Anche La Hune, luogo simbolo per i lettori francesi, cede il posto a un negozio d’abbigliamento di lusso, nel Quartiere Latino. Nulla da dire contro la moda. Ma battiamoci per la buona cultura

Librerie in crisi anche a Parigi e negli Usa. Ma libertà e dignità stanno nelle parole ben scritte, non nei bei vestiti

Pubblicato 12-03-2011 da Antonio Calabrò in Taccuino

Apro i giornali e leggo che una libreria di culto di Parigi, La Hune, a Saint Germain des Près, proprio accanto ai caffè e ai bistrot frequentati da Sartre, Simon de Beauvoir e dagli altri grandi della cultura francese, si avvia a chiudere i battenti, per lasciare il posto a un negozio di abbigliamento di lusso. Si trasferirà altrove, in un negozio più piccolo, in una strada meno prestigiosa. La notizia (sulle pagine de @la Repubblica) è di quelle che ti mettono di cattivo umore. Penso ai libri, alle “parole che fanno vivere” di Paul Eluard, all’educazione sentimentale che in tanti abbiamo avuto dal piacere del leggere, alla scuola di dignità e libertà che passa dalla letteratura, dalla saggistica di qualità. E rimugino con malinconia a quei luoghi in cui sfogliare libri (attratti da una copertina, dalla nitidezza di un carattere tipografico, dalla piacevole gentile ruvidezza della carta, oltre che naturalmente dal gusto delle parole ben scritte e ben stampate)… a quei luoghi che vengono sostituiti da posti in cui comprare borsette e cappellini, scarpette e straccetti firmati, giacchette e golfini, per signore e signori in perenne permanenza in una frenetica fiera delle vanità. Penso, insomma, al degrado. Lo dico subito a scanso di equivoci: so bene che anche la moda è cultura. Che nella costruzione del gusto (e dunque della libera identità, della personalità) Coco Chanel e Armani hanno avuto e hanno un ruolo di tutto rispetto. Che abbigliamento di grandi stilisti e design sono espressione alta di creatività e dunque di libertà. E che può non esserci affatto contraddizione tra il piacere di un pullover di Cucinelli, un giubbotto Fay, una sciarpa Loro Piana, un paio di sandali di Manolo Blahnik o di Jimmy Choo o una borsa Hermes e l’abitudine a leggere Baudelaire, Soriano, Erri De Luca, Taibo, Posner, Zakaria e mille altri buoni autori. So che Proust amava il suo cappotto, oltre che la sua penna. E che moda e letteratura sono un buon binomio di intelligenza e qualità. Ma appunto per questo mi dispiace sapere che le librerie spariscono per lasciare il posto alle boutique di abbigliamento. Occorre, dunque, reagire. Il Comune di Parigi ha messo in campo una politica commerciale per lasciare spazi alle attivita’ culturali. Altre grandi citta’, nel mondo, si stanno attrezzando. Ma tocca anche a noi lettori darci da fare. Per difendere le librerie, anche le piccole librerie indipendenti, da Parigi a Milano, da Roma a Palermo ed evitare che vengano scalzate e travolte dalle boutique. Ne va, appunto, del nostro piacere, della nostra liberta’

L'autore: Antonio Calabrò

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".