Giovanni Sollima suona “Spasimo” per le strofe di Cees Noteboom, sintesi originale di musica e letteratura. La creatività è avere radici e non temere confini, di luoghi e di generi. Come gli italiani migliori hanno sembre fatto

La cultura italiana è un violoncellista siciliano che accompagna i versi di un poeta olandese in un teatro di Pordenone

Pubblicato 11-03-2011 da Antonio Calabrò in Taccuino

Sfogliare i quotidiani al mattino, nel silenzio delle prime ore del giorno consente talvolta di ragionare, felicemente, su aspetti originali della nostra identità, della nostra creatività. E mentre nelle orecchie risuona l’eco fastidiosa delle polemiche corrive sull’identità nazionale e sul senso delle feste per i 150 anni dell‘Unità (la Lombardia che decide di farsene una sua, di festa…), ecco che sulle pagine del Corriere della sera capita di leggere un bell’articolo che racconta che stasera, al teatro comunale “Giuseppe Verdi” di Pordenone, uno dei migliori musicisti italiani, Giuseppe Sollima, eseguirà “Spasimo”, composizione per violoncello, in accompagnamento dei versi di un grande poeta europeo, l’olandese Cees Noteboom. Giocando con le origini, la testa ci fa dire che Sollima è siciliano d’origine, figlio di uno degli intellettuali che più hanno lasciato il segno sulla cultura musicale palermitana. E lo Spasimo è una ex chiesa di Palermo, che ospito, negli anni dello splendore, un dipinto di Raffaello, fu lasciata in abbandono e poi recuperata, luogo magico per concerti, rappresentazioni teatrali e discussioni. Sollima ha suonato a New York e in Tunisia, ha composto ed eseguito musiche in cui il senso delle origini, la forza delle radici mediterranee, gli hanno consentito di “volare” sui palcoscenici del mondo. Adesso è a Pordenone. E lavora per uno straordinario incrocio di note e parole, colonna sonora dei versi di un poeta che mediterraneo non è, Notebooom, appunto. Dove? In una città del Nord Est, verso la frontiera che si apre in direzione della Mitteleuropa. Eccolo qua, il senso della cultura italiana. Confronti, incroci, mescolanze, ibridazioni. Identità definita non in modo chiuso e gretto, ma con un processo di dialogo. Io sono io perché c’è un Altro che mi definisce. Di questo complesso processo, noi italiani siamo stati testimoni e protagonisti, nei secoli. Lo siamo ancora oggi. La storia di Sollima è solo un esempio. Un ottimo esempio. Un’infinità di altri, se ne potrebbero fare. Sfiggenmdo dunque ai provincialismi ignoranti, agli egoismi sconsiderati. Cultura italiana è sempre stata aprirsi al mondo. Il resto, è povertà di spirito e colpevole ignoranza

L'autore: Antonio Calabrò

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".