Archive for agosto, 2011

Letture d’estate, "Il sogno del celta" di Mario Vargas Llosa, Einaudi

Posted 24 ago 2011 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

“Quando aprirono la porta della cella, insieme al fiotto di luce e a un colpo di vento, entrò anche il rumore della strada che i muri di pietra attutivano del tutto, e Roger si ridestò, spaventato”. Comincia così “Il sogno del celta”, l’ultimo libro di Mario Vargas Llosa. Biografia di un personaggio reale, Roger Casement. Trattata come le tecniche e il linguaggio della grande letteratura. E resa in modo tale da farne un grande libro, la cui lettura provoca curiosità, desiderio di addentrarsi nei meandri del cuore umano, sdegno morale, passione civile. A lungo tenuto ai margini dei libri di storia, Roger Casement meritava un ritratto attento, approfondito, capace di farsi carico della complessità del personaggio. Vargas Llosa c’è riuscito compiutamente. Nelle pagine, c’è l’ingenuo ragazzo inglese (irlandese, meglio: e vedremo quanto l’origine si riveli nel tempo fondamentale) che parte per l’Africa, negli ultimi anni dell‘Ottocento, convinto di portarvi civiltà e benessere e scopre invece la crudeltà di una rapace colonizzazione. C’è la crescita di un acuto spirito di osservazione, che anima la volontà di denuncia e rivolta contro lo sfruttamento delle popolazioni del Congo da parte dei mercanti del re del Belgio Leopoldo. C’è la responsabilità di una missione diplomatica che in varie fasi, dal Congo alla foresta amazzonica, Casement riveste, per fornire al governo inglese le prove dell‘intreccio perverso tra ricchezza dei predatori bianchi e schiavitù dei neri d’Africa e degli indios delle foreste tra Perù e Brasile. E c’è infine la nascita e la presa d’atto della durezza insopportabile della colonizzazione che la Gran Bretagna (di cui Casement è funzionario rispettato e coperto di fama e onori) ha imposto all’Irlanda (della cui indipendenza Casement si rivela appassionato partigiano). Racconto di un io diviso, insomma. Nel ruolo pubblico. Ma anche nella vita personale, affettiva, con la scoperta di una omosessualità vissuta tra strazianti contraddizioni e acute infelicità. Sino alla galera. E alla morte, per tradimento della “patria” inglese. I rapporti diplomatici di Casement sul Congo avevano ispirato quel capolavoro che è “Cuore di tenebra” di Conrad. Nutrito discussioni pubbliche e scelte politiche anti-colonialiste. dato argomenti ai circoli intellettuali più prestigiosi di Londra. Ma anche scatenato reazioni. Casement ne fu, infine, vittima. Llosa ha il merito di rilanciarne la figura pubblica e privata. Non un eroe “senza macchia e senza paura”. Ma un uomo. Con i suoi limiti, i suoi sogni, le sue fragilità, la sua sostanziale e profonda dignità personale. Di cui continuare a discutere

