Archive for the ‘Articoli’ Category

Conquistadores e conquiste

Posted 09 apr 2010 — by Antonio Calabrò
Category Articoli, Cuore di Cactus, Libri

Logo - Il MondoUn continente così immenso e vario, l’America latina, non lo si contiene nelle pagine dei libri. Eppure, ci sono libri che, andando in profondità, riescono a illuminare tracce dell’anima, anzi, delle tante anime che danno vita al suo mosaico di personalità. Per esempio, Latte versato di Chico Buarque, poeta che alterna con rara maestria scrittura di parole e composizione di musica. Su quel latte, come dice il proverbio, è inutile piangere. E infatti il gioco della rimemorazione di Eulálio d’Assumpção, il protagonista del romanzo, non sa tanto di rimpianto quanto di desiderio di ricostruire il passato e ritrovare, proprio in punto di morte, il bandolo di una vita disordinata e dissipatrice, il senso più profondo di azioni e passioni che, oltre la vicenda personale, possono fare da metafora di un Paese, il Brasile, e appunto di un continente intero. Ricoverato, oramai più che centenario, in un povero ospizio, Eulálio rivive il ricordo dei bisavoli conquistadores e si immedesima nei traffici loschi di armi e droga dei bisnipoti. Ricchissimo e potente, un tempo, adesso avverte il vuoto di tutto ciò che è scomparso, compresa la straordinaria storia d’amore per la moglie Matilde, che l’ha abbandonato ma continua a imperversare nella memoria. Irriducibile alla rassegnazione, corteggia pietose infermiere promettendo viaggi e gioielli. E nei momenti di lucidità soffre la fatica di una crisi lunga e devastante, senza ritrovarsi mai, comunque, da solo: «Poi passò con leggerezza le dita sulle sue palpebre, e coprì con il lenzuolo il suo bel viso di un tempo». Presente e passato si intrecciano anche nelle pagine di Cuore di tango, di Elia Barceló, con l’alternarsi di personaggi, Diego, Natalia, Rodrigo, Milena, che si incontrano, si perdono, si cercano sulle note di una milonga, ritrovandosi nelle vie della Boca, a Buenos Aires. E proprio quella milonga, per dirla con Paolo Conte, «rivelava di sé molto più di quanto apparisse». D’un amore. E dell’Argentina. Storie che fanno la Storia. Come quella di Zarité Sedella, detta Tété, la protagonista de L’isola sotto il mare, romanzo epico e corale con cui Isabel Allende torna finalmente alla felicità del racconto.
Nelle pagine, c’è la vicenda di una piccola schiava, nella Haiti della fine del Settecento, che conosce fatiche e umiliazioni, si innamora, vive la rivoluzione nera contro i colonialisti, soffre separazioni e morte ma, un passo dopo l’altro, di dolore in dolore, costruisce un percorso straordinario di dignità e libertà. Personale, certo. Ma anche, pur contraddittoriamente, collettivo. Sulle contraddizioni dello sviluppo è necessario infatti indagare Read More

Flou

Posted 08 apr 2010 — by Antonio Calabrò
Category Articoli

Harvard Business Review Italia Cultura del progetto. E cultura del prodotto. Sta in questa sintesi, continuamente rinnovata, la chiave del design made in Italy, per uno dei settori di maggior peso del nostro “orgoglio industriale”, quello delle imprese dell’arredamento, solide radici nel tessuto produttivo diffuso del sistema Paese, forte vocazione internazionale, non solo nell’export ma anche, seppur timidamente, negli investimenti diretti sui mercati in maggior sviluppo. Rosario Messina, patron di Flou e presidente di Federlegno-Arredo, l’organizzazione confindustriale del settore, alterna preoccupazioni per la crisi in corso a lungimiranti ipotesi di stimolo alla ripresa: “Il fatturato del nostro settore nel 2009 supera di poco i 30 miliardi di euro, con un calo del 20% rispetto all’anno precedente. L’export, un terzo del fatturato, va giù del 23%. Crollano anche le importazioni. I consumi interni calano del 19%, arretrano anche i mercati internazionali in cui avevamo conquistato posizioni d’eccellenza, come il resto d’Europa, gli Usa, la stessa Russia. E anche se il saldo attivo tra esportazioni e importazioni è a tutto vantaggio delle imprese italiane, a conferma della grande qualità, dell’attrattività e della competitività dei nostri prodotti, siamo tutti seriamente preoccupati”.
E’ un mondo di piccole e medie imprese, sapienza artigiana coniugata con gusto spinto per l’innovazione, non solo di prodotto ma anche di processo. Imprese d’origine familiare, spesso dentro strutture distrettuali d’eccellenza, a cominciare dalla Brianza area cardine per tutta l’industria italiana. Aziende dinamiche. Ma anche fragili, per problemi organizzativi e finanziari, abituate da sempre a stare sul mercato, però deboli rispetto alle nuove dimensioni globali dell’economia, che richiedono grandi investimenti in logistica, marketing, innovazione, ricerca. Si sono sviluppate, nel corso del tempo, senza aiuti pubblici (mai avuta, una “rottamazione del mobile”). Ma adesso in difficoltà. E per ogni piccola azienda che chiude i battenti, si perdono competenze, professionalità, ricchezza, Si indebolisce lo stesso tessuto culturale e sociale che ne ha permesso lo sviluppo.
Messina ha un’idea, elaborata insieme a Carlo Guglielmi, presidente del Cosmit, la struttura che ogni anno organizza a Milano il Salone del Mobile, uno degli eventi principali a livello internazionale (ogni anno, centinaia di migliaia di visitattori qualificati, l’appuntamento europeo di maggior tendenza sulle evoluzioni degli stili di vita dell’abitare): una sorta di “piano Marshall” per salvare l’industria italiana del mobile Read More

