“Il Nord senza il Sud sarebbe più debole”, scrive oggi su @La Stampa Marco Alfieri, documentando come il Mezzogiorno sia un mercato da 20 milioni di persone e compri oltre un terzo dei prodotti fabbricati nel Nord. Tralasciando di approfondire tutte le questioni storiche dell‘interdipendenze (compreso lo straordinario contributo di mano d’opera e di energie intellettuali arrivate nelle regioni industriali dal Sud, dagli anni Cinquanta in poi) ed evitando l’inutile spirito rivendicazionista del Sud (per non dire dello stupidario neo-borbonico e delle nostalgie e ansie di rivalsa prive di fondamento), vale la pena riflettere su alcune cifre fornite da Alfieri sul quotidiano torinese. Eccole. La cifra trasferita ogni anno dal Centro Nord al Sud come residuo fiscale, 45 miliardi, finanzia importazioni nette da Sud verso Nord per 62 miliardi e per 13 miliardi dall’estero, come calcola Paolo Savona, uno dei più autorevoli economisti italiani. E cioè, in altri termini, le tasse pagate dal Nord e finite al Sud determinano, alla fine del giro, un vantaggio economico del Nord maggiore delle cifre pagate. Perché il Nord è un’area produttrice e il Sud un’area di consumo, che compra oltre un terzo di tutta la produzione del Nord. Per fermarci solo alla Lombardia, il valore dell‘export interno è pari al 53% del Pil della Regione. In altri termini, le due Italie vanno insieme, anche se in una sintesi assolutamente distorta. Per crescere bene, in modo equilibrato, infatti, il divario tra le aree di produzione e le aree prevalenti di consumo, grazie alle disponibilità determinate da spesa pubblica, andrebbe assolutamente ridotto. E proprio il Sud dovrebbe essere messo – e soprattutto mettersi – in condizione di partecipare maggiormente alla formazione del Pil. Ruolo del Sud e per il Sud, dunque. Un’area ricca di risorse umane, di energie intellettuali, anche di grande vigore morale e civile (come dimostrano persone e movimenti impegnati a combattere la criminalità organizzata, vera palla al piede dello sviluppo). Servono, naturalmente, anche investimenti. Ma gli investimenti pubblici nel Sud sono diminuiti di 10 miliardi all’anno, nel decennio 1998-2008. E 25 miliardi di fondi Fas (i fondi europei per le aree da sviluppare) sono stati sottratti al Sud per finanziare altre scelte di governo, dal taglio dell‘Ici al sostegno della cassa integrazione, per imprese in gran parte settentrionali. Non si tratta di ragionare su tali cifre per alimentare contrapposizioni, vittimismi, rivendicazionismi. Ma per riflettere sulle interconnessioni e dunque definire politiche unitarie di sviluppo, per pensare con intelligenza alle implicazioni del federalismo. Scrive La Stampa: “Il Nord non ha futuro se si arrocca sopra il Po, se vince la logica del localismo sopra e sotto Roma (la deriva dei mille mezzogiorni. E se il Paese non sa più pensare il Sud, non riesce nemmeno ad avere una politica del Mediterraneo e quando brucia il Maghreb rimane senza parole”. L’Italia va pensata tutta insieme. Non solo nelle riflessioni del giorno della Celebrazione. Ma nella quotidianità di una politica intelligente e lungimirante
Riflessioni sui 150 anni dell’Unità nazionale, a proposito dell’irrisolta questione meridionale
Le interdipendenze Nord-Sud, tra fisco, produzione, lavoro, consumi
L'autore: Antonio Calabrò
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