La lettura dei giornali del mattino stimola riflessioni e sintesi trasversali, tra le notizie. @Il Sole24Ore pubblica due pagine molto interessanti su un “forum” tra Bill Emmott, ex direttore di “The Economist” e Marco Fortis, economista, vicepresidente della Fondazione Edison, sul “made in Italy”. Ne emerge un documentato ritratto di un grande paese manifatturiero, il quinto al mondo, il secondo in Europa dopo la Germania, con una robusta competitività internazionale, trainata soprattutto dalle imprese del Nord Ovest (chi legge questo blog ne ha avuto spesso testimonianze e documentazione). Un’Italia da meritato “orgoglio industriale”. Ma questa nostra eccellenza economica e sociale ha eccessivi vincoli, insopportabili freni. In eccessi di burocrazia e in vecchie leggi, peraltro mal applicate (la giustizia civile e amministrativa scarsamente efficiente è un problema da risolvere con urgenza). Pesano anche questioni legate alla formazione e a un mercato del lavoro distorto, che mette in difficoltà sia le imprese sia le nuove generazioni in cerca di occupazione. Le riforme necessarie non si fanno. Insomma, l’industria italiana è forte e vitale. Nonostante la competitività frenata da mille vincoli (ricordate i “lacci e lacciuoli” denunciati moltissimi anni fa da Guido Carli?) e mille limiti. Ma quanto a lungo potrà esserlo, in un mondo in cui tanti corrono, produttivamente, meglio e più di noi, come sistemi-Paese? Finisci di leggere IlSole24Ore, prendi in mano gli altri quotidiani, ti fermi sulle cronache del maltempo e scopri che una delle aree industriali più dinamiche, quella di Casette d’Ete nelle Marche, fitta di buone imprese della calzatura e dell‘abbigliamento (la patria di Tod’s di Diego Della Valle) è stata devastata dalle piogge e dal maltempo. Morti. Allagamenti. Danni enormi. E pensi che l’incuria del territorio è un’altra delle cause generali che mettono in difficoltà le imprese, le persone che lavorano. Era successo non molto tempo fa nel Nord Est. Ma anche in Toscana. E in aree industriali della Campania. La competitività italiana è una dimensione generale, che lega (che dovrebbe legare, meglio) capacità industriale, infrastrutture, difesa del suolo, buon governo del territorio. Non occuparsi di tutti questi temi aggrava i problemi del nostro sviluppo. Ci fa crescere poco e male. Nonostante l’impegno intelligente e generoso di chi lavora
Un paio di giorni di pioggia molto forte devastano il distretto delle calzature e dell’abbigliamento nelle Marche. Territorio fragile. Anche il dissesto ambientale frena la competitività
Burocrazia e vecchie leggi frenano il made in Italy. E ci si mette anche il maltempo
L'autore: Antonio Calabrò
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