Noblesse oblige. A un comportamento, uno stile, un gioco sofisticato di regole che valgono sempre, anche quando le si infrangono. A una gabbia di simboli che danno senso alla vita pubblica. E privata. Forma, appunto, è sostanza, lieve o doloroso che ne sia il rispetto. L’apparenza è glamour. Dietro, talvolta, cova il dramma. Lo racconta bene Marcello Sorgi, eccellente giornalista, nelle pagine de Il grande dandy, vita spericolata di Raimondo Lanza di Trabia, ultimo principe siciliano. Perché quel seducente, scanzonato, generoso gentiluomo, figlio illegittimo del principe Giuseppe, nobiltà antichissima e potente (poi riconosciuto ed erede di un patrimonio dei feudi paterni e delle ricchezze finanziarie della nonna Giulia Florio, stirpe di industriali e banchieri) attraversa tutte le contraddizioni del Novecento: spia fascista durante la guerra di Spagna e collaboratore dei partigiani dopo il ’43, gran seduttore di nobildonne e attrici famose e corridore automobilistico, amico dello Scià di Persia, degli Agnelli e dell’armatore Onassis, spericolato finanziere e maestro della Dolce vita romana. Anima irrequieta, comunque. Sino al suicidio, in una sera dell’autunno del ’54. Ingredienti da leggenda, brillante e bruciata. L’eco sta, perenne, in una canzone, Vecchio frac, capolavoro di Domenico Modugno, del ‘55, appena un anno dopo la morte del principe. Struggente omaggio poetico: «Ha il cilindro per cappello, due diamanti per gemelli, un bastone di cristallo, la gardenia nell’occhiello e sul candido gilet, un papillon, di seta blu…». Amarcord? Si diverte a giocare con la memoria un altro grande giornalista, Giulio Giustiniani, in Il sangue è acqua, con un intrigante sottotitolo che recita: Il doge, il santo, l’avventuriero, il principe dei Mongoli e altri parenti. Eventi del ramo toscano materno e di quello veneto paterno, tutto un via vai di aneddoti in cui trovano spazio riti e miti di nobili personaggi e letterati famosi, dal fantastico Oscar Wilde all’egocentrico Alessandro Manzoni. La cifra stilistica è l’ironia. E Giustiniani, cronista amorevole e puntuale, sa ben legare le vicende familiari alla trama grande della Storia. Tutto si tiene, in un equilibro elegante come un baciamano. Già, la Storia. Con cui si diverte Enrica Roddolo (caposervizio di questo giornale, ndr), in Dio salvi le regine!, partendo dai matrimoni che hanno rilanciato la passione popolare per le teste coronate (il principe William e la borghese Kate Middleton, Alberto di Monaco e la bella nuotatrice sudafricana Charlène) e ricostruendo vizi e vezzi, ombre e pagine di luminoso senso di responsabilità istituzionale dei membri delle dinastie di Gran Bretagna e Spagna, del Belgio e di quei Paesi nordici in cui «i reali vanno in bicicletta». Le corti. E la politica, su uno scenario mondiale in cui cambiano gli assetti del potere ma restano, in certi luoghi dell’antica Europa, dei riti capaci di dare, nonostante tutto, senso contemporaneo alle più aristocratiche memorie. Per capire meglio, ci si può affidare a un grande maestro, Marcel Proust. Su cui Mario Lavagetto, letterato autorevole, scrive pagine originali in Quel Marcel!, frammenti di biografia attraverso cui si prova a fare emergere il carattere dell’autore della Recherche dall’intreccio dei sentimenti e delle azioni dei suoi personaggi. Malinconie del tempo che passa. Nobiltà in declino. Letteratura come scandaglio di verità. Forme eleganti, per contenere anche passioni tristi. Noblesse oblige, appunto.
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 22 luglio 2011 www.ilmondo.rcs.it