Quanti volti ha una storia d’amore? La passione, naturalmente. E il dolore per l’assenza della persona amata. La difesa dell’individualità, di fronte al travolgimento. E la ricerca del diventare un tutt’uno. La forza della volontà di possesso. E la consapevolezza agostiniana del volo ut sis, voglio che tu sia proprio tu, nella tua personalità irripetibile. L’esclusivismo geloso. E il desiderio di dare a chi si ama innanzitutto le ali della libertà. Le storie d’amore si nutrono di antinomie. E di fusione. Di una così fitta serie di molteplicità e contraddizioni la letteratura è la migliore interprete (talvolta, anche alcune canzoni). Nonostante le biblioteche affollate di racconti d’amore, se ne può scrivere ancora? Certo, riscoprendo ogni volta aspetti originali, per una dimensione dell’anima che non smette mai di stupire e coinvolgere. Oran Pamuk ne è maestro. Nelle pagine de Il museo dell’innocenza si parte da un gioco, l’infatuazione di un ragazzo della ricca borghesia di Istanbul, Kemal, per Fusun, una giovanissima parente lontana, povera e bellissima. Ma l’attrazione diventa ben altro, quando Fusun, tradita dalla superficialità del cugino, scompare. E così a Kemal non resta che l’ossessione dell’inseguimento, tentando la riconquista, per lunghi anni. Sino a un drammatico epilogo. L’assenza si riempie di gesti. Di ricordi. E di oggetti, anche minimi (una forcina, una cartolina, una sigaretta spenta, le posate usate dalla ragazza, un fiore reciso), per costruire, simulacro di lei e d’un amore che non intende finire, un vero e proprio museo della felicità intravista, sognata, perduta. Un grande amore è per sempre. Lo racconta anche Jacques Le Goff, il più grande storico europeo del Medio Evo, in un libro intensissimo, Con Hanka, ritratto della moglie con cui aveva condiviso più di quarant’anni di vita, di sentimenti e di idee Read More
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Storie, purché d’amore
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Donnafugata
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C’è un’antica vigna di zibibbo, vecchia più di un secolo, sulle colline di Kamma che degradano verso il mare di Pantelleria, testimonianza rarissima della viticoltura mediterranea, prima che i parassiti della fillossera, alla fine dell’Ottocento, distruggessero ettari su ettari di vigneto e costringessero i coltivatori a innestare le viti sul più resistente “piede americano”. Scoperta dai Rallo di “Donnafugata” nel 1999 e riportata in produzione (la prima vendemmia è del 2006), quella vigna dà grappoli di zibibbo densi e straordinariamente zuccherini, ottimi per i vini passiti, il Ben Ryé e il Kabir. E proprio attorno alla vigna, nasce una nuova cantina “Donnafugata” e si allarga un giardino mediterraneo circondato da muretti a secco e arricchito da aranci secolari (il “giardino pantesco” è stato regalato al Fai nel 2008). Tradizione che vive.
Modernità che avanza: ci sono impianti di lavorazione e refrigerazione d’avanguardia, a controllo digitale, distese di pannelli fotovoltaici per la produzione d’energia, cantine dove l’acciaio scintillante dei recipienti si alterna al legno di rovere delle botti d’invecchiamento. E proprio in questa sintesi di memoria e futuro, cultura contemporanea di industria manifatturiera Read More
Articolo 1, fra lavoratori e fannulloni
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Lavorare piace, annuncia Alain de Botton, scrittore originale di nascita svizzera, formazione inglese (ha studiato a Cambridge) e attitudine ad analizzare i fenomeni della nostra contemporaneità con piglio trasversale (l’economia, ma anche la buona conoscenza di Proust, la filosofia, l’architettura e l’indagine psicologica sui moti dell’animo di una ragazza).
Perché piace? Per spiegarlo, de Botton si mette in viaggio e racconta movimenti di navi cariche di merci e attività di interporti lungo il Tamigi, fabbriche alimentari nella periferia londinese (biscotti al sapore di gambero, snack da forno al cioccolato per alleviare la solitudine di migliaia di desperate housewives), imprese elettriche, botteghe di inventori di scarpe per camminare sull’acqua e di sistemi anti-crash per motocicli, hangar di rottami aerei e laboratori per la sicurezza di volo: insomma, i luoghi in cui si esercitano i lavori dei cui prodotti è intessuta la nostra quotidianità. Per dirla con le parole dell’autore, ecco “un’ode all’intelligenza, alla peculiarità, alla bellezza e all’orrore del lavoro moderno”. Frenesia, ma anche creatività. Pesantezza. Schiavitù produttivistica. E libertà.
I lavori moderni hanno molte forme, nomi specialistici (direttore regionale vendite, co- ordinatore della supervisione del brand, ingegnere del reparto costruzioni aerodinamiche), caratteristiche di estrema parcellizzazione. E spesso non danno affatto il senso del processo generale per cui la fatica umana e le tecnologie sempre più sofisticate sfornano prodotti e servizi che sono usuali nella nostra vita comune, ma la cui realizzazione investe questioni di estrema complessità (chi si è mai posto, per esempio, il problema di conoscere il processo produttivo di un dentifricio, con componenti che vengono da mezzo mondo e competenze che vanno dalla chimica alla logistica, dalla scienza dei materiali per il packaging, alla più sofisticata psicologia dei desideri?). De Botton “guarda dentro” i processi del fare, con atteggiamento disincantato ma sempre comunque partecipe, scanzonato e irriverente, ma mai sarcastico. Industria e commerci globali intessono la nostra modernità. Meglio capirne rapporti e significati, e andare alla radice del senso.
Accantonati sia Aristotele (con l’insanabile incompatibilità tra gratificazione e attività retribuita, tra fatica fisica e felicità del godimento artistico e speculativo, degno degli uomini superiori) sia soprattutto la sua cupa interpretazione da parte dell’antica cristianità – secondo cui “le miserie del lavoro rappresentano l’adeguata e ineliminabile espiazione per i peccati di Adamo” – de Botton riprende in mano l’Enciclopédie di Diderot e d’Alembert, con gli articoli dedicati ai mestieri e alle tecniche produttive, “un inno alla libertà del lavoro”, e ne riporta un passo essenziale: “Le arti liberali si sono celebrate anche troppo da sé. Ora potrebbero levare la voce residua per celebrare le arti meccaniche. Spetta alle arti liberali riscattare le arti meccaniche dall’avvilimento in cui i pregiudizi le hanno mantenute tanto a lungo”.
Forte di questa indicazione, di così elevata responsabilità, il viaggio di de Botton si snoda tra fabbriche e centri commerciali, laboratori, magazzini, studi di marketing e sedi universitarie, impianti e uffici. Tecnologie seriali e innovative intelligenze creative. Fatica della ripetizione di gesti e atti inconsueti attorno a cui intessere nuovi processi, nuovi prodotti. Non è un’ode alla produttività in quanto tale, ma un’intelligente ricostruzione dei mille modi in cui si articola il lavorare e un riconoscimento all’impegno di chi, anche nelle condizioni più difficili e alienanti, cerca di trovare il motivo di quello che fa, la rispondenza a un progetto di affermazione di dignità.
C’è la consapevolezza della complessità nei luoghi della produzione: “In queste società ci troviamo esposti a crisi di senso mentre, davanti al computer sulla nostra scrivania o ai nostri magazzini rileviamo con disperazione a basso voltaggio l’assurdità Read More