Le lettura dei giornali del mattino, tra le tante cose (a cominciare dall’intelligenza del cuore di Benigni nel farci riscoprire il valore dell‘Inno d’Italia), ci regala una buona notizia. “L’industria riparte grazie al traino dei mercati esteri”, scrive@Il Sole 24Ore. “L’export tira fatturato e ordini, mai un balzo così dal 2001″, titola @la Repubblica. L’Istat, infatti, calcola che il fatturato dell‘industria italiana nel 2010 è cresciuto del 10,1% rispetto all’anno precedente, che gli ordinativi sono cresciuti del 13,9% (dopo il disastroso -22,4% del 2009) e che a fare da traino è stato soprattutto l’export (+16%), mentre il mercato interno (+7,7%) fa più fatica. L’industria, comunque, mostra segnali di ripresa, soprattutto per la metallurgia, la meccanica e la chimica. Segnali deboli, naturalmente. E corso delle cose influenzato dal boom dei prezzi delle materie prima. Ripresa, insomma, da consolidare. Testimonianza, in ogni caso, di quanto sia importante, per lo sviluppo italiano, la nostra industria manifatturiera, anche se spesso scelte politiche e valutazioni dell‘opinione pubblica non se ne rendono conto. Siamo il secondo grande paese manifatturiero d’Europa, dopo la Germania, ma il nostro “orgoglio industriale” è carente, purtroppo. Se l’industria cresce, l’Italia nel suo complesso arranca. Tra i paesi Ocse, è quello in coda all’elenco, con una crescita bassissima, l’1,3% appena. Perché? L’industria è produttiva e competitiva anche sui mercati internazionali, il resto dei settori italiani invece no. Le nostre imprese vanno all’estero, esportando e investendo. Le imprese estere, invece, non vengono in Italia (sul @Corriere della Sera c’è un’interessante tabella che vede l’Italia penultima, subito prima della disastrata Grecia, nell’attrazione di investimenti internazionali). La nostra pubblica amministrazione è lenta e carente, malata di eccesso di burocrazia (e di corruzione diffusa). La nostra scuola forma poco e male il nostro “capitale umano” (un grave handicap, in stagioni di primato della cosiddetta “economia della conoscenza”). Le nostre infrastrutture fisiche (strade, ferrovie, porti, aeroporti) e immateriali (a cominciare dalla “banda larga”) sono inadeguate. La giustizia (soprattutto quella civile e amministrativa) non assicura certezza nel rispetto dei contratti e degli accordi d’affari. Il sistema delle relazioni industriali è antiquato. E molti settori economici sono al riparo dalla dinamica della concorrenza (scarse liberalizzazioni, a cominciare dai carenti servizi pubblici locali). A peggiorare il quadro, ci sono tutti i limiti dell‘economia sommersa, in nero, illegale, che frenano la competitività delle buone imprese e l’Italia nel complesso. Questioni note. E inadeguatamente affrontate, da troppo tempo, dai decisori politici. L’industria, insomma, fa quel che può. Poco, comunque. I freni allo sviluppo restano enormi
Il miglior risultato dal 2001, ottenuto soprattutto grazie alle esportazioni. Ma è l’Italia nel suo complesso ad avere scarsa competitività e a crescere meno di tutti gli altri paesi dell’Ocse
Boom del fatturato dell’industria italiana, ma l’economia arranca. Ecco perché
L'autore: Antonio Calabrò
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