Leggere la storia d’Italia attraverso i volti dei personaggi della cultura e dello spettacolo, attraverso la trasformazione dei luoghi e degli oggetti che abitano le nostre case, attraverso la televisione. E scoprire o meglio riscoprire un Paese in cui convivono modernità accelerata e arretratezze di sistema ma in cui, comunque, si afferma un robusto spirito di innovazione, di creatività contemporanea. Lo si può fare, efficacemente, sfogliando le pagine di una rivista come Abitare, il cui mezzo secolo di vita è raccontato in un libro, curato da Mario Piazza, il cui titolo parla di «50 anni di design: case, architetture, oggetti, fotografie, mode, viaggi». Design, appunto. Una creatura squisitamente italiana, che rende belle le cose d’uso quotidiano e che cerca di sposare estetica e funzionalità, in una lavatrice, una sedia, una radio, una lampada. «Le mani e le idee già si muovono e lavorano, in fabbriche, studi di architetti, lavoratori artigiani», come racconta una grande attrice, Luciana Curino, in uno spettacolo straordinario, in scena a Milano, al Piccolo Teatro, dedicato a sei grandi designer, Achille Castiglioni, Vico Magistretti, Marco Zanuso, Ettore Sottsass, Roberto Menghi e Vittoriano Viganò, figure rappresentative di una lunga schiera di designer che hanno fatto della cultura dell’abitare un fondamento dell’eccellenza italiana a livello internazionale. È il 1961, quando arriva in edicola il primo numero di Abitare. E da allora in poi alle idee, alle fotografie, ai progetti raccontati in quelle pagine si ispirano generazioni non solo di tecnici dell’architettura, ma di persone in cerca di spunti per una nuova civiltà della casa e dei luoghi. Cultura dinamica. Anni felici, d’altronde, i Sessanta, come raccontano le fotografie di Mario Orfini, uno dei migliori fotoreporter italiani. Anni in cui James Baldwin e Günter Grass si incontrano nel salotto milanese di Inge Feltrinelli, Mary Quant fa sfilare le sue minigonne davanti a «sciure» in tailleur e filo di perle, i liceali del Parini discutono di educazione sessuale, gli emigrati continuano a partire dal Sud verso Milano e la Svizzera, il cinema cresce sotto la regia di Pier Paolo Pasolini e Luchino Visconti, Gianni Morandi suscita entusiasmi al Cantagiro, a Sanremo si suicida Luigi Tenco e vince Claudio Villa, sotto l’occhio vigile di Mike Bongiorno.
Anni felici davvero? Si cresceva e si cambiava, prima di risvegliarsi nella durezza dei Settanta, anni di piombo. E poi? In Storia d’Italia degli anni Ottanta Marco Gervasoni rilegge quegli anni, fuori dagli schematismi di condanna degli apocalittici e dalle apologie degli integrati. Anni di modernizzazione, di ricchezza diffusa e consumi di massa, di trionfo dell’individualismo, di crisi della politica tradizionale, di affermazione del dinamismo d’impresa e di culture dello spettacolo e della pubblicità. Di cui siamo figli. Di quegli anni c’è una protagonista speciale, la tv commerciale, che cambia le culture di fondo del paese, rotto il monopolio della Rai, ma anche il suo paradigma pedagogico. E proprio l’evoluzione della Tv consente una affascinante rilettura del Paese, attraverso le pagine di L’Italia alla tv di Aldo Grasso, che ha raccolto le critiche televisive del Corriere della Sera, dal 1954 dei primi programmi al duopolio televisivo Rai-Berlusconi, sino ai talk show degli ultimi anni Ottanta. Poi, c’è l’oggi, su cui ci arrovelliamo, in cerca di senso. Guardarsi indietro, può essere d’aiuto.
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 25 febbraio 2011 www.ilmondo.rcs.it