La Grande crisi, la tragedia di Marcinelle e il miracolo italiano

Quell’Odissea umana e lavorativa del ’900

Pubblicato 11-05-2011 da Antonio Calabrò in Articoli

Logo - Il Mondo«E dunque noi dobbiamo sempre tenere memoria della nostra miserabilità di una volta. senza ubliarcene mai». Parla Peppe, origini siciliane, una vita di lavoro nelle miniere di Marcinelle, in
Belgio, una vecchiaia con i polmoni smangiati dalla silicosi e una stentata pensione. La sua voce, in una lingua che mescola dialetto e italiano e cadenze di lingua francese, fa parte del coro che, come in una tragedia greca, Paolo di stefano organizza e guida nelle pagine de La catastròfa, per ricostruire la strage di Marcinelle dell’8 agosto 1956, 262 vittime in un pozzo di una miniera di carbone, 136 delle quali immigrati italiani.
omicidi bianchi. Tragedia dell’emigrazione, giustamente commemorata di recente dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano. Nel libro di di stefano parlano superstiti e parenti delle vittime. si leggono i verbali dei soccorsi (tardivi e mal organizzati) e le scarne dichiarazioni ufficiali delle autorità, italiane e belghe, impressionanti per il gelido straniamento burocratico che le ispira. Ne emerge il quadro di un inferno, che sembra lontanissimo (oltre mezzo secolo fa) e risuona attualissimo e «a futura memoria», per dirci di quanta fatica e di quanto dolore sia stato intessuto il tentativo di trovare, nel lavoro, ragioni di sopravvivenza e di vita, facendo ogni giorno i conti con l’emarginazione, i bassi salari, spesso i pericoli di morte. dalle miniere ai cantieri edili, rileggendo le storie degli immigrati che, nei primi del Novecento, partirono dall’abruzzo per andare a costruire case negli usa. sono loro le voci che animano Cristo fra i muratori, di Pietro di donato, concerto di testimonianze, cantieri e periferie, speranze frustrate dalla Grande crisi del 1929 e comunque testardi tentativi di costruirselo, un futuro di pur minimo benessere e di dignità. anche quando quel cristo, simbolo di umanità e di civiltà (sulla scia delle pagine di carlo Levi) sembrava lontanissimo, perso tra Eboli e il centro di New York. Non era poi troppo diversa l’Italia del Nord ovest ai tempi delle grandi migrazioni dalle regioni del sud e del veneto, nei primi anni cinquanta che prepararono il miracolo economico. come testimoniano i racconti dei lavoratori, manovali, operai, sottoccupati, raccolti da Franco alasia, operaio della Breda diventato braccio destro di danilo dolci e da danilo Montaldi, sociologo controcorrente, e tradotti in un libro, Milano, Corea, edito da Feltrinelli nel 1959 e adesso ripubblicato da donzelli con una bella prefazione di Guido crainz. coree come periferie delle metropoli del Nord, identità controversa, integrazione spesso drammatica. Lavoro, comunque. E costruzione conflittuale di identità. da riconsiderare, rileggendo le valenze positive di una costituzione che appunto, nel suo articolo 1, parla di «una repubblica democratica fondata sul lavoro», fondendo le culture cattoliche, socialiste e di un grande costituzionalista liberale come costantino Mortati. È il frutto di un Novecento dell’industria e dei diritti e dei doveri di imprenditori e operai. Le cui dinamiche, le cui ragioni, possono essere ritrovate anche nella buona letteratura. Per esempio nel Metello di vasco Pratolini, romanzo del 1959 ambientato nella Firenze a cavallo tra ottocento e nuovo secolo, ripubblicato dalla Bur con una provocatoria prefazione di antonio Pennacchi. un romanzo popolare eccellente, per dire di un’Italia che cambia e cresce e che ancora oggi sa avere toni d’attualità.

Antonio Calabrò



© Il Mondo, 13 maggio 2011 www.ilmondo.rcs.it

L'autore: Antonio Calabrò

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".