«L’ America è in declino», sostiene Fareed Zakara, sull’ultimo numero di Time. E cita, a conferma, l’appannarsi del primato internazionale e la caduta degli Usa al decimo posto del Prosperity index del Legatum Institute, che misura ricchezza e qualità della vita. «No, gli Usa sono ancora il numero uno», controbatte, dalla stessa sede, David Von Drehle, ribadendo la forza del modello americano. Al centro del dibattito, i controversi giudizi sulle politiche interne ed estere dell’amministrazione Obama. Alle speranze iniziali, subito dopo la conquista della Casa Bianca nel 2008, è succeduta la delusione per le riforme mancate e i limiti nell’affrontare la crisi economica ancora in corso. Qual è, davvero, oggi, il panorama dell’opinione pubblica americana, nei giudizi verso il presidente? Lo raccontano, in un reportage di qualità, documentato e ricco di voci e dati, Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, giornalisti di lungo mestiere, da un decennio attivi negli Usa. Obama dimezzato, dicono, descrivendo la corsa verso le elezioni presidenziali del 2012, per cui già si muovono possibili candidati democratici (a cominciare ha Hillary Clinton) e un nugolo di candidati repubblicani, forti dei consensi ottenuti alle elezioni di mid term, in cui Obama ha perso la metà dei parlamentari del Congresso. Sotto accusa, le politiche economiche e fiscali e parte della politica internazionale, dal pantano del Medio Oriente allo scandalo delle rivelazioni di Wikileaks. Ma Obama è ancora in piedi. E la partita politica è ancora tutta la giocare, documentano Cometto e Maggi. Il dibattito politico, naturalmente, non riguarda solo gli Usa. Sotto osservazione, anche in altri Paesi occidentali, ci sono tutti i nodi dei rapporti tra politica ed economia, tra democrazia liberale e capitalismo, di cui gli Usa sono termometro patricolarmente sensibile. Questi temi stanno al centro della riflessione di Massimo Terni in La mano invisibile della politica. Pace e guerra tra Stato e mercato, analisi affascinante sulle modifiche delle relazioni tra i tradizionali poteri statali e la forza sovranazionale delle grandi imprese globali, in un contesto in cui i cittadini (con i loro diritti e le loro responsabilità) vengono degradati a consumatori. Siamo di fronte alla Crisi delle democrazie capitaliste per dirla con il titolo di un ottimo saggio di Richard A. Posner, giurista ed economista americano di robusto spessore: la crisi degli ultimi anni Duemila ha radici nella politica e nei limiti del sistema delle regole, di cui hanno approfittato gli speculatori finanziari, protetti dalle ideologie del mercatismo e del contrattualismo.
Bisogna ripensare le relazioni tra poteri pubblici e attori dell’economia, riscoprendo l’attualità del pensiero di John Maynard Keynes e ribadendo il potere della legge sugli arbitri dei finanzieri d’assalto. Altrimenti, addio democrazia. Una soluzione analoga sta nel recuperare Lo spirito di Filadelfia, come suggerisce uno dei più lucidi politologi francesi, Alain Supiot. E cioè tornare a quella dichiarazione del giugno 1944 sulla necessità di costruire un nuovo ordine internazionale non più fondato sulla forza, ma sul Diritto e la giustizia. Le durezze del mercato totale vanno affrontate guardando alla giustizia sociale. Utopia? No. Memoria di una buona strategia politica. E ambizione di ridefinire nuove regole di convivenza morale e civile. Strada impervia. Ma non impraticabile.
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 18 marzo 2011 www.ilmondo.rcs.it