“L’uomo artigiano” è un ottimo libro di uno dei più acuti sociologi contemporanei, Richard Sennett. Fare, e fare bene. Imparare un modo diverso di produrre gli oggetti che abitano la nostra contemporaneità quotidiana. E ridare centralità al lavoro manuale. Una scelta economica. Ma anche una indicazione etica, contro la frenesia avida della finanza fine a se stessa, slegata dalla sua naturale funzione di strumento per fare crescere l’impresa. Se ne riparla, finalmente, dopo anni di oblio e di discredito sui valori e i contenuti del lavoro industriale e di primato, nell’immaginario collettivo, per gli uomini che “fanno soldi per mezzo dei soldi”. Due anni fa, un sondaggio condotto da Ipsos di Nando Pagnoncelli per il mio libro “Orgoglio industriale”, rivelava come tra le giovani generazioni, le parole “fabbrica” e “industria” avevano una connotazione negativa e come la maggioranza degli intervistati preferisse lavorare nella finanza, nelle boutique e nelle imprese della moda e perfino in un call center, piuttosto che in un’azienda industriale (qui si usa “piuttosto che” nel suo corretto senso sintattico: “invece che“, contro il cattivo uso che se ne fa come congiunzione). Risultati analoghi in un sondaggio condotto da Assolombarda, un anno dopo. Adesso, le conseguenze della Grande Crisi, la disoccupazione crescente soprattutto tra i giovani, costringe tutti a una riflessione critica. Ieri abbiamo ricordato, su questo blog, le indicazioni di Giuseppe De Rita: basta studiare cose inutili, tornare alla formazione in fabbrica. Oggi, sulla prima pagina del Corriere della Sera, l’editoriale di Dario Di Vico ribadisce il concetto. Lavoro manuale. Nella nuova dimensione che lega il saper fare industrialmente all’abilità di usare le nuove tecnologie. “Artigiano hi tech”, si potrebbe dire. Una felice sintesi di cui proprio noi italiani sappiamo essere capaci e che può fare da leva di sviluppo per il Paese, guardando all’Europa e al mondo. Le nostre imprese manifatturiere (un primato: siamo il secondo paese manifatturiero europeo, dopo la Germania) hanno ricominciato a esportare. Molte, le migliori, le più dinamiche e innovative, investono anche direttamente all’estero. Una via da seguire, anche con adeguate politiche pubbliche di stimolo, industriali e fiscali. Serve una svolta pure per la formazione: rivalutare le scuole professionali. Parli di questo, la politica. Si occupi di questi temi, il dibattito pubblico. Il futuro dei nostri ragazzi ne ha bisogno
Un futuro per le nuove generazioni, riscoprire il lavoro manuale
L'autore: Antonio Calabrò
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