Carrierista senza scupoli, cronista senza etica né senso di responsabilità, cinico esemplare dei guasti d’una cultura del successo inseguita ad ogni costo. Ma allora, perché ringraziarlo? Proprio per quel che è, per il fatto di mostrarci e continuare a dimostrarci come non si fa del buon giornalismo, attento ai fatti e rispettosi delle persone di cui si parla e si scrive. Jayson Blair ha fatto dei disastri, copiando, inventando o falsificando un’infinità di articoli, pubblicati su uno dei più autorevoli e conosciuti quotidiani degli Usa e del mondo. E adesso, fedele al mito del successo nel mondo della comunicazione esasperata (“non importa che se ne parli bene o male, purché se ne parli”) rilancia il suo gioco e la sua immagine, dando alle stampe un libro che ha come titolo “Burning down my master house” (che significa più o meno “incendiando la mia casa madre”) e che ha rapidamente conquistato la classifica dei volumi più venduti su Amazon.com. Nel libro Blair non si scusa affatto. Ma attacca pesantemente. Racconta con improntitudine di aver mentito, prende in giro capiredattori e membri dello staff di direzione che gli avevano creduto (e che, dopo l’esplosione dello scandalo si sono dimessi) e descrive la redazione del “New York Times” come un posto di scandalosi carrieristi disposti a tutto, di abituali consumatori di cocaina, di reporter inclini a portarsi a letto signore (o signori) delle pr dando in cambio una citazione dei loro clienti in un articolo. Non giornalismo. Ma suburra.
Blair non risparmia i colpi bassi. E chi lo legge, naturalmente, non può non chiedersi se le sue affermazioni sul quotidiano in cui lavorava e le sue rivelazioni sugli usi e i costumi (e consumi) d’una redazione che incarna parecchi dei miti del giornalismo contemporaneo siano verità o, come le precedenti notizie di Blair, calunnie e patacche. Ma quel che è scritto resta e, a parte le azioni giudiziarie che il “New York Times” intenterà a difesa della sua storia e del suo buon nome, costringe a riflettere lettori e giornalisti stessi su come sia fatto, oggi, il giornalismo e a quali valori si ispiri.
Bartleby sa bene che il giornalismo non è affatto un mestiere di santi, né lo era nel suo pur non recente passato. E per averne riprova, consiglia di rileggere il “Bel Ami” di Guy de Maupassant (un giovinastro che diventa, per matrimonio, direttore d’un giornale, un affarista e ricattatore senza scrupoli) e “L’inviato” di Evelyn Waugh (un superficiale ignorante che viene spedito da un’autorevole giornale inglese a seguire e raccontare le guerre in Africa, prototipo dei giornalisti la cui prosopopea e la cui arroganza intellettuale sono pari all’ignoranza e al disprezzo dei fatti e della verità). Letteratura? Tutt’altro. La lettura degli organi di informazione, di figure simili, ce ne nostra ancora oggi parecchie, sino – appunto – al caso Blair. Ma, insiste Bartleby, il giornalismo non coincide né con Bel Ami né con Blair.
Sempre per restare nel mondo dei libri, ecco che Feltrinelli rimanda in libreria, in edizione economica, le cronache di Ryszard Kapuscinsky, straordinario giornalista polacco che ha raccontato i drammi e le rivolte dell’Africa, le rivoluzioni dell’Iran, il declino dell’impero sovietico e i sussulti e le speranze dell’America latina, andando, guardando, cercando di capire e raccontando, con estrema onestà intellettuale e solido impegno morale (“il cinico – ama dire – non è adatto a questo mestiere”). E anche se si sfogliano i giornali italiani, di bravi, onesti giornalisti si può fare un lungo elenco (dagli inviati di gran nome come Bernardo Valli ed Ettore Mo ai giovani cronisti che raccontano con scrupolo e intelligenza il nostro difficile paese). Jayson Blair esiste, insomma. E rappresenta quel che può diventare il giornalismo se perde il contatto con il senso profondo del mestiere, con il dovere della responsabilità dell’informazione. Ma non tutto è Blair, canaglia esemplare (per dirla con le parole d’uno straordinario poeta e giornalista) di “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo”.
