Orgoglio industriale degli imprenditori italiani, riforme e non sussidi per lo sviluppo del Paese

Pubblicato 08-05-2011 da Antonio Calabrò in Taccuino

Gli imprenditori chiamati da Confindustria per le Assise Generali si sono ritrovati a Bergamo in quasi seimila. Tantissimi. E da tutte le regioni d’Italia. Segno di vitalità. E di protagonismo, per dare ancora più forza alle richieste di interventi per lo sviluppo del Paese. Una crescita in quantità e in qualità. “Le imprese tengono in piedi il Paese“, ha rivendicato orgogliosamente la presidente Marcegaglia. Perché le imprese investono, innovano, vanno all’estero, tengono vivo il tessuto delle relazioni, stimolano e soddisfano consumi, sono attori di veri e propri processi culturali che reggono la modernizzazione italiana. La cultura d’impresa è cultura politecnica, cultura tout court, cultura civile del produrre ricchezza e ripartirne gli effetti, cultura del mercato ben regolato e del premio a chi sa fare, e fare bene. Gli imprenditori chiedono riforme (fisco, formazione, lavoro, burocrazia, etc.) in grado di rafforzare la competitività e premiare il merito. Non chiedono sussidi, né assistenzialismo, né favori. Politiche per la crescita, semmai. E lamentano giustamente la sordità della politica. Conquistano spazi sui mercati esteri. E si candidano a gestire un Ice (l’Istituto per il commercio estero) che non funziona affatto come dovrebbe. Una buona idea. Alle Assiste, Confidnustria ha anche parlato di se stessa. Criticamente. “Il cambiamento deve venire da noi“, ha detto la presidente Marcegaglia. Meno convegni, più servizi, meno lobbying verso pubblici poteri distratti e comunque senza soldi e più iniziative di stimolo per fare crescere le imprese, per dimensioni (oltre il micro, oltre il familismo) e per cultura aziendale (la proprietà familiare va bene, la gestione competente manageriale è indispensabile). L’industria manifatturiera resta in primo piano, un vero e proprio asset delleconomia italiana (siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa, dopo la Germania). Ed è attorno all’industria moderna che si aggrega una catena del valore fatta da produzione, servizi, logistica, ricerca, finanza, commercio. Siamo bravi, noi italiani, in tutto questo. Ma ancora gracili. Crescere è indispensabile. Lo capissero, finalmente, anche quei nostri politici in tutt’altre faccende affaccendati…

L'autore: Antonio Calabrò

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".