L’Italia è un paese bloccato. Da 15 anni la crescita è stentata, quasi assente, l’1% all’anno appena. La competitività diminuisce. I redditi delle famiglie e quindi i loro consumi, in termini reali, non migliorano. Le imprese fanno quello che possono, crescono soprattutto grazie all’export e agli investimenti all’estero, buona prova di vitalità, ma insufficiente a fare ripartire l’Italia. E il paese spreca il suo capitale migliore: i giovani. Ieri, al Forex, a Verona, il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, oltre a insistere sui limiti della crescita, ha detto che per i giovani i “salari d’ingresso” (quelli che prendono appena cominciano a lavorare) sono fermi, in termini reali, da più di dieci anni. Un gravissimo elemento di paralisi. Fermare i giovani e frustrare le loro speranze è fermare lo sviluppo. E noi abbiamo giovani disoccupati per il 30% (un altro dato rimarcato da Draghi), pagati poco quando assunti, fatti entrare sul mercato del lavoro in condizioni precarie (la flessibilità necessaria all’economia si è ridotta nella maggior parte dei casi a precariato, anche per colpa di un non completamento della legislazione sui cambiamenti del mercato del lavoro, gravissima responsabilità di chi ha non-governato). Attenzione: Draghi non dice alcunché di nuovo. Dati e condizioni note. E questo è il peggio: gli uomini responsabili delle istituzioni denunciano e fanno quel che possono, altri non agiscono
Archive for febbraio, 2011
Per i giovani salari fermi da 10 anni. Un capitale umano bruciato
Category Taccuino
Dal nostro inviato in libreria
Category Articoli
Del giornalismo è uno dei generi più affascinanti, seguiti, mitizzati: la corrispondenza di guerra, il reportage «dal nostro inviato» al fronte. Lavoro difficile, rischioso, eppur essenziale: dare conto della vita e della morte, della forza della vittoria e del dolore della sconfitta, insomma raccontare il farsi della storia proprio nel topos considerato esemplare, il teatro della battaglia, appunto. Specchi di guerra. Giornalismo e conflitti armati da Napoleone a oggi è il titolo del saggio di Oliviero Bergamini, giornalista e con competenza e solida documentazione, sui reportage bellici, partendo dall’esemplare cronaca della carica dei Seicento di William Russel per The Times, passando dalle corrispondenze di Luigi Barzini sulla guerra russogiapponese del 1905 e di Ernest Hemingway sul conflitto civile spagnolo ai resoconti della seconda guerra mondiale e ai servizi tv sul Vietnam (che ebbero un’influenza decisiva nella scelta Usa di chiudere, pur perdendo, il conflitto), sino alle guerre recenti, in Afghanistan e in Iraq. L’indagine di Bergamini non si ferma alle grandi firme ma approfondisce i contesti dell’evoluzione dei media e dei loro rapporti con l’economia e la politica, mostra l’impegno dei governi e dei comandi militari per condizionare l’informazione e lo sforzo dei giornalisti per raccontare, con scrupolo, fatti e retroscena Read More
Trent’anni per accertare la verità e definire le responsabilità mafiose per l’omicidio di un medico perbene, Sebastiano Bosio
Category Taccuino
E’ il 6 novembre del 1981 quando un killer uccide Sebastiano Bosio, un ottimo medico dell‘ospedale Civico di Palermo. Omicidio di mafia, per modalità. Ma su cui subito si insinuano voci e distorsioni, per sviare e inquinare le indagini: Bosio sarebbe morto perché colpevole di avere curato un latitante, Totuccio Contorno, un boss braccato dai corleonesi. Morte. E infamia. L’ombra, su Bosio, della complicità con le cosche, della partigianeria mafiosa. Tutto falso, naturalmente. Su quell’omicidio, calo’ il silenzio. Sciatte indagini. Scarsi accertamenti. Negli anni, le due figlie, Lilli e Silvia, si sono impegnate per fare riaprire le indagini. E ce l’hanno fatta. Tutta la storia e’ ricostruita oggi su “Sette”, il magazine del @Corriere della Sera. Emerge il prossimo rinvio a giudizio del boss Nino Madonia come killer. E si chiarisce la motivazione: Bosio si era opposto ai ricoveri di comodo al Civico di mafiosi come Fascella e Vittorio Mangano, più tardi noto come “lo stalliere di Arcore”. Un’indipendenza grave: al Civico comandava come direttore sanitario Beppe Lima, fratello di Salvo Lima e gli uomini delle cosche, tra ricoveri facili e interventi segreti, facevano quel che gli pareva. Bosio, insomma, dava il cattivo esempio. E fu ucciso. Oggi, con la verità che si accerta su quell’omicidio, si scrive una pagina importante, non solo per l’onore di un gentiluomo, ma anche per la sottolineatura dell‘infamia di una parte della città che su Bosio tacque o accetto’ per pigrizia e complicità le calunnie
