«C’è più moralità in un tornio che in un certificato di un hedge fund», ama dire il ministro dell‘Economia Giulio Tremonti, in polemica contro la finanziarizzazione estrema, per sottolineare invece le valenze positive di un sistema fondato sull’equilibrio tra attività manifatturiere, servizi e finanza d’impresa. Economia reale contro economia di carta, la follia speculativa del «fare soldi per mezzo di soldi». Serve una riflessione critica. Sui sistemi di valore, le culture diffuse, le cattive abitudini da correggere. E dunque, di fronte a una Grande crisi che investe le strutture della produzione, degli scambi, delle relazioni geopolitiche tra aree del mondo, vale la pena andare alla radice dei problemi. Leggendo, per esempio, Onestà. Perché l’economia ha bisogno di un’etica, di Hans Küng, teologo attento, da tempo, alle questioni generali dei comportamenti degli attori sociali. Küng non è un moralista, conosce bene le leggi intrinseche dell’agire economico e ne rispetta l’autonomia, «ma questo non significa che il profitto, per quanto legittimo, giustifichi tutti i mezzi, anche l’abuso di fiducia, l’avidità smisurata di guadagno e lo sfruttamento sociale». Onestà, dunque. Un concetto semplice. Come dignità umana. Sistema di diritti e di doveri. Processi di sviluppo, non solo di crescita economica. Privilegiando un’economia di mercato sociale, piuttosto che un’economia pura, sottratta cioè a valutazioni di ordine morale e ispirata solo da criteri efficientisti per la massimizzazione del profitto come valore assoluto. I riferimenti? Quelli di un Manifesto per un’etica economica globale, pubblicato in appendice al volume e firmato da economisti, filosofi, persone d’impresa e di cultura. Bisogna ragionare su regole e valori. Ma anche sugli schemi comuni della psicologia individuale e sociale, come spiega Paolo Legrenzi in I soldi in testa. Psicoeconomia della vita quotidiana, riflessioni per capire cosa c’è dietro il nostro rapporto con il denaro, evitare l’eccesso di fiducia in esperti che fanno gli interessi di finanziarie avide dei nostri risparmi e definire un sistema di aspettative, e di valori, equilibrati nel tempo. Economia. Società. Democrazia. In ballo, c’è anche il grande tema dell’educazione. Martha Nussbaum, in Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, libro fondamentale da rimeditare con impegno, insiste sui rischi di sistemi formativi orientati al risultato economico, al successo, al profitto, lasciando da parte gli stimoli per una cultura critica, aperta, in grado di porre le persone, fin dall’infanzia, in condizione di costruire una propria idea del mondo. Servono, la cultura classica, la poesia, la letteratura, a generare processi tecnologici d’avanguardia e crescita economica? Non direttamente. Meglio ingegneria e informatica. Ma così facendo (tendenza diffusa purtroppo anche negli Usa, in Europa, nella grande democrazia indiana dimentica di Tagore), si compromettono le basi della democrazia e delle libertà. Si pregiudica, in fin dei conti, la stessa qualità dello sviluppo equilibrato, sostenibile, fondato sui diritti umani. Bisogna combattere il Finazcapitalismo, spiega Luciano Gallino. E cioè un sitema, centrato sulla finanza più spregiudicata, che «estrae valore» dall’ambiente, dalla cose e dal lavoro delle persone, piuttosto che «produrre valore». Una patologia dell’accumulazione finanziaria che travolge istituzioni, società, umanità.
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 15 aprile 2011 www.ilmondo.rcs.it