Al di là delle notizie di stretta attualità, la lettura dei quotidiani del mattino regala una bella inchiesta del @Corriere della Sera (solo sulle pagine milanesi, purtroppo; ma chi vuole può ritrovarla nell’edizione on line del quotidiano). Il titolo è: “Sono maestro e resisto”. La storia esemplare da cui si parte è quella di Roberto Buoli, insegnante alla scuola elementare di via Crocefisso, in cattedra dal 1973. Seguono altri racconti, densi di passione, impegno per insegnare, senso di responsabilità culturale e civile, collaborazione tra maestri e maestre per fare crescere bene i bambini. Maestri in estinzione, comunque. Solo solo il 3,8% alle elementari di Milano. “Quarant’anni fa, quando ho iniziato – racconta Buoli – non era così: questo lavoro era gratificante, socialmente ed economicamente, i colleghi erano il 20% dell‘organico: oggi, su 40 docenti, gli uomini siamo solo in due, entrambi in età“. Perché? Il Corriere spiega: progressiva perdita di prestigio sociale e stipendi insufficienti per chi ha figli da mantenere, condizioni difficili, soprattutto per un uomo”. Tutte maestre, dunque. E in una scuola che affronta problemi sempre maggiori (compresa la presenza di bambini di varie nazionalità, culture e religioni) con mezzi sempre più scarsi. La “femminilizzazione” della scuola, naturalmente, non è in sé negativa. E le maestre sono bravissime (quando lo sono) come i colleghi maschi. Ma la scomparsa di figure maschili priva la scuola elementare, e dunque i bambini, di doppi riferimenti. C’è stato un tempo in cui “maestro” era parola importante. Al di là del genere. Perché appunto coesistevano maestri e maestre. E la scuola pesava. Maestra era mia nonna Lucia, la maestra di generazioni di bambini a Caronia, in Sicilia. Due maestri hanno dato con contributo fondamentale alla mia educazione, fin da bambino: il maestro Vicari in terza elementare, il maestro Aiello in quarta e in quinta, a Palermo (ricordarli, con il loro nome, è omaggio alla memoria, grato e profondo). Maestri colti, bravi, competenti, severi e amorosi. Figure forti, cui guardare con ammirazione, con quello spirito di paragone ed emulazione indispensabile allo sviluppo di un bambino (e altri ottimi insegnanti sarebbero seguiti, in una scuola comunque capace di fare formazione. Un uomo, d’altronde, è anche i maestri che ha avuto…). Ci sono stati maestri esemplari pure nell’immaginario nazionale. Il maestro Alberto Manzi, dagli schermi della prima Tv, che negli anni Cinquanta, con la trasmissione “Non è mai troppo tardi” insegnava a leggere e a scrivere a italiani analfabeti e capaci di esprimersi solo in dialetto. Il maestro Mario Lodi. Il maestro Gianni Rodari, che poi da giornalista e scrittore per bambini, ha fatto crescere bene generazioni di bambini, ragazzi e, perché no?, genitori, con la sua “Grammatica della fantasia” e le “Favole al telefono” (libri essenziali ancora oggi). Il maestro Danilo Dolci, arrivato in Sicilia a insegnare grammatica, sintassi e diritti civili ai siciliani dei quartieri più poveri. E il maestro don Lorenzo Milani, che con la sua “Lettera a una professoressa” ha rivoluzionato il modo di pensare la scuola (anche lui, da rileggere con attenzione e passione civile). Di maestri così, oggi avremmo ancora un grande bisogno. Soprattutto oggi
Un’inchiesta del Corriere della Sera su una figura, i “maschi”, in estinzione nella scuola elementare. Peccato. Ricordare i buoni esempi del recente passato
Mestieri da salvare, i maestri. Aiutandoli a essere buoni maestri
L'autore: Antonio Calabrò
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