Coincidenze molto siciliane, in ricordo di Mimì La Cavera e, casualmente, in memoria di Peppe Schiera
Category Taccuino
Più che di coincidenze, Leonardo Sciascia preferiva parlare di incidenze. E la testa ci fa dire che probabilmente vedeva giusto. Capita infatti che ieri mattina mi arrivi da Federico Riggio un video da YouTube con Giorgio Li Bassi che recita Peppe Schiera. E che mi distragga dal mio lavoro quei cinque minuti che bastano per ridere e sorridere sulle filastrocche nonsense, ironiche e geniali, di quello straordinario poeta di strada che fu Schiera (il video è sulla mia pagina di Facebook) e che Li Bassi fa rivivere con la forza straordinaria di un attore mirabile che sa farsi personaggio e persona. La memoria si mette e digavare e si diverte pensando alla esemplare teatralità palermitana. E all’intelligenza di quell’uomo che, senza scuola e senza soldi, se ne andava in giro recitando “u Duci nni cunnuci /contru u’ palu da luci” o “na curazzata si scuntrò cu na pignata / e ristò tutt”ammaccata…/ cu? / a’ curazzata..” e i poliziotti, negli anni del fascismo, lo cacciavano in galera, preventivamente, prima di ogni manifestazione pubblica, per evitare che disturbasse con i suoi sberleffi, le magnifiche solenni retoriche adunanze. Ed ecco che, mentre me ne sto a giocare, mi arriva una telefonata che annuncia la morte di Domenico La Cavera. Niente più sorrisi. E un vero dolore, per la scomparsa di un uomo che è stato a lungo protagonista della politica e dell‘economia siciliana (oltre che, personalmente, un amico molto caro e una persona cui cui ho lavorato per una bella stagione, all’inizio degli anni Ottanta, lui presidente della società editrice di Tele L’Ora e io direttore dell‘informazione). Era un uomo singolare, Mimì. Coraggioso, tanto da rompere con la potente Confindustria dei Costa, negli anni Cinquanta, per difendere le ragioni dell‘industrializzazione siciliana, di allearsi con l’Enrico Mattei dell‘Eni, di avviare un dialogo, lui liberale, con il Pci e i sindacati, di sostenere la nascita del governo Milazzo, nel ’58, mandando la potente Dc di Fanfani e dei fanfaniani siciliani (La Loggia, Gioia, Lima) all’opposizione, di nutrire la pianificazione economica regionale con la leva di una finanziaria, la Sofis, per la crescita delle piccole e medie imprese e di continuare a pensare che la Sicilia, con la sua Autonomia regionale, avesse il diritto e il dovere di dire la sua sui progetti di sviluppo economico e sociale. Idee interessanti. Di cui La Cavera ha avuto grande merito, anche se poi (e non certo per colpa sua) gli enti regionali di sviluppo sono diventati dei carrozzoni di sprechi e clientele. Vitalissimo, anche in tarda età, La Cavera ha sempre creduto nell’industrializzazione siciliana. E ha legittimato, con una indiscussa autorevolezza personale, anche la recente la svolta antimafia dei nuovi dirigenti di Confindustria Sicilia guidati da Ivan Lo Bello (chi volesse saperne di più, su La Cavera e le sue battaglie siciliane, può leggere su @Il Riformista di oggi la bella intervista di Emanuele Macaluso, che gli è stato amico). Ma che c’entra La Cavera con Schiera? Non c’entra, ma c’entra, per parafrasare Moretti. Perché era un siciliano autonomo, sagace, ironico e bello spirito indipendente, La Cavera. Affascinante affabulatore. Giocoliere di idee e di parole. Irriverente. E nulla affatto rispettoso di poteri e potenti, se in contrasto con le sue idee. Intelligenza. E capacità critica e autocritica. Come succede ai siciliani migliori. Uomini di economia o poeti di strada che siano. La testa mi fa dire di un’altra coincidenza-incidenza. Che ha un nome di giornale. L’Ora. Del direttore storico de L’Ora Vittorio Nisticò e di molti dei più vecchi e dei più giovani de L’Ora La Cavera fu amico sincero (nelle stanze de L’Ora furono discussi molti dei progetti del “milazzismo” e poi dell‘economia pubblica e privata siciliana). E L’Ora considerò sempre La Cavera interlocutore prezioso, stimolo di analisi e giudizi originali. A