“Non c’entra ma c’entra”, per parafrasare Moretti. Sui giornali di oggi due notizie in apparenza slegate. Sulla prima pagina del Corriere della Sera si legge delle gesta di un gruppo di genitori di una squadretta di calcio a Jesolo,che assaltano con calci e pugni l’arbitro “colpevole” di una decisione svantaggiosa per i loro figli. E su altri quotidiani, lo sgomento dei padri dei tre ragazzi che in Toscana hanno ridotto in fin di vita un carabiniere e pestato a sangue un altro militare dopo i controlli a un rave party. Viene in mente il cattivo esempio, da parte di adulti che non rispettano regole e legge, quando pensano che siano applicate a loro svantaggio. Non c’è nesso formale, tra le due storie. Ma sostanziale, sì. Viviamo tempi di prepotenza. E di irrisione per i tutori dell‘ordine. Di insulti e percosse, al posto dei ragionamenti. Di odio violento per “l’altro”, che permea la vita quotidiana. Per educazione e cultura, sto dalla parte della legge e di chi ha per mestiere e dovere l’obbligo di farla osservare. E ricordo bene il Pasolini del ’68 che, tra i giovani contestatori e i poliziotti, dichiarava provocatoriamente di stare dalla parte dei poliziotti, “figli del popolo”. Se chi applica la legge si ritiene abbia torto, ci sono regole e procedure per cercare di avere ragione. Certo, non le spranghe. Le adolescenze, si sa, sono inquiete. I cattivi genitori ne peggiorano gli effetti. Ai figli, vanno insegnate le norme e il rispetto dell‘autorità. Da contestare, se non si è d’accordo. Ma civilmente, demtro i confini della legalità (è proprio la legalità, che in fin dei conti protegge i più deboli). Ai figli, va insegnata la responsabilità (acute, in questo senso, le osservazioni di Michele Serra, a pagina 28 de “la Repubblica“). Tutto il resto, è inciviltà violenta. Di cui questa nostra Italia dà purtroppo esempi diffusi
A proposito di padri ultras del calcio e di figli che sprangano i carabinieri
L'autore: Antonio Calabrò
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