Antonio Calabrò
08/03/2004
Italiani, il futuro dei figli fa paura
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da “Bartleby, preferirei di no” di Antonio Calabrò – 20/03/2004
La “disillusione”. Dopo “l’insicurezza”. E “l’incertezza”. Il “disincanto”. La “crisi di fiducia”. I timori del “declino”. Chi analizza i sentimenti di fondo della società italiana nota almeno da un paio d’anni il prevalere di orientamenti negativi, di percezioni d’allarme sul futuro. Sulle preoccupazioni incidono, naturalmente, i fatti di cronaca (le violenze di un terrorismo internazionale che minacciano la vita quotidiana di ognuno di noi) e le conseguenze di una situazione economica di stagnazione che, soprattutto in Italia, hanno nettamente ridotto il potere d’acquisto di milioni di persone e di famiglie, con l’aggravio degli scandali finanziari che hanno falcidiato risparmi e piccoli patrimoni. Ma a determinare le caratteristiche di quella che potremmo chiamare “la stagione del nostro scontento” concorrono altri elementi, altre paure molto più di fondo. Bartleby legge la crisi. E sa che non basta un “preferirei di no” per esorcizzarla.
S’è rotto, infatti, un meccanismo sociale costruito nel corso dei decenni, fondato sulla certezza che le generazioni future sarebbero state meglio delle generazioni presenti, in termini di ricchezza, istruzione, crescita sociale, sicurezza, ampiezza delle prospettive d’affermazione, sia personali che generali. Ed è dunque entrata in crisi quella condizione di “fiducia nel futuro” che, come insegna John Maynard Keynes, fa da molla dello sviluppo. Le “aspettative di lungo periodo”, da positive, sono diventate negative. Da qui, appunto, la “disillusione”. E l’orizzonte cupo che intravediamo per il nostro futuro.
La conferma viene da un sondaggio appena realizzato da Ipsos per l’agenzia di stampa Apcom sulle preoccupazioni degli italiani. La preoccupazione maggiore, per il 36% degli intervistati, riguarda infatti “il futuro dei figli, dei giovani”, subito seguita, ma a distanza (27%) dalla salute e poi dalla mancanza di lavoro o dal rischio di perderlo (15%), dal degrado ambientale (10%), dalla sicurezza per la propria vecchiaia (8%) e infine, in coda, dalla possibilità di risparmiare, con il 2% appena della risposte (un dato che può essere spiegato anche con la presa d’atto che risparmiare, per moltissime persone, è oramai da tempo impossibile o comprendendo i timori legati al risparmio nella più generale preoccupazione per i propri figli, verso i quali destiniamo gran parte dei nostri redditi e, appunto, del nostro risparmio).
A guardare meglio i dati, si scopre che nelle fasce d’età dai 46 ai 60 anni (quando si hanno cioè figli in età di lavoro) i timori sul futuro delle giovani generazioni riguardano il 45% degli intervistati, cioè quasi un italiano su due. E che ne sono soprattutto interessati i ceti medi che vivono di reddito da impiego (un reddito basso e scarsamente flessibile), le casalinghe e gli abitanti delle regioni del Sud (dove ci sono elementi di mobilità sociale e di ricchezza minori che nel resto del Paese. Del tutto coerentemente, la preoccupazione dei più giovani e degli studenti, intervistati da Ipsos per Apcom, è quella di non trovare lavoro (un allarme diffuso soprattutto nel centro-sud e nelle grandi città).
Gli italiani che per molto tempo avevano creduto nel loro futuro (tendenza di lungo periodo, dalla ricostruzione postbellica della seconda metà degli anni 40 al boom della fine degli anni 50, dagli anni 60 del primo benessere e dei consumi di base diffusi alle grandi redistribuzioni di reddito degli anni 70, dagli anni 80 “da bere” agli anni 90 delle riforme dei conti pubblici e della rincorsa, vittoriosa, dei parametri di solidità economica e finanziaria per entrare in Europa e far parte dell’area forte dell’euro).
