«La preparazione del cibo è una mediazione tra natura e cultura. Tuttavia, dietro l’artificialità, preme spesso la natura. Che si fa evidente e mostra la sua forza quando scarseggia il cibo e lo sfamarsi diventa una drammatica necessità”. La notazione è di Paolo Rossi, filosofo della scienza, autore di Mangiare. Bisogno, desiderio, ossessione. E individua alcune questioni essenziali attorno a un tema su cui, proprio di recente, sono aumentate analisi e narrazioni. Le metafore alimentari riempiono la nostra vita (dal masticare un po’ di latino a inghiottire un rospo: il volume di Rossi ne fa ampio e, ecco qui, gustoso elenco). L’immaginario ne è ricco, da Crono che divora i figli ai digiuni dei santi, dai piatti costruiti con criteri di design alle foto dei bimbi denutriti, sino alla modella anoressica schiaffata su un manifesto da Oliviero Toscani. E vale dunque la pena ragionare sull’insieme delle evocazioni, dei valori, dei miti che girano attorno al cibo, vitale e letale (il veleno, l’adulterazione, il guasto, il marcio…). Rossi, giocando tra attualità e storia, scrive pagine molto stimolanti, sugli scioperi delle fame e i cannibali, il cervello goloso e l’obesità, la genuinità e la moda. E ci costringe a riflettere su tutto ciò che abita l’universo del cibo. L’idea e la pratica del mondo, cioè. Rosalia Cavalieri, filosofa e teorica dei linguaggi, cammina su terreni analoghi. E in Gusto. L’intelligenza del palato, prova a colmare un vuoto di riflessioni sui due sensi, il gusto e l’olfatto, che la filosofia ha considerato tradizionalmente indegni di analisi, per privilegiare invece la vista e l’udito come strumenti di comprensione della realtà, come elementi nobili che hanno a che fare con lo spirito e non con la bassezza del corpo (il mangiare, appunto). Lavorare sul gusto aiuta a sanare un’apparente contrapposizione, a ridare unità alla persona. A ritrovare anche il gusto di pensare e capire, passando proprio attraverso le caratteristiche delle vivande e delle bevande. In vino veritas, a pensarci bene, ha a che fare con la filosofia dell’esistenza. Roberto Barbolini, giornalista arguto (ma potremmo anche dire sapido o salace, per usare metafore alimentari) in Ricette di famiglia, scrive un romanzo «in cui si fondono sapori, sentimenti e buona cucina», usando il pretesto del ricettario delle madre (e delle nonne) per ripercorrere una storia familiare in una città emiliana del Novecento e mescolare tagliatelle ed emozioni, cotolette alla crema e scelte di vita. Ha una forte componente di socialità, il cibo. E la funzione primaria di garanzia di sopravvivenza si mescola a una serie di valori simbolici, a un insieme di riti che investono anche politica e ordinamenti sociali. Lo si racconta bene nelle pagine della Storia dell’alimentazione, curata da Jean-Louis Flandrin e Massimo Montanari. Dalla cottura dei cibi della preistoria si passa ai banchetti di Roma imperiale e delle corti del Rinascimento. Dalle carestie si arriva alle contraddizioni tra povertà e sovrabbondanza di cibo dell’età contemporanea, sotto le ondate distorsive di una globalizzazione malgovernata, pure sul piano alimentare.
La distinzione tra spirito e corpo, natura e cultura, anche qui viene superata. Si torna alla civiltà dell’uomo, nella sua complessità. Totò che balla su un tavolo, divorando maccheroni al pomodoro (scena celebre del cinema del Novecento) è molto di più di una persona che finalmente soddisfa la fame.
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 15 luglio 2011 www.ilmondo.rcs.it