Fare giustizia vuol dire evitare di scarcerare mafiosi perché la sentenza non arriva in tempo

Pubblicato 05-06-2011 da Antonio Calabrò in Taccuino

Basta sfogliare i giornale di oggi per avere ottimi spunti di riflessione su cosa voglia dire una vera riforma della giustizia. Il primo spunto riguarda la vicenda dei quattro boss mafiosi usciti di galera prima del tempo, perché la sentenza della Corte di Cassazione ha tardato ad arrivare. Quattro boss di peso: avevano protetto la latitanza del capomafia corleonese Bernardo Provenzano, permettendogli di fare i suoi comodi (il che vuol dire anche organizzare affari illegali e ordinare omicidi) da latitante, nonostante cioè lo cercassero ovunque polizia e carabinieri. Quei quattro, insomma, erano complici di gravi reati. Arrestati, condannati in primo grado e in appello, in attesa della sentenza finale, visto che però quella sentenza non è mai arrivata, sono stai liberati per “scadenza dei termini” di carcerazione preventiva. Sarà utile capire bene motivi e responsabilità di quel ritardo. Ma anche, più in generale, riflettere concretamente sui mezzi e sull’organizzazione della macchina della giustizia: efficienza e tempestività sono parte della giustizia stessa (nel dibattito attuale sulla cosiddetta “riforma epocale”, di questo si è parlato molto poco). Il secondo spunto riguarda la giustizia civile, le cui inefficienze sono messe ancora una volta in risalto, nell’editoriale di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera di oggi. Tempi troppo lunghi, per ottenere il rispetto di un contratto, il pagamento di un debito, il risarcimento di un danno. E dunque scarsa affidabilità delleconomia italiana, anche da parte degli investitori internazionali. C’è un legame, tra giustizia efficiente e sviluppo economico. Tema politico cruciale. Sostanza stessa di una buona democrazia economica. Il paese è pronto da gran tempo a parlarne, seriamente, senza strumentalizzazioni, nell’interesse comune

L'autore: Antonio Calabrò

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".