Letture d’estate, "Semina il vento" di Alessandro Perissinotto, Piemme

Pubblicato 07-08-2011 da Antonio Calabrò in Taccuino

Il senso sta nell’exergo tratto da Norberto Bobbio: “Gli uomini, non potendo più ignorarsi su questo pianeta diventato troppo stretto, non hanno altra scelta che il dialogo e la violenza. Il dilemma è netto: o parlarsi o combattersi”. Romanzo e poesia sanno trovare spesso parole adatte, per capire la nostra drammatica attualità, migliori di quelle delle cronache giornalistiche o di una cattiva, sciatta politica (e sì che la politica dovrebbe essere mestiere nobile e lungimirante, come proprio i maestri alla Bobbio ci hanno insegnato). Alessandro Perissinotto e un romanziere di gran livello (“L’anno che uccisero Rosetta”, “Treno 8017″, “Una piccola storia ignobile”, “Al mio giudice”). Adesso, in “Semina vento”, bel romanzo civile, affida ai due protagonisti, Giacomo Musso, maestro italiano e Shirin Tofigh, intellettuale francese di origine iraniana, marito e moglie, la responsabilità di rappresentare l’universo dei contrasti culturali e razziali, identitari e religiosi, che dilaniano un’Italia (e un’Europa) incapaci di fare seriamente i conti con la propria storia migliore e le proprie culture di libertà e responsabilità. I due si conoscono a Parigi, si innamorano, si sposano, costruiscono un percorso di convivenza e condivisione. E decidono di andare a vivere a Molini, il paesino sulle montagne piemontesi in cui è nato e cresciuto Giacomo. Esistenza felice, amici ritrovati, scuola aperta, natura accogliente. La natura, sì. Ma le persone? In un Nord che è oramai diffusamente contagiato dalla febbre perversa dell‘identità e della chiusura, dalle retoriche della purezza e della paura dei “diversi”, Giacomo e Shirin si trovano ad affrontare le dinamiche di una provincia cupa, razzista, rissosa, amministrata in nome dell‘odio e della “difesa delle nostre tradizioni”. Parola ambigua, tradizione. E terribile. Perché misura esclusioni, non confronti, ripudi, non dialoghi. Il rapporto tra Giacomo e Shirin si interrompe. La separazione è drammatica. Nelle prime pagine del libro troviamo Giacomo in carcere, dopo la morte della moglie. E dalle parole del memoriale che l’uomo scrive, come atto di difesa, vediamo dipanarsi la ricostruzione di una storia d’amore e di confronto che si va via via sfilacciando. Non si può essere felici, in un mondo d’odio e di stupidità. Quello delle paure razziste con cui oggi, proprio in quest’Italia, ci tocca fare i conti

L'autore: Antonio Calabrò

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".