Elica

Posted 04 apr 2010 — by Antonio Calabrò
Category Articoli

Harvard Business Review ItaliaPer il terzo anno consecutivo è l’azienda italiana dove si lavora meglio. Fa cappe aspiranti per cucine. La sua sede è nelle Marche, a Fabriano, luogo simbolo degli elettrodomestici made in Italy. Ma il suo orizzonte è il mondo, da leader internazionale della nicchia di settore. Si chiama “Elica”. Fattura circa 350 milioni di euro. E la sua storia di successo può fare da paradigma di quelle imprese manifatturiere medie e medio-grandi attorno alle quali continua a reggere il sistema industriale italiano, il suo “quarto capitalismo”, anche nelle difficili stagioni della Grande Crisi e delle radicali trasformazioni di produzioni e consumi. Un bell’esempio, insomma, di “orgoglio industriale”.
La storia comicia nel 1970, quando Ermanno Casoli mette in piedi la sua bottega con l’idea di farsi spazio grazie a un’idea innovativa: costruire cappe per cucine di grande qualità, belle da vedere e particolarmente funzionali. Nell’Italia delle grandi imprese, a Torino e a Milano, sono gli anni dell’”autunno caldo”: duri conflitti sindacali e sociali, crisi politiche e l’ombra cupa degli “anni di piombo” segnati dal terrorismo nero delle bombe e dalle prime violenze delle Brigate Rosse. Nel Mezzogiorno si rafforza il capitalismo di Stato delle “cattedrali nel deserto”, industrializzazione senza sviluppo. Lungo la dorsale adriatica, al riparo da scontri e tensioni, cresce invece la piccola impresa che farà da modello di crescita economica e sociale, promossa da acuti economisti come Giorgio Fuà e Giacomo Becattini, il pilastro dello sviluppo industriale che, dall’operosa provincia, segnerà il destino dell’Italia potenza manifatturiera europea, sino ai successi contemporanei.
Casoli è un imprenditore intraprendente: dalle sue colline marchigiane sa guardare all’Europa. E nel ’72, appena due anni dopo la nascita dell’azienda, se ne va a Parigi, per raccontare a un colosso come la Philips tutti i vantaggi delle cappe da incasso. Ha successo. Nel ’78 Elica ha 130 dipendenti, fattura 3,5 miliardi di lire. Basi solide Read More

Donnafugata

Posted 03 apr 2010 — by Antonio Calabrò
Category Articoli

Harvard Business Review Italia C’è un’antica vigna di zibibbo, vecchia più di un secolo, sulle colline di Kamma che degradano verso il mare di Pantelleria, testimonianza rarissima della viticoltura mediterranea, prima che i parassiti della fillossera, alla fine dell’Ottocento, distruggessero ettari su ettari di vigneto e costringessero i coltivatori a innestare le viti sul più resistente “piede americano”. Scoperta dai Rallo di “Donnafugata” nel 1999 e riportata in produzione (la prima vendemmia è del 2006), quella vigna dà grappoli di zibibbo densi e straordinariamente zuccherini, ottimi per i vini passiti, il Ben Ryé e il Kabir. E proprio attorno alla vigna, nasce una nuova cantina “Donnafugata” e si allarga un giardino mediterraneo circondato da muretti a secco e arricchito da aranci secolari (il “giardino pantesco” è stato regalato al Fai nel 2008). Tradizione che vive.
Modernità che avanza: ci sono impianti di lavorazione e refrigerazione d’avanguardia, a controllo digitale, distese di pannelli fotovoltaici per la produzione d’energia, cantine dove l’acciaio scintillante dei recipienti si alterna al legno di rovere delle botti d’invecchiamento. E proprio in questa sintesi di memoria e futuro, cultura contemporanea di industria manifatturiera Read More

