Cultura politecnica, potremmo chiamarla. Nutrita di matematica e musica, fisica e letteratura, scienze biologiche e arte figurativa, chimica e poesia, fuori dalle contrapposizioni care agli schematismi di metà Novecento tra cultura classica e cultura scientifica. Scienza che si ibrida con il teatro (al Piccolo di Milano se ne offrono da anni straordinarie testimonianze). Tecnologia che si libera dal più gretto produttivismo per aiutare a trovare forme di una migliore qualità della vita. L’Italia, nel corso della storia, ne ha offerto importanti testimonianze.
Dalla Milano di Leonardo, del Politecnico di Carlo Cattaneo e degli incontri originali tra ricerca scientifica, industria e letteratura alla Palermo novecentesca in cui convivevano un grande circolo matematico, gli scrittori come Tomasi di Lampedusa e Sciascia, gli scienziati di una scuola europea di biologia molecolare. Sintesi, non divaricazioni. Muovendosi appunto su questo terreno Gabriele Lolli, in Discorso sulla matematica offre un’affascinante rilettura delle Lezioni americane di Italo Calvino, raccontando teoremi e problemi con gli strumenti della letteratura, le fiabe e i miti e seguendo le orme del grande scrittore attraverso un continuo dialogo tra parole e numeri. Leggerezza della poesia e della scienza, filosofia come gusto dell’avventura, impegno verso la scoperta. Leggere, calvinianamente, sono anche le riflessioni di Alessandro Giuliani, in Scienza: istruzioni per l’uso, in aperta polemica con lo «scientismo» ideologico deterministico e attente invece a individuare «l’unità del sapere», cara a un filosofo come Pascal e a scienziati che, da Planck a Einstein e a Heisenberg, hanno fatto ricerca non ignari né dei dilemmi morali né della bellezza dell’universo. Ingegneri. E poeti. Come Leonardo Sinisgalli, di cui lo storico Giuseppe Lupo ha curato una raccolta di scritti, riuniti in Pagine milanesi, in cui si parla di tecnologie e teatro, fabbriche e laboratori scientifici, sino ad approdare a una domanda di grande efficacia: «Quanti calcoli fa la natura per generare un fiore? Anche il disegno del battistrada è un lunghissimo e sottile lavoro tecnico-sperimentale». La frase sta in un manifesto pubblicitario Pirelli del 1953. Ma va oltre la pubblicità. Dietro c’è l’intelligenza scientifica di un ingegnere che, appunto, sapeva fare il poeta. Uno dei più sofisticati centri scientifici del mondo, il Cern di Ginevra, fa da sfondo a L’energia del vuoto, l’ultimo romanzo di Bruno Arpaia, uno dei migliori scrittori contemporanei. Una scienziata, Emilia Vinãs, misteriosamente scomparsa. Il marito, Pietro, funzionario dell’Onu e il figlio Nico, in fuga. Nuria Moreno, giornalista di Madrid, affascinata dalla scoperta della fisica. E il Large Hadron Collider, il più potente acceleratore di particelle al mondo, pronto per un nuovo esperimento, che dia tracce importanti sull’origine del mondo: «Alla natura piace nascondersi… a noi diverte giocare a nascondino. Daremmo un po’ di vita, pur di sapere com’è fatto veramente il mondo, pur di gettare un occhio nelle carte di Dio…».
Della trama non diremo, per non scontentare i lettori di fiction. Ma vale la pena sottolineare la sintesi ben riuscita tra racconto scientifico e buona letteratura. Muoni, protoni, bosoni, fermioni, quark e neutrini possono fare da ingredienti narrativi di qualità. E il testo regalarci piacere e conoscenza. Bella scoperta, appunto.
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 18 febbraio 2011 www.ilmondo.rcs.it