Letture d’estate, "Il sogno del celta" di Mario Vargas Llosa, Einaudi

Posted 24 ago 2011 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

“Quando aprirono la porta della cella, insieme al fiotto di luce e a un colpo di vento, entrò anche il rumore della strada che i muri di pietra attutivano del tutto, e Roger si ridestò, spaventato”. Comincia così “Il sogno del celta”, l’ultimo libro di Mario Vargas Llosa. Biografia di un personaggio reale, Roger Casement. Trattata come le tecniche e il linguaggio della grande letteratura. E resa in modo tale da farne un grande libro, la cui lettura provoca curiosità, desiderio di addentrarsi nei meandri del cuore umano, sdegno morale, passione civile. A lungo tenuto ai margini dei libri di storia, Roger Casement meritava un ritratto attento, approfondito, capace di farsi carico della complessità del personaggio. Vargas Llosa c’è riuscito compiutamente. Nelle pagine, c’è l’ingenuo ragazzo inglese (irlandese, meglio: e vedremo quanto l’origine si riveli nel tempo fondamentale) che parte per l’Africa, negli ultimi anni dell‘Ottocento, convinto di portarvi civiltà e benessere e scopre invece la crudeltà di una rapace colonizzazione. C’è la crescita di un acuto spirito di osservazione, che anima la volontà di denuncia e rivolta contro lo sfruttamento delle popolazioni del Congo da parte dei mercanti del re del Belgio Leopoldo. C’è la responsabilità di una missione diplomatica che in varie fasi, dal Congo alla foresta amazzonica, Casement riveste, per fornire al governo inglese le prove dell‘intreccio perverso tra ricchezza dei predatori bianchi e schiavitù dei neri d’Africa e degli indios delle foreste tra Perù e Brasile. E c’è infine la nascita e la presa d’atto della durezza insopportabile della colonizzazione che la Gran Bretagna (di cui Casement è funzionario rispettato e coperto di fama e onori) ha imposto all’Irlanda (della cui indipendenza Casement si rivela appassionato partigiano). Racconto di un io diviso, insomma. Nel ruolo pubblico. Ma anche nella vita personale, affettiva, con la scoperta di una omosessualità vissuta tra strazianti contraddizioni e acute infelicità. Sino alla galera. E alla morte, per tradimento della “patria” inglese. I rapporti diplomatici di Casement sul Congo avevano ispirato quel capolavoro che è “Cuore di tenebra” di Conrad. Nutrito discussioni pubbliche e scelte politiche anti-colonialiste. dato argomenti ai circoli intellettuali più prestigiosi di Londra. Ma anche scatenato reazioni. Casement ne fu, infine, vittima. Llosa ha il merito di rilanciarne la figura pubblica e privata. Non un eroe “senza macchia e senza paura”. Ma un uomo. Con i suoi limiti, i suoi sogni, le sue fragilità, la sua sostanziale e profonda dignità personale. Di cui continuare a discutere

Letture d’estate, "Ogni mattina a Jenin" di Susan Abulhawa, Feltrinelli

Posted 23 ago 2011 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Leggere la storia, dalla parte dei vinti. E sapere che le parole per raccontarla, e dirne l’orgoglio, la rabbia, il dolore, la sopravvivenza e soprattutto l’amore, possono riscattare proprio quei vinti, e costruire per loro un simbolo, di dignità e di valore. Vite che, nonostante tutto, continuano. “Ogni mattina a Jenin” di Susan Abilhawa è uno straordinario romanzo. L’epopea dolente di una famiglia palestinese nell’inferno di un Medio Oriente dilaniato da guerre in cui si fa fatica a ritrovare sensi di giustizia. Testimonianza di verità, in cui gli elementi autobiografici (la scrittrice, di famiglia palestinese, ha conosciuto la fuga dalla terra natia, l’angoscia del ritrovarsi orfana, il rifugio negli Usa, la ricostruzione dell‘esistenza) si fondono e si trasformano in un grande racconto corale. Palestina, dunque. 1948. La vita della famiglia Abulheja, proprietari terrieri da generazioni a ‘Ain Hod, viene stravolta. L’arrivo dei profughi ebrei e poi la nascita dello stato di Israele li caccia dalla terra natia, verso il campo profughi di Jenin. E li sottopone a una serie di violenze, di angherie, di drammatici soprusi. Eppure, superando il dramma dell‘esclusione dai luoghi degli avi, gli Abulheja si impegnano perché la vita continui. Figure orgogliose, il vecchio patriarca Yehya Muhammad e i figli Hassan e Darwish. E straordinarie le donne, a cominciare dalla moglie di Hassan, Dalia, bella e ribelle, che nell’angustia del campo profughi, cerca di dare senso ai giorni nonostante la drammatica ferita del rapimento di un figlio, poco più che neonato. Sta nelle mani delle donne, il filo dei rapporti e della memoria. Che da Dalia passa alla figlia Amal, e da lei a Sara. La storia scorre, crudele, dagli anni Cinquanta alle soglie del Duemila. Le truppe israeliane si muovono come i conquistatori. Una suora ferma la mano di un soldato: “State facendo qui quello che i nazisti facevano con voi…”. I giorni passano, lutto su lutto, fuga su fuga, infamia su infamia. E dalla Palestina al Libano, da Jenin a Sabra e Shatila, si vive l’inferno della guerra, sino al massacro di donne, bambini e vecchi palestinesi (perpetrato dai falangisti libanesi, sotto l’occhio complice dell‘esercito israeliano) che scandalizza il mondo, ma solo per poco. L’inferno continua. Amal ne è testimone, nel suo orfanotrofio di Gerusalemme, poi negli Usa e poi ancora tornando a Jenin. Ritrova il fratello Ismail, rapito e diventato figlio di una famiglia ebrea, duro soldato delle truppe di Tel Aviv e infine uomo smarrito, sospeso tra due identità, la nascita araba, la vita da israeliano. Si innamora di un medico, ne resta vedova, alleva la figlia Sara cercando di preservarla dalla tragedia. E muore per salvarla, dal colpo assassino di un cecchino israeliano. Epopea di vinti, appunto. Strage di un popolo che cerca, comunque, di avere un riscatto di terra e di patria. Non c’è alcun fanatismo, nelle pagine di “Ogni mattina a Jenin”. Una pietà profondissima, piuttosto. Che colpisce. E fa riflettere. Sulle dimensioni umane di una brutta storia che ancora, purtroppo, continua

