“Bamboccioni”, si è detto di loro. Adulti che non vogliono smetterla di essere adolescenti, vivono con i gentori, rinviano l’assunzione di responsabilità della maturità. La definizione aveva suscitato polemiche. Adesso si può ragionare su alcuni dati. Eccoli. Uno studio dell‘Isfol (l’istituto per lo sviluppo della formazione professionale, dipendente dal ministero del Lavoro) ci informa che in Italia quasi un trentenne su due vive in casa con i genitori (il 47,7% degli uomini, il 32,7% delle donne. I dati della Ue (per i 27 paesi membri) parlano di una media del 32% di uomini e del 19,6% di donne. Italia in coda, insomma, con Grecia, Spagna e Portogallo (la forza attrattiva negativa della famiglia latina….). Il guaio è che si resta a casa per limiti del mercato del lavoro, per carenza di opportunità economiche che garantiscano una reale autonomia, una possibilità concreta di cominciare a essere padroni del proprio destino. La conferma sta nei dati forniti nei giorni scorsi dalla Banca d’Italia: due milioni di ragazzi, tra i 15 e i 29 anni, che non studiano e non lavorano, un gigantesco spreco di capitale umano, di risorse e di energie potenzialmente innovative, creative. Ancora una conferma sta nei dati sulla diminuizione delle nuove iscrizioni negli atenei italiani, sintomo di delusione dei giovani che rinunciano ad affidare a una buona formazione le proprie possibilità di lavoro e di affermazione professionale e sociale (ne abbiamo parlato in un blog dell’8 marzo). In sintesi: esiste una vera e propria “questione generazionale”, segnata da sfiducia, scarso senso del futuro, carenza di prospettive. Un vero e proprio problema sociale che dovrebbe stare in cima alle priorità di una classe dirigente che si rispetti. Proprio su questi temi, infatti, si gioca la vera competizione internazionale tra sistemi Paese. Sul capitale umano. Sull’istruzione. Sulla formazione di qualità. Guardiamo ancora altri dati. L’India si pone come obiettivo del 2025 (un domani molto vicino, che va preparato oggi) quello di avere 30 milioni di studenti universitari (oggi sono 12,5 milioni). La Cina si prepara a passare dal milione di studenti del 1998 ai 36 milioni entro i prossimi dieci anni. Analoghe le tendenze in Brasile, per citare tre dei quattro paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina, appunto, secondo la definizone coniata alcuni anni fa da Goldman sachs), le aree di più intenso e dinamico sviluppo economico. E in Italia? Fuga dall’università. Rinuncia a cercare lavoro. Precarietà occupazionale. Rifugio lungo a casa di mamma e papà. In altri temini, un vero e proprio declino
Le incertezze sul lavoro e sulle prospettive di reale autonomia impoveriscono il Paese, mentre diminuisce il numero degli iscritti all’università. Tutto il contrario di quel che avviene in nazioni che giocano la carta dei laureati per uno sviluppo migliore
Un trentenne su due, in Italia, vive ancora con i genitori, un altro dato che conferma una grave questione giovanile
L'autore: Antonio Calabrò
|
|
Il blog di Antonio Calabrò -
Segui Antonio Calabrò su Twitter -
Facebook -
LinkedIn
|