Benvenute, le crisi, quando costringono a ripensare i nostri paradigmi culturali, gli orientamenti economici e politici. Crisi, d’altronde, vuol dire scelta, selezione, ripensamento dei pericoli e delle opportunità. E cioè guardare, oggi, allo sviluppo non come un feticcio (accumulare più ricchezza) ma come un processo in cui anche la qualità della vita e le prospettive di un futuro più equilibrato e sostenibile abbiano un peso fondamentale. Parag Khanna, direttore della Global governance initiative per la New America foundation, politologo influente, in Come si governa il mondo racconta le modifiche degli equilibri internazionali. Perdono peso gli Stati-nazione tradizionalmente decisivi, a cominciare dagli Usa. Acquistano maggior potere Stati come Brasile, Russia, India e Cina, i Bric, influendo sulle strategie di istituzioni come il Fmi. E soprattutto emergono nuovi soggetti, dalle Ong (Medici senza frontiere, Greenpeace, Oxfam) alla istituzioni benefiche (la Fondazione Gates, le organizzazioni per i diritti civili finanziate da George Soros), dai networks universitari (Harvard, Berkeley) alle strutture dei media (Al Jazeera), ai social networks, ai gruppi (WikiLeaks) in grado di incidere sulle diplomazie internazionali. È un mondo multipolare, di poteri diffusi, in cui i cittadini contano oltre i confini dei classici ordinamenti statuali. Nasce l’idea di un neo-Medio Evo, la stagione delle città-Stato che prepara, forse, un Rinascimento in cui l’intersezione di diritti e doveri riguarda l’ambiente, l’equità sociale, le libertà. Tutto cambia. E le scelte della politica devono tener conto di voci sino a ieri inascoltate (come dimostrano le rivolte nei paesi arabi). Declina il turbocapitalismo della finanza avida. Crescono nuovi modelli di civiltà, i cui statuti hanno una pluralità di scrittori. Robert B. Reich, ex segretario del Lavoro dell’amministrazione Clinton e professore a Berkeley, in Aftershock. Il futuro dell’economia dopo la crisi, analizza l’intollerabilità della concentrazione della ricchezza in mani di banchieri e speculatori finanziari senza scrupoli. E propone un nuovo patto tra Stato, lavoratori e imprenditori, che rimetta al centro il valore del lavoro e affronti le riforme strutturali per difendere salari, qualità dello sviluppo, giustizia sociale (un’analisi rafforzata dall’intelligente postfazione di Michele Salvati). Su una scia analoga si muove anche Dani Rodrik, professore di Economia internazionale ad Harvard, in La globalizzazione intelligente, spiegando che «le democrazie hanno il diritto di proteggere i loro patti sociali e quando tale diritto entra in conflitto con le esigenze dell’economia globale, è quest’ultima che deve cedere il passo». Rieccoci, dunque, alla sostenibilità sociale e alla tutela delle istituzioni democratiche: partecipazione e responsabilità, per riforme equilibrate nell’interesse dei più, non delle aristocrazie del denaro. Il ripensamento critico investe, naturalmente, anche i rapporti tra scienza, ricerca, industria, ambiente. Ne era stato autorevole portavoce Hans Jonas, di cui Il Mulino ripubblica un profetico saggio del 1974, oggi di estrema attualità: Frontiere della vita, frontiere della tecnica. Tornano in primo piano le questioni etiche legate allo sviluppo scientifico, le relazioni possibilmente virtuose tra uomo e natura. La filosofia morale è di grande aiuto, per riscrivere anche i codici della buona economia.
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 8 luglio 2011 www.ilmondo.rcs.it