Letture d’estate, "La briscola in cinque" di Marco Malvaldi, Sellerio

Posted 22 ago 2011 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Il paese è piccolo, la gente mormora…E ci mancherebbe che non mormorino, anzi parlino, anzi discutano animatamente, gli abitanti di Pineta, un paesino sul litorale di Livorno, quando viene scoperto il cadavere di una ragazza, strangolata e abbandonata in un cassonetto dell‘immondizia. Tutto gira attorno a un bar, il BarLume, dove quattro pensionati si riuniscono per ammazzare il tempo e il barista, Massimo, è un campione di risposte sarcastiche e urticante spirito critico. Ed è proprio in quel bar che hanno centro le indagini sull’omicidio, certo non in un commissariato il cui titolare, l’incompetente e arrogante dottor Fusco, prende una cantonata dopo l’altra. Libro divertente, “La briscola in cinque”, il primo romanzo di Marco Malvaldi (arrivato rapidamente al successo, anche con i successivi “Il gioco delle tre carte” e soprattutto “Odore di chiuso”, in cui l’investigatore è un personaggio straordinario, Pellegrino Artusi, il padre nobile della buona cucina italiana). E libro carico di intelligenza, ironia, sapido intreccio di dialoghi, acuti ritratti di personaggi. Bellimbusti e ragazzine un po’ troppo sveglie, pierre da discoteca e aristocratici inutilmente snob, medici bugiardi e poliziotti mediocri e, soprattutto, quel coro di arzilli vecchietti, che amano il gelato, fanno da coro al barista Massimo e guardano con occhio critico la deriva di un turismo di massa che non sa usare l’arma che più si addice agli umani: l’intelligenza

Letture d’estate, "Il cane che parla" di Giorgio Scerbanenco, Sellerio

Posted 21 ago 2011 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Dallo scaffale di copertine blu Sellerio che ospita un gran numero di libri di Giorgio Scerbanenco ne prendo uno a caso, incuriosito dal titolo, “Il cane che parla”. E mi trovo di fronte a un giallo divertente, costruito attorno all’omicidio di un poeta, Aroldo Banner, durante un viaggio in treno (un “topos”, il delitto ferroviario, che ha affascinato grandi giallisti, a cominciate da Agatha Christie). Il libro è del settembre 1942, pubblicato allora da Mondadori. E fa parte della serie che ha come protagonista l’investigatore Arthir Jelling, ufficialmente archivista capo della Polizia di Boston (dunque un burocrate) ma in realtà sottile e originale indagatore che affronta un caso come se ci si trovasse di fronte a una partita a scacchi: l’importante è “saper leggere” in modo intelligente quello che tutti possono guardare, ma pochissimi sanno “vedere”. Qui, l’ambiente è quello del giornalismo e dell‘editoria (che Scerbanenco ben conosceva, per esperienza diretta e di cui aveva patito le derive di vanità, arroganza, amor di potere). E della trama, naturalmente nulla si dice, per non rovinare il piacere del lettore. Vale la pena solo ricordare che Scerbanenco, scrittore prolifico (sua anche la serie di Duca Lamberti, che lo ha fatto apprezzare come grande firma del “noir” italiano) non perde mai qualità di stile e struttura, sa costruire intrecci intriganti e delineare personaggi affascinanti. Per fortuna di chi legge, di volumi di Scerbanenco, Sellerio ne ha già pubblicati una decina. Buon divertimento

