Giovane e precario, un triste destino anche nella dinamica e ricca Milano

Pubblicato 09-04-2011 da Antonio Calabrò in Taccuino

Un giovane milanese su quattro è senza lavoro. E’ il titolo di apertura delle pagine milanesi de @la Repubblica, sulla base dei dati di uno studio della Cgil. Tra i 16 e i 29 anni, la disoccupazione è al 23%, in crescita. In cinque anni, sempre per i milanesi di quella fascia d’età, sono stati persi 130mila posti di lavoro. I dati più allarmanti riguardano il tipo di occupazione. Dal 2008 al 2010 i posti di lavoro a tempo indeterminato sono scesi dal 26 al 17%. Boom del lavoro cosiddetto “parasubordinato” (le collaborazioni con partita Iva, in moltissimi casi veri e propri mascheramenti di rapporti di lavoro, ma senza impegno del datore di lavoro): si è passati dal 15,5 al 19%. In forte rialzo anche gli stage, dal 5,5 al 9% (attività teoricamente di addestramento, in molti casi, in realtà, utilizzo di giovani laureati per lavori di manovalanza intellettuale, che raramente si tramutano in contratti stabili). I contratti a tempo determinato sono più o meno stabili, passando dal 29 al 30%. Eccolo, l’universo delle precarietà, un vero e proprio problema sociale su cui anche la Chiesa ha di recente dato l’allarme, per le sue gravi conseguenze sociali. E se va così nella dinamica e ricca Milano, terra di economia vivace e di buone imprese, altrove in Italia ci sono situazioni anche peggiori. Le aziende, naturalmente, hanno bisogno di flessibilità, nei rapporti di lavoro, per fare fronte alle dinamiche dei mercati internazionali. Ma le regole per evitare che la flessibilità scivoli in drammatica precarietà, non sono state tutte ben definite. E agli sforzi intellettuali e politici di esperti competenti, come Tiziano Treu (ottimo giuslavorista, ma anche sapiente ministro) e di Marco Biagi (un riformista serio assassinato, proprio per questo, dalle Br) non ha corrisposto una intelligente e lungimirante legislazione e una conseguente pratica di attuazione delle norme. Il risultato? La precarietà, che danneggia i giovani, le loro famiglie, il tessuto sociale e le stesse imprese che nella lunga durata e nella fidelizzazione del lavoro avrebbero una buona carta competitiva. Oggi i precari scendono in piazza, in una cinquantina di città italiane, per rivendicare un migliore futuro. Chissà mai che qualcuno, finalmente, li ascolti

L'autore: Antonio Calabrò

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".