Guardarsi indietro. E avere il coraggio di rileggere con occhi sinceri le pagine più controverse della propria storia. Come la migliore letteratura sa fare. Quella spagnola, per esempio. Alicia Giménez-Bartlett ha messo per un momento da canto l’ispettrice Petra Delicado dei noir di successo e, nell’ultimo bellissimo romanzo, Dove nessuno ti troverà, incrocia storia e fiction, per raccontare la cupezza degli anni Cinquanta, nella notte della dittatura di Franco. La storia è quella di Teresa Pla Meseguer, chiamata «la Pastora», partigiana antifascista, leggenda popolare, nell’aspra provincia tra la Catalogna e l’Aragona. La fiction sta nella ricerca che uno psichiatra parigino e la sua guida, sordido giornalista di Barcellona, fanno della Pastora, per decifrarne la discussa personalità. È accusata di orrendi delitti, Teresa, nelle scorribande partigiane. E di una inquietante doppiezza: nata donna, ma con un difetto genetico e diventata uomo, duro, crudele. Ma la sua storia, prima che un’idea semplice della giustizia sociale dia corpo alla passione politica, è fatta di umiliazioni per il sesso incerto, di solitudine nel lavoro del pascolo, di crudeltà familiari. E la Spagna chiusa e bigotta della provincia franchista, non lascia spazio all’accettazione di complesse condizioni umane. Dominano violenza e paura, alimentate da una brutale Guardia Civil, armi in mano e spie al soldo. Vivrà, comunque, la Pastora. E la sua voce troverà faticoso ascolto. Almeno nelle pagine di un libro. Altre voci, chiedono udienza al mondo. Quelle de Le ragazze di Ventas raccontate da Dulce Chacón. Madrid, 1939. Nel carcere femminile, Hortensia, Elvira, Tomasa, miliziane sconfitte dai falangisti, vivono tra ricordi e terrore, senza mai rinunciare, anche in punto di morte, a un sorriso, a un gesto d’orgoglio, alla propria verità. Parola difficile, d’altronde, verità. Anche in tempi in cui, finito il franchismo, cerca fiato una fragile democrazia. Se ne fa interprete Javier Cercas in Anatomia di un istante, ricostruzione con strumenti letterari di una pagina storica, quella del tentato golpe del colonnello Tejero, nel febbraio 1981. Tejero irrompe, armi in pugno, nell’aula del Parlamento. E tra i politici smarriti, emerge soprattutto il primo ministro Adolfo Suárez, che non china la testa. Incertezze, debolezze, vanità. Ma anche orgoglio. Perdono i golpisti (e i loro sostenitori, all’ombra di una trepida monarchia). E la Spagna va avanti. Dietro le quinte, restano umori torbidi. Come quelli illuminati da Il correttore, di Ricardo Menéndez Salmón. Marzo 2004, bombe alla stazione di Atocha, 191 morti. Gli occhi inquieti sono quelli di Vladimir, sorpreso dalla strage mentre corregge le bozze dei Demoni di Dostoevskij. Bugie politiche, nell’attribuire l’attentato all’Eta. E misteri privati. Non tutto si svela. Bisogna ripensare, riscrivere. Con severità. E con pietas. Lasciando proprio alla letteratura il compito di rappresentare punti di vista stridenti. Non per relativismo cinico. Ma per quell’amore di verità che riflette la complessità della persona umana. Come sa bene, appunto, Salmón: «Certe persone sono convinte che la storia sia limpida come l’acqua di un torrente di montagna. Se c’è del fango, è solo nell’occhio di chi osserva, non nella corrente. E chi contesta questa visione si espone non solo al disprezzo, ma anche al rancore, nei secoli dei secoli». Eppure, lo si continua a fare. Meno male.
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 5 agosto 2011 www.ilmondo.rcs.it