Hanno una vita, le cose, «se riusciamo a riconoscere in ognuna di esse la natura di res singularis investita di intelligenza, di simboli e di affetto, se allarghiamo il nostro orizzonte mentale ed emotivo evitando di perdere la consapevolezza dell’insondabile profondità del mondo, degli altri e di noi stessi». Se, insomma, «passiamo dall’esibizionismo del logo e dalla cultura dello spreco a un rapporto sobrio ed essenziale con le cose». Remo Bodei è uno dei maggiori filosofi contemporanei. E in La vita delle cose suggerisce uno sguardo particolare sulla realtà che ci circonda, dando luce alla trasformazione degli oggetti in, appunto, cose. Lo fa in un libro essenziale, illuminante, denso di rimandi ad Aristotele e Adorno, Baudrillard e Benjamin, Bloch e Braudel, Cartesio e Croce, sino a Dante, Freud, Omero, Rilke, Van Gogh e Warhol, con pagine straordinarie dedicate a Spinoza e ai quadri di Rembrandt interpretati da Georg Simmel. Bodei parte dall’etimologia di cosa e cioè il latino causa, ciò che riteniamo talmente importante da mobilitarci in sua difesa e nota, ancora, come res, il nome di cosa in latino, conservi la stessa radice del greco eiro, parlare, come del latino rhetor e rimandi dunque all’idea di ciò di cui si discute perché ci coinvolge. Cose cui dare e che ci danno valore, ci aiutano a definire il mondo e noi stessi. «Le cose ci inducono, agonisticamente, a innalzarci al di sopra dell’inconsistenza e della mediocrità in cui ricadremmo se non investissimo in loro, tacitamente ricambiati, pensieri, fantasie e affetti». E vivono «se siamo capaci di riconoscere, in ciò che ci sta a cuore, la sua storia in rapporto all’uomo e la sua provenienza in rapporto alla natura». Eccellente filosofia contemporanea. Anche i vestiti sono cose, da questo punto di vista. Se non sono straccetti dell’effimero modaiolo, ma simboli, scelte d’identità, d’amore, di senso. Per capire, vale davvero la pena leggere L’abito fa il monaco di Alberta Marzotto. Frammenti alla Barthes, per parlare di «vestimento e comportamento, modo e maniera, estetica e cultura, arte e commercio». Una sorta di dizionario selettivo e leggero (alla Calvino, naturalmente), che comincia con abbondanza (per suggerire, con Irene Brin, di dissimularla, lezione contro l’esibizionismo cafone e prepotente oggi fin troppo diffuso), e finisce con Ysl, l’eleganza straordinaria di Yves Saint Laurent, «che ha sempre dimostrato che di meno è di più e che anche il barocco si può fare senza eccesso: in quest’epoca di disperata cacofonia, una lezione da ricordare». Tra le pagine, le scelte di stilisti prediletti (Azzedine Alaïa, Martin Margiela, Armani, Chanel, Givenchy che veste quel capolavoro di Audrey Hepburn-Sabrina, e pochi altri) e l’ironia sul bling bling dell’apparire vistoso e pacchiano, molto cafonal e kitch senza alcunchè di chic. Belle le pagine dedicate al rapporto tra moda e arte, con omaggio a Miuccia Prada. Un ragionamento che, appunto, si può continuare con Il corpo nell’arte contemporanea di Sally O’Reilly, ricco di immagini, testimonianze e acute considerazioni sulla ricerca di linguaggi per esprimere la nostra controversa e disagiata modernità. E, perché no?, con Donne nude di Altan, disegni che qui non si raccontano, ma che è indispensabile andare a guardare, sino al dissacrante sarcasmo di una frase come questa: «Glielo ripeto alla mia bambina: donna è bello, ma donna bella è più funzionale». Omaggio al maestro morale.
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 1 aprile 2011 www.ilmondo.rcs.it