Del giornalismo è uno dei generi più affascinanti, seguiti, mitizzati: la corrispondenza di guerra, il reportage «dal nostro inviato» al fronte. Lavoro difficile, rischioso, eppur essenziale: dare conto della vita e della morte, della forza della vittoria e del dolore della sconfitta, insomma raccontare il farsi della storia proprio nel topos considerato esemplare, il teatro della battaglia, appunto. Specchi di guerra. Giornalismo e conflitti armati da Napoleone a oggi è il titolo del saggio di Oliviero Bergamini, giornalista e con competenza e solida documentazione, sui reportage bellici, partendo dall’esemplare cronaca della carica dei Seicento di William Russel per The Times, passando dalle corrispondenze di Luigi Barzini sulla guerra russogiapponese del 1905 e di Ernest Hemingway sul conflitto civile spagnolo ai resoconti della seconda guerra mondiale e ai servizi tv sul Vietnam (che ebbero un’influenza decisiva nella scelta Usa di chiudere, pur perdendo, il conflitto), sino alle guerre recenti, in Afghanistan e in Iraq. L’indagine di Bergamini non si ferma alle grandi firme ma approfondisce i contesti dell’evoluzione dei media e dei loro rapporti con l’economia e la politica, mostra l’impegno dei governi e dei comandi militari per condizionare l’informazione e lo sforzo dei giornalisti per raccontare, con scrupolo, fatti e retroscena. E guardando all’attualità, rivela come la spettacolarizzazione delle news voluta dalle imprese tv possa fare da ostacolo per un’informazione attendibile, seria, di qualità. E Internet e tutto lo strumentario delle telecomunicazioni digitali in rete? Consente grandi spazi di libertà e di racconto. Ma pone questioni critiche: se chiunque può mettere immagini e parole in rete, al di fuori dalla struttura dei media professionali, chi garantisce che si tratti di informazione e non di propaganda di parte? E chi, al di là dei resoconti dei fatti, parziali, unilaterali, può spiegare i contesti in cui collocare i fatti?
Il buon giornalismo, qualunque sia il mezzo, deve parlare non solo dello «spettacolo della guerra», ma dei suoi motivi, dei costi, delle conseguenze. Buoni reportages, in questo senso, sono quelli di Mario Soldati in Corrisponenti di guerra, articoli scritti dal 1943 al 1947 per l’Avanti! e l’Unità sulle truppe italiane in battaglia accanto agli Alleati, contro nazisti e fascisti: storie di dignità militare e civile, belle pagine sulla Resistenza in grigioverde. Ottimi anche i reportages di Ryszard Kapuscinski dalla Palestina, dal Sud America e dal Mozambico, riuniti in Cristo con il fucile in spalla: voce data ai «giovani ribelli dei paesi del Sud oppressi da regimi disumani e assassini». Al di là della complessità delle pagine sul Medio Oriente, sono da leggere le cronache sul Salvador e il Guatemala, punti di vista inediti e di grandissima efficacia comunicativa, ispirata da una profonda pietas. Foto di guerra sono al centro di Diplopia, sguardo doppio, di Clément Chéroux. Foto particolari, quelle dell’11 settembre 2001 a New York.
Immagini di una tragedia. Ripetute sui media di tutto il mondo. Ossessive. Nubi di fumo, a New York, evocando Pearl Harbour. Bandiera americana issata sulle macerie, citazione della foto di Joe Rosenthal del 1945 con i marines e la collina di Iwo Jima. Ripetizione e citazione sono una scelta retorica. Utile, per il patriottismo. Forse meno, per una buona informazione critica.
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 4 marzo 2011 www.ilmondo.rcs.it