Primo Maggio per parlare della Costituzione, del lavoro e dei nostri valori sociali e civili

Pubblicato 01-05-2011 da Antonio Calabrò in Taccuino

Si può andare in piazza, alle manifestazioni organizzate dai sindacati (divisi, purtroppo, come non mai). Si può preferire lo shopping, nei negozi rimasti aperti nonostante la festività, come se fosse un giorno qualunque. Certo, sarebbe meglio evitare di partecipare alla “Festa dei cannoli” di Piana degli Albanesi, dove un sindaco a dir poco stravagante ha associato la commemorazione della strage di Portella delle Ginestre alla sagra dei dolci siciliani e, addirittura, al discusso Lele Mora, figura della peggiore incultura dello “show business”. Comunque vada, il Primo Maggio, storica ricorrenza dei lavoratori, lo si può celebrare anche ricordando, riflettendo, leggendo. Cosa? Per esempio, l’ottimo articolo di Giuliano Amato pubblicato stamane da @Il Sole24Ore, intitolato “Quell’articolo 1 (della Costituzione) scritto da chi pensava al futuro“, con citazioni, tra gli altri, di Cavour (“Il progresso e il benessere della società sono nello sviluppo dell‘industria”), Giolitti, Giovan Battista Pirelli e Giuseppe Di Vittorio, lo storico leader della Cgil. O sfogliando con attenzione alcuni dei libri più recenti che hanno appunto il lavoro al centro della loro riflessione. Guardo i volumi sulla mia scrivania, a cominciare dalla riedizione di “Metello” di Vasco Pratolini, con una bella e provocatoria prefazione di Antonio Pennacchi. E, di Pennacchi, il suo “Mammut”, racconto di fabbrica, ambientato alla Supercavi di Latina. Il “Cristo tra i muratori” di Pietro Di Donato, epopea degli emigrati che dall’Abruzzo vanno negli Usa “a costruire palazzi che non abiteranno” (con puntuale prefazione di Fausto Bertinotti). “La catastrofe” di Paolo Di Stefano, rievocazione della strage di Marcinelle dell’8 agosto 1956, in Belgio, 262 morti in miniera, 136 dei quali immigrati italiani. “Quando c’era la classe operaia – Storie di vita e di lotte al Cotonificio Valle Susa” di Aris Accornero. “Milano Corea”, di Franco Alasia e Danilo Montaldi, ripubblicazione di un saggio esemplare di cinquant’anni fa sulla vita operaia nelle periferie milanesi, rappresentazione dei costi umani e sociali del “miracolo economico italiano”. E, per guardare all’attualità, l’ottimo “Sempre più blu” di Antonio Sciotto, “operai nell’Italia della grande crisi“, oppure “Ritorno di Fiom” di Gabriele Polo, o ancoraVita da free lance” di Sergio Bologna e Dario Banfi, sull’inferno delle “vite da precari”. Lavoro, appunto, in tutte le sue forme, in tutti i suoi conflitti. Lavoro da rispettare. Tutelare. Valorizzare. Ripartendo appunto, come suggerisce Amato su Il Sole24Ore, da quell’articolo 1 della Costituzione, interpretato nel 1946 da un grande giurista liberale come Costantino Mortati e ricordato oggi dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano come uno dei valori fondanti della nostra democrazia, “da non mettere in forse”

L'autore: Antonio Calabrò

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".