Gente perbene. E malacarne. Ingegneri severi, attenti alla qualità del lavoro da fare e da insegnare. E arrampicatori sociali, bramosi di soldi e potere. Ragazzi che mordono la vita, per cercare di migliorarne il senso. E adulti disillusi, in punto di morte. Grande commedia umana, tra romanzi, cronache dolenti e sofisticate indagini di buona sociologia. In un’Italia che cambia, cade ma ritrova, nonostante tutto, una dignitosa vitalità. Come il ponte di Valfonda, ardita costruzione tirata su dall’ingegner Maineri, crollata in una notte di tempesta e comunque ripresa in mano, riprogettata e forse ricostruita dai suoi collaboratori. Nelle pagine di L’ingegnere, una vita, di Paolo Barbaro (eccellente scrittura, acuta tensione narrativa nella costruzione dei personaggi) scorrono le immagini di un Paese in crescita, negli anni duri eppur fiduciosi della ricostruzione post bellica e del boom economico, rivisti attraverso gli occhi dell’anziano e burbero professionista e dell’allievo che impara mestiere e vita. Fatica. E speranza. Nel segno di una grande dignità, del lavoro e dell’esistere che un errore, amplificato dalla violenza meterologica, non riesce a cancellare. Bell’Italia, nonostante tutto. Che si ritrova anche in Italia, di Marco Lodoli, il nome esemplare di una donna di servizio che accompagna le sorti di una famiglia borghese, i Marziali, nella Roma inquieta degli ultimi trent’anni. La Storia si scompone nel caleidoscopio delle vite di padre, madre e tre figli. Le loro vicende hanno un sapore che ci è familiare. E su tutto vigila una donna minuta, accorta, premurosa, che diventa compagna dei giorni di persone imperiose e fragili e ne custodisce anche i ricordi. Anche la memoria, critica e comunque affettuosa, è un grande valore. Le paga un tributo, accorato e civile, Antonio Roccuzzo, in Mentre l’orchestrina suonava gelosia. Il romanzo cede il passo alla realtà. Perché il libro prende nome dal titolo, brillante e un po’ letterario, che Pippo Fava, direttore del Giornale del Sud, aveva fatto per il primo servizio di cronaca nera del giovane Roccuzzo, omicidio passionale in un quartiere popolare di Catania. Ma la città, raccontata con coraggio da Fava e dai suoi ragazzi, negli anni Ottanta aveva mostrato il volto violento e avido di una mafia che dominava politica ed economia e non ammetteva neanche il diritto di una cronaca non omertosa, di una parola libera. Fava era stato assassinato, in una sera di gennaio del 1984, su mandato mafioso e affaristico. E Roccuzzo, adesso, rende omaggio a un giornalista e a un’idea, di informazione autonoma, di rivolta civile, di protesta contro criminali e complici che rimane vitale, nonostante le umiliazioni, le vite troncate, le passioni infrante. Catania, paradigma attuale di una pessima Italia e d’una idea di riscossa. Di questo Paese dicono molto anche i codici di comportamento sociale, i galatei, studiati e raccontati da Gabriella Turnaturi in Signore e signori d’Italia. Una storia delle buone maniere, lungo gli ultimi 150 anni. Il solido sentirsi perbene borghese si frantuma nell’opulenza pacchiana dell’inciviltà delle ultime stagioni dominate dai lustrini effimeri dello spettacolo. Il galateo perde consistenza morale. Trionfano le cattive maniere. Leggere la Turnaturi vuol dire capire come siamo peggiorati. Ma anche come, in ogni caso, si riproponga il bisogno di dare nuove dimensioni all’estetica e all’etica. Volendo…
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 17 giugno 2011 www.ilmondo.rcs.it