Per anni si è detto che l’Italia era un paese industriale in declino. La realtà smentisce le valutazioni più pessimiste. Siamo ancora il secondo grande paese manifatturiero d’Europa, dopo la Germania, grazie soprattutto alla forza delle imprese medie e medio-grandi, testimoni di un “orgoglio industriale” che ha solide fondamenta. Anche grazie alle imprese della chimica. L’opinione tradizionale era che, dopo la crisi dei colossi della chimica, sia privati (Montedison) che pubblici, l’Italia avesse perso il treno. E’ vero, i grandi complessi non ci sono più. Nel tempo, però, è cresciuta una chimica specializzata, di nicchia, forte, all’avanguardia per prodotti e processi di produzione, ben piazzata sui mercati internazionali. I dati sono sul @Corriere della Sera di oggi: 3mila imprese, con 46 miliardi di fatturato, quasi 120mila addetti (360mila, calcolando l’indotto), buone posizioni nell’export, ma anche negli investimenti diretti all’estero, per produrre là dove i mercati crescono di più. Un esempio? La Sol. O la Sapio. E soprattutto la Mapei di Giorgio Squinzi, 56 stabilimenti in Italia e nel mondo. Spiega Gianpaolo Vitali, del Ceris-Cnr: “C’è stata dagli anni Ottanta una profonda evoluzione, la grande chimica di base è quasi scomparsa ma la chimica fine adesso è all’avanguardia”. Tutt’altro che declino, dunque. Semmai, un cambiamento di logiche e strategie. L’Italia, insomma, va guardata con occhi nuovi, per capirne valori e potenzialità e impostare, di conseguenza, nuove politiche industriali
I casi di successo della Mapei, della Sol e delle 3mila aziende che crescono, investono, esportano
L’industria italiana non è in declino, lo dimostrano anche le medie imprese chimiche
L'autore: Antonio Calabrò
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