Adesso, invece, da qualche tempo, il ciclo delle “aspettative positive di lungo termine” s’è invertito. E la sfiducia predomina. Commenta Nando Pagnoncelli, responsabile dell’Ipsos: “Il sondaggio Apcom – Ipsos evidenzia il rovesciamento di un sentimento diffuso e profondamente radicato tra gli italiani, rappresentato dall’aspettativa che le generazioni che ci seguiranno vivranno meglio di noi grazie alla mobilità sociale, a un maggior benessere e alla miglior qualità della vita. Oggi la sfiducia che pervade il nostro paese è determinata soprattutto dalla precarietà delle condizioni future dei nostri figli che mette a repentaglio le loro condizioni di vita ma anche le nostre. Lo scenario paventato da quasi un individuo su 2 tra i 45 e 60 anni, appunto, è quello di una terza età che oltre ai propri problemi (salute, reddito) continua a farsi carico dei propri figli, intaccando il mito della “vecchiaia serena””.
Eccolo, il punto: la somma delle insicurezze per sé e per i propri figli. Le ombre sul futuro. La percezione di una fatica di lungo periodo. La “disillusione” per le riforme non fatte, per i mancati investimenti sul futuro, per le scelte poco lungimiranti sul welfare State, sul mercato del lavoro, sulle molle dello sviluppo (la formazione, la ricerca, l’innovazione, l’uso positivo delle tecnologie, etc.).
Non si tratta di una crisi di breve periodo, ma di un radicato orientamento di fondo. Cui rimediare con una strategia politica e sociale di riforme e di speranze. Per avere conferma d’un tale giudizio, basta riprendere in mano il sondaggio Apcom-Ipsos: la stragrande maggioranza (74%) degli intervistati chiede interventi soprattutto al “pubblico” e cioè ai decisori politici e ai responsabili delle istituzioni. Non si tratta di un affidamento di sapore assistenziale o di uno scarico di responsabilità (tendenze comunque presenti nella storia della società italiana e ancor oggi parzialmente avvertite). Ma di un bisogno più generale di sicurezza. E di una voglia di speranza, non solo personale, ma collettiva. Da questo punto di vista, dal sondaggio emerge una indicazione importante. Cui la politica, se vuol meritare dignità e primato, deve saper rispondere. Gli italiani – Bartleby lo sa – si stanno facendo carico di un difficile presente. Vorrebbero poter confidare in chi ha responsabilità di indicare un futuro, al di là delle paure, delle speranze e delle illusioni chiuse nei confini delle nostre case.
Antonio Calabrò
20/03/2004
Europa, il coraggio di affrontare il declino
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da “Bartleby, preferirei di no” di Antonio Calabrò – 15/03/2004
C’è una parola che non piace a nessuno sentire pronunciare: declino. Eppure è proprio con questo rischio che devono imparare a fare sempre più i conti buona parte dei Paesi europei. Italia compresa, naturalmente.
I francesi, da parecchi mesi oramai, hanno deciso di porsi spregiudicatamente il problema. E sui giornali il dibattito coinvolge uomini della politica, della cultura e dell’impresa. Con severa sincerità. Perdono colpi le superbe amministrazioni dello Stato, le università di massa e perfino quelle d’eccellenza (dove ferve il dibattito sul se e come facilitare l’ammissione degli studenti che provengono non solo dalle famiglie d’élite ma anche dai licei della periferia, dal “Sud sociale” della Francia). E avvertono i segni della crisi anche le industrie in caduta di competitività, le istituzioni stesse in cui si riconosce lo spirito francese, che danno corpo all’identità della nazione.
Qui in Italia la discussione, piuttosto che guardare alla storia e ai più profondi segni del tempo, si è subito politicizzata, con toni accesi da campagna elettorale: il declino è colpa delle disillusioni per l’incapacità di guida e di riforma del governo Berlusconi oppure dipende dalle spinte conservatrici, ostili al rinnovamento e alle riforme stesse e che trovano ampio spazio nella cultura e nella pratica politica del centro-sinistra, protettore di sindacati e corporazioni (dai magistrati ai professori). Bartleby non ama i confronti politici semplicistici, le attribuzioni di responsabilità manichee, la politica intepretata e praticata a colpi di spadone, dimenticandone la naturale complessità. “Preferirei di no”, obiettiva a chi pretende giudizi sommari, come se il confronto politico fosse una partita di calcio o un incontro di boxe.
