Metamorfosi è una parola adatta ai tempi di radicali cambiamenti. Degli scenari internazionali. Dei desideri e dei bisogni. Delle relazioni. Ne sono investiti nazioni, ceti sociali, persone. E imprese, naturalmente. C’è bisogno di una nuova ermeneutica, di chiavi di interpretazione di dati in continua evoluzione. Di conoscenze sofisticate che si basino, anche in economia, sulle categorie fin troppo trascurate dell’etica e dell’estetica. Soft power, per parlare di originali valori, per una comprensione delle tante e contrastanti visioni del mondo. Di «estetica, conoscenza e management» parla, opportunamente, Pasquale Gagliardi, acuto studioso delle culture aziendali (è direttore dell’Istud e segretario generale della Fondazione Cini), in Il gusto dell’organizzazione, libro essenziale per decodificare le tendenze cui le imprese devono fare fronte (bella l’introduzione di Massimiliano Monaci, dell’Università Cattolica di Milano). Le organizzazioni studiate da Gagliardi, infatti, non sono «macchine», ma strutture complesse fatte da persone, hanno una cultura e un’anima. Forti di identità storiche, vivono nel presente, mirano al futuro. Lavorano sui simboli. E quando puntano al profitto, essenziale componente di ogni azienda, adesso hanno bisogno di parlare sì di «valore» (e cioè di soldi), ma anche di «valori». Da qui, l’attenzione all’estetica (le migliori imprese italiane ne hanno già dato prova, nel tempo: basti pensare al design, bellezza e funzionalità) e soprattutto l’impegno a valorizzare «il ruolo delle discipline umanistiche». L’impresa, racconta Gagliardi, si legge attraverso i suoi bilanci. Ma i dati economici che li compongono sono il risultato di scelte, progetti, iniziative il cui successo dipende da valutazioni su cui giocano conoscenze culturali. Economia, finanza, filosofia, e, perché no?, buona letteratura stabiliscono sinergie che indicono sulla competitività. Sono temi che ricorrono pure nelle pagine di Da 0 a 500 di Luca De Meo, storie vissute, idee e consigli da uno dei manager più dinamici della nuova generazione, esordio alla Renault, grande carriera nella Fiat rinnovata da Sergio Marchionne, adesso la direzione marketing della Volkswagen (nella brillante prefazione, Massimo Gramellini scrive: «Per avere successo, devi sforzarti di fare meglio che puoi quello che nessuno ha mai fatto prima»). Vincere, vuol dire impiegare con intelligenza, nelle imprese, i «talenti» e cioè le capacità di persone che sanno guardare lontano, oltre che interpretare con responsabilità e rigore le discipline dell’organizzazione. Fare, insomma, sintesi di diversità. E tra le forze da valorizzare, ci sono quelle femminili, come spiega Monica D’Ascenzo in Fatti più in là. Donne al vertice delle aziende: le quote rosa nei consigli d’amministrazione: non si tratta di «fare un favore alle donne, ma al Paese, che non può permettersi di avere il 50% di talenti inutilizzati». Del cambiamento, appunto, le donne sono interpreti magistrali. Lo spiegano anche Hermann Simon, professore al Mit di Boston e alla London Business School e Danilo Zatta, esperto di marketin, in I trend economici del futuro, un saggio sulle trasformazioni delle imprese nel prossimo decennio, alle prese con problemi e opportunità dei mercati globali. Cambiano produzioni e prodotti. Crescono le incidenze della politica. Maturano nuove sensibilità ambientali e sociali. La sfida è, appunto, innanzitutto culturale.
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 17 giugno 2011 www.ilmondo.rcs.it