Letture d’estate, "Il cane che parla" di Giorgio Scerbanenco, Sellerio

Posted 21 ago 2011 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Dallo scaffale di copertine blu Sellerio che ospita un gran numero di libri di Giorgio Scerbanenco ne prendo uno a caso, incuriosito dal titolo, “Il cane che parla”. E mi trovo di fronte a un giallo divertente, costruito attorno all’omicidio di un poeta, Aroldo Banner, durante un viaggio in treno (un “topos”, il delitto ferroviario, che ha affascinato grandi giallisti, a cominciate da Agatha Christie). Il libro è del settembre 1942, pubblicato allora da Mondadori. E fa parte della serie che ha come protagonista l’investigatore Arthir Jelling, ufficialmente archivista capo della Polizia di Boston (dunque un burocrate) ma in realtà sottile e originale indagatore che affronta un caso come se ci si trovasse di fronte a una partita a scacchi: l’importante è “saper leggere” in modo intelligente quello che tutti possono guardare, ma pochissimi sanno “vedere”. Qui, l’ambiente è quello del giornalismo e dell‘editoria (che Scerbanenco ben conosceva, per esperienza diretta e di cui aveva patito le derive di vanità, arroganza, amor di potere). E della trama, naturalmente nulla si dice, per non rovinare il piacere del lettore. Vale la pena solo ricordare che Scerbanenco, scrittore prolifico (sua anche la serie di Duca Lamberti, che lo ha fatto apprezzare come grande firma del “noir” italiano) non perde mai qualità di stile e struttura, sa costruire intrecci intriganti e delineare personaggi affascinanti. Per fortuna di chi legge, di volumi di Scerbanenco, Sellerio ne ha già pubblicati una decina. Buon divertimento

Letture d’estate, "Il padrone" di Goffredo Parise, Adelphi

Posted 20 ago 2011 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Il romanzo è del 1964, “anni formidabili”, Italia ancora sotto l’effetto del boom economico, tensioni positive, illusioni vitali da riforme del primo centro sinistra, il rock come colonna sonora, le ragazze con le minigonne, la cultura dinamica, i giovani artisti pronti a scalzare la vecchia pittura, il vecchio cinema, la vecchia letteratura, insomma tutto un fremito, un movimento, un viaggiare, vedere, raccontare. E sognare. Ah, il progresso… E Milano, poi, la grande Milano delle case editrici, del Piccolo Teatro, del bar Giamaica a Brera, delle fabbriche e dei commendatori… Trasluccicare. E’ proprio in quella stagione di riti moderni e miti luminescenti che Goffredo Parise ambienta il suo romanzo, “Il padrone” (adesso ripubblicato da Adelphi). Per raccontare, con affilatissimo sarcasmo, cosa ci sia dietro quel gran mondo in trasformazione (lo avrebbe fatto benissimo anche Lucio Mastronardi, ma pure Antonioni e Visconti, al cinema). “Crudeltà espressiva”, “taglio chirurgico”, avrebbe scritto Montale, sul Corriere della Sera, di quel romanzo. Con ragione. Perché di favola feroce, si tratta. Epifania del disvelamento delle illusioni che i poeti, profeticamente, intravvedevano e testimoniavano e di cui tutti, nel tempi, ci saremmo resi conto. Nelle pagine de “Il padrone”, l’io narrante è un giovane che approda dalla provincia nella metropoli e, segnalato da amici di famiglia, ottiene un lavoro in una “ditta commerciale” in cui è certo di trovare il coronamento dei suoi sogni-doveri: mestiere, reddito, ruolo, per poter poi avere una casa, un bell’arredamento, una moglie, una famiglia. Consumi. Costumi borghesi. La modernità, insomma. Ci si mette d’impegno, naturalmente. Ed entra rapidamente nelle grazie del “padrone”, il dottor Max, dichiarandosi subito “una sua proprietà“. Ma quella ditta commerciale (in cui in molti intravvidero una metafora della casa editrice in cui Parise lavorò) in realtà è un inferno. Animato dal dottor Max che filosofeggia di libertà e tiranneggia capricciosamente i suoi dipendenti, dal padre Saturno, dalla madre Uraza, dalla fidanzata Minnie, dal cameriere stupido e fedele Lotar e da una pletora di dirigenti, Rebo, Diabete, Bombolo, Pluto e l’infelicissimo Pippo. E il nostro ragazzo fatica a trovare davvero un suo spazio. Oscilla tra integrazione e ribellione. Si fa e fa troppe domande. Vuole vivere, non farsi vivere. Ma il padrone, anche quando vuol essere magnanimo, in realtà è un egoista crudele. Ama i servi, pur disprezzandoli. Blatera di ideali (e talvolta mostra di crederci) ma pratica un’assoluta tirannia. I nomi dei personaggi suggeriscono l’illusione di una sorta di fumetto “noir”. “La sola libertà – nelle parole di Parise – sembra coincidere con la morte“. Quantomeno delle speranze. Fuori dalla “ditta commerciale”, continua l’andare, il venire, il fare e disfare, l’opinare, il chiacchierare

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