Il declino viene da lontano, dunque. Dal mancato adeguamento della politica e dell’economia e delle stesse istituzioni della rappresentanza politica, del governo e dell’amministrazione alle trasformazioni imposte dal mondo globale. Dalle riforme mai fatte. Dalle contraddizioni tra le scelte da compiere (l’innovazione, l’uso delle tecnologie, la formazione, il nuovo sistema del “welfare”) e gli atti decisi dalla politica e dalle imprese. C’è bisogno di “governance”, nel mondo aperto e conflittuale (di regole, scelte, cultura delle mediazioni e delle decisioni). Abbiamo avuto dei governi di corto respiro.
C’è un circolo virtuoso, che può rimettere in moto l’Europa e soprattutto l’Italia, la più debole e fragile nei processi di crescita: quello tra formazione, ricerca, innovazione, trasferimento tecnologico. Ne parlano in tanti. Se ne occupano coerentemente in pochi, facendo le scelte conseguenti. I governi d’Europa e la Commissione di Bruxelles hanno posto, formalmente, l’innovazione tra le priorità, con un patto firmato a Lisbona e che impegna tutti i paesi della Ue a investire massicciamente in ricerca e sviluppo (il 3% del Pil, entro il 2010) per cercare di recuperare il gap con i paesi più innovativi e competitivi. Ne siamo tutti ancora lontani. In Italia, più che altrove.
Lo Stato, come ben si sa, investe poco nella ricerca pubblica di base e nella modernizzazione della pubblica amministrazione (che dovrebbe fare da stimolo, da committenza che trascina tutto il sistema delle imprese). Le regioni (cui è stata decentrata gran parte della ricerca applicata in rapporto alle imprese) si muovono in modo molto difforme (bene l’Emilia, della Sicilia e della Calabria non parliamone affatto). E investono poco le imprese stesse. La riforma del Cnr (il Consiglio nazionale delle ricerche) è stata finalmente avviata, tra enormi resistenze ma darà frutti lentamente, nel tempo. La bilancia tecnologica ci vede in disavanzo. E né le nostre università né le nostre imprese sono in condizione di attrarre talenti da altre parti del mondo: nella contesa internazionale degli ingegneri, dei matematici e dei tecnici hi tech indiani (tra i migliori del mondo) non partecipiamo nemmeno alla gara.
Adesso Bartleby legge di grandi polemiche sulla riforma della scuola impostata dal ministro Letizia Moratti. Molto sugli schieramenti politici. E poco sul merito. Eppure di merito bisognerebbe parlare. Di qualità dell’insegnamento (con meccanismi realmente premianti per i professori migliori). Di talenti da fare crescere. Di competizione tra risorse umane e di efficace applicazione del diritto allo studio per i migliori e i più meritevoli (il che vuol dire ripensare tutto il sistema del welfare State). Un recente sondaggio Demos-Explorer rivela che l’ampia maggioranza delle famiglie italiane ha ancora “fiducia” nella scuola pubblica. E questo per Bartleby è davvero un buon segno (scuola pubblica vuol dire insegnamento aperto, mancanza di discriminazioni, attribuzione della responsabilità formativa di base a istituzioni che tutti avvertiamo come appartenenti a noi tutti). Ma ciò non vuol dire che la scuola funzioni come dovrebbe, non solo e non tanto rispetto al rapporto con il mercato del lavoro (importante, ma non primario: la formazione deve essere più generale del semplice riferimento all’attività produttiva, nell’interesse stesso del miglioramento di fondo della produttività e della creazione della ricchezza di un Paese). Ma rispetto alla trasmissione di culture e valori, alla formazione essenziale della persona, al piacere della conoscenza. E dunque all’innesco dei meccanismi di fondo di uno sviluppo che non coincida con la semplice crescita dell’economia nel breve periodo.
Il discorso torna dunque al circolo virtuoso tra formazione, ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico alle imprese e alla pubblica amministrazione. Potrebbe essere questa, la priorità di fondo del sistema-Paese, su cui investire massicciamente, con coraggio e lungimiranza. Proprio per evitare il declino. Purtroppo, sinora, siamo ancora quasi solo alle buone intenzioni.