«Non si tratta di conservare il passato, ma di mantenere le sue promesse».La frase di T.W. Adorno, uno dei più grandi intellettuali del Novecento, fa da esergo dell‘ultimo saggio di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo, stottotitolo denso di polemica: Saggio sulla libertà di non studiare. Ed è proprio il riferimento alle relazioni tra passato e futuro a dare il senso a ogni riflessione sul «patto generazionale», sui legami fra educazione, cultura di comunità, spirito di legalità e formazione critica delle nuove generazioni, in cerca di memoria, ma anche di originale protagonismo. Valori chiave, naturalmente. Condensati nella Costituzione, di cui tanto si parla e la cui attualità sta proprio nello sforzo a «mantenere le promesse» fatte nella stagione della sua scrittura e della sua approvazione, nel 1946. Promesse, appunto, in buona parte non realizzate. O stravolte. È ruvido, il libro della Mastrocola. Abbatte i luoghi comuni (anche «politicamente corretti») sulla presunta eguaglianza nello studio. E insiste su libertà e responsabilità. Non si tratta tanto di andare tutti a scuola, con indifferenza (viene in mente il monito di Gramsci: «Odio gli indifferenti»). Ma di giocare sullo spirito critico, la volontà di scegliere con competenza e passione un’educazione e un mestiere da fare con orgoglio (belle le pagine sulla rivalutazione del lavoro manuale), il gusto di usare la scuola come luogo di reale formazione. Studio come scelta, con parità di opportunità. Insegnamento come missione civile. Rieccoci, appunto, alla Costituzione. I percorsi formativi hanno molto a che fare anche con la comprensione critica dello «spirito della legge», della legalità, base fondamentale di convivenza sociale. Come documentano Anna Maria Giannini e Roberto Sgalla, in Giovani e legalità, un’acuta raccolta di saggi (con contributi di Pietro Grasso e don Luigi Ciotti) sulla costruzione del senso civico e sul recupero dei valori delle norme e dei comportamenti condivisi, guardando soprattutto alle nuove generazioni, tentate da anomie e violazioni, individuali e di massa, delle regole. Eppure, ci si può ritrovare, nel mondo dell’etica e delle regole, muovendosi con intelligenza e sensibilità, anche da tifosi, come racconta Pietro Scaglione, giovane scrittore, nel suo romanzo d’esordio, Palermo nel cuore, storia brillante e sapida di quattro amici e della loro educazione sentimentale e sociale da appassionati di calcio, in una città che può usare anche lo sport come leva possibile di riscatto, fuori dall’universo cupo della violenza. E proprio da un’isola drammaticamente segnata dalle prepotenze e dall’illegalità della mafia può venire una lezione valida per tutto il Paese.
La riprova sta nelle pagine di Per questo mi chiamo Giovanni, di Luigi Garlando, prima edizione nel 2004, opportuna ristampa adesso: storia di un padre e di un figlio, chiamato appunto come Giovanni Falcone, in viaggio nei luoghi in cui i boss decretarono la morte di alcuni dei migliori funzionari dello Stato. Vite stroncate. Ma non spese invano. Molti di quei boss sono in galera (anche se tanti altri spadroneggiano, purtroppo ancora impuniti). Ma la testimonianza dei Falcone, dei Borsellino, dei Cassarà, dei Costa, dei Chinnici e di tanti altri resta viva e vitale. Dando corpo anche a buoni libri. Da leggere, soprattutto nelle scuole. A proposito di quella buona educazione che non dovrebbe affatto «togliere il disturbo».
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 25 marzo 2011 www.ilmondo.rcs.it