Articolo 1, fra lavoratori e fannulloni

Posted 25 mar 2010 — by Antonio Calabrò
Category Articoli, Cronaca, Cuore di Cactus, Libri

Aspen Institue ItaliaLavorare piace, annuncia Alain de Botton, scrittore originale di nascita svizzera, formazione inglese (ha studiato a Cambridge) e attitudine ad analizzare i fenomeni della nostra contemporaneità con piglio trasversale (l’economia, ma anche la buona conoscenza di Proust, la filosofia, l’architettura e l’indagine psicologica sui moti dell’animo di una ragazza).
Perché piace? Per spiegarlo, de Botton si mette in viaggio e racconta movimenti di navi cariche di merci e attività di interporti lungo il Tamigi, fabbriche alimentari nella periferia londinese (biscotti al sapore di gambero, snack da forno al cioccolato per alleviare la solitudine di migliaia di desperate housewives), imprese elettriche, botteghe di inventori di scarpe per camminare sull’acqua e di sistemi anti-crash per motocicli, hangar di rottami aerei e laboratori per la sicurezza di volo: insomma, i luoghi in cui si esercitano i lavori dei cui prodotti è intessuta la nostra quotidianità. Per dirla con le parole dell’autore, ecco “un’ode all’intelligenza, alla peculiarità, alla bellezza e all’orrore del lavoro moderno”. Frenesia, ma anche creatività. Pesantezza. Schiavitù produttivistica. E libertà.
I lavori moderni hanno molte forme, nomi specialistici (direttore regionale vendite, co- ordinatore della supervisione del brand, ingegnere del reparto costruzioni aerodinamiche), caratteristiche di estrema parcellizzazione. E spesso non danno affatto il senso del processo generale per cui la fatica umana e le tecnologie sempre più sofisticate sfornano prodotti e servizi che sono usuali nella nostra vita comune, ma la cui realizzazione investe questioni di estrema complessità (chi si è mai posto, per esempio, il problema di conoscere il processo produttivo di un dentifricio, con componenti che vengono da mezzo mondo e competenze che vanno dalla chimica alla logistica, dalla scienza dei materiali per il packaging, alla più sofisticata psicologia dei desideri?). De Botton “guarda dentro” i processi del fare, con atteggiamento disincantato ma sempre comunque partecipe, scanzonato e irriverente, ma mai sarcastico. Industria e commerci globali intessono la nostra modernità. Meglio capirne rapporti e significati, e andare alla radice del senso.
Accantonati sia Aristotele (con l’insanabile incompatibilità tra gratificazione e attività retribuita, tra fatica fisica e felicità del godimento artistico e speculativo, degno degli uomini superiori) sia soprattutto la sua cupa interpretazione da parte dell’antica cristianità – secondo cui “le miserie del lavoro rappresentano l’adeguata e ineliminabile espiazione per i peccati di Adamo” – de Botton riprende in mano l’Enciclopédie di Diderot e d’Alembert, con gli articoli dedicati ai mestieri e alle tecniche produttive, “un inno alla libertà del lavoro”, e ne riporta un passo essenziale: “Le arti liberali si sono celebrate anche troppo da sé. Ora potrebbero levare la voce residua per celebrare le arti meccaniche. Spetta alle arti liberali riscattare le arti meccaniche dall’avvilimento in cui i pregiudizi le hanno mantenute tanto a lungo”.
Forte di questa indicazione, di così elevata responsabilità, il viaggio di de Botton si snoda tra fabbriche e centri commerciali, laboratori, magazzini, studi di marketing e sedi universitarie, impianti e uffici. Tecnologie seriali e innovative intelligenze creative. Fatica della ripetizione di gesti e atti inconsueti attorno a cui intessere nuovi processi, nuovi prodotti. Non è un’ode alla produttività in quanto tale, ma un’intelligente ricostruzione dei mille modi in cui si articola il lavorare e un riconoscimento all’impegno di chi, anche nelle condizioni più difficili e alienanti, cerca di trovare il motivo di quello che fa, la rispondenza a un progetto di affermazione di dignità.
C’è la consapevolezza della complessità nei luoghi della produzione: “In queste società ci troviamo esposti a crisi di senso mentre, davanti al computer sulla nostra scrivania o ai nostri magazzini rileviamo con disperazione a basso voltaggio l’assurdità Read More

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