due firme de L’Ora, naturalmente, si deve anche la riscoperta e il rilancio delle poesie di Schiera. A Salvo Licata, cronista e autore teatrale, anima di un gruppo di cabaret, “I Travaglini” che Schiera misero in scena per anni, con l’interpretazione di Giorgio Li Bassi. E a Michele Perriera, a lungo responsabile, con Piero Violante, delle pagine culturali de L’Ora, autore e regista teatrale, curatore di una bellissima antologia sull’antifascismo siciliano, “L’avvenire della memoria”, in cui, tra gli scritti di letterati del livello di Borgese, c’erano naturalmente anche le poesie di Schiera. Già, L’Ora. Giornale in cui, tra le tante altre cose, erano di casa anche le filastrocche di Schiera. E le idee di La Cavera. La testa, così, mi fa dire che, vagando e divagando, sinuoso per quanto sia il corso delle cose, sulle coincidenze avesse appunto ragione Sciascia (che naturalmente anche lui, de L’Ora, era un protagonista)
Il presidente Napolitano rilancia il valore di uno scrittore eretico come Pasolini
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Rileggere Pasolini, per chi lo ha conosciuto e non importa se amato o avversato dagli anni Cinquanta alla metà dei Settanta. O leggerlo per la prima volta, con occhi capaci di sorprendersi e intelligenza del cuore pronta a capire, per le nuove generazioni. Garzanti, meritoriamente, ne sta ripubblicando tutte le opere, in una bella collana dalle copertine rosse e dal prezzo economico. Bello sarebbe sela Rai, ricordandosi di essere “servizio pubblico”, ne rimandasse in onda i film, magari con un accompagnamento storico e critico (se a Sanremo vince una canzone che parla di “un libro, un libro vero”, vorrà dire che ci sono ascoltatori e telespettatori che, come persone e non come “ggente”, apprezzano il valore della buona cultura, no?). Insomma, vale la pena riprendere in mano Pasolini. Apprezzarne la capacità eretica. Dedicare tempo e attenzione agli “Scritti corsari”, alle “Ceneri di Gramsci”, alle “Lettere luterane”, alle poesie e ai testi teatrali, dando ascolto a parole che fanno pensare e dunque vivere. E’ merito del presidente Giorgio Napolitano aver contribuito, con sincerità e autorevolezza, alla rivalutazione di Pasolini, con una intervista al giornale tedesco “Welt am Sonntag” (la si può leggere tutta, oggi, anche su @La Stampa) dicendo. “Conoscevo bene Pasolini, ci incontravamo spesso e ci stimavamo a vicenda. Fu un poeta, un visionario – e le sue visioni erano spesso cupe. Ma senza dubbio presagì alcuni sviluppi che poi si verificarono veramente. Il suo pessimismo non era del tutto infondato”. Era poeta e regista “maledetto”, Pasolini. Forte del coraggio di opinioni controcorrente, contro gli aspetti più sciatti del consumismo senza valori, ma anche contro gli schematismi del ’68 (si schierò con i poliziotti “figli del popolo” invece che con gli studenti contestatori), contro il “Palazzo” dei poteri misteriosi e anti-democratici. Omosessuale dichiarato, costrinse a riflettere criticamente su mille tabù. E i suoi film furono sempre una scossa per le ipocrite ciscienze “perbene”. Rileggere tutto, appunto. E rimeditare. Era amico, tra gli altri intellettuali, di Leonardo Sciascia. Un altro scrittore “eretico” da riprendere in mano
Lo spazio dell’Italia in un mondo Bric, grandi marchi e bellezza
Finisce il G20 a Parigi, con un compromesso sui controlli per la stabilità finanziaria che viene incontro alle esigenze della Cina, che continua a mantenere sottovalutata la sua moneta. E sui giornali (vedi il @Corriere della Sera di oggi) trova spazio una ricerca del Centro Studi di Confindustria (diretto da un bravo economista, Luca Paolazzi) che mostra come in Cina ci siano già 95 milioni di “ricchi” e cioè di persone con un reddito di almeno 30mila dollari (molto vicino, dunque, ai 32.738 dollari, quello medio degli europei) e come diventeranno 201 milioni nel 2015 e 424 milioni nel 2020. In altri termini. nell’arco di meno di una generazione, i cinesi in grado di avere consumi di alto livello saranno equivalenti alla popolazione di tutta l’Europa, vecchi e bambini compresi. Un grande mercato, insomma. Giovane, ambizioso, contagiato dai modelli occidentali, ma anche in grado di determinare con forza il corso di consumi e costumi, di culture e di stili di vita. Ai “ricchi” (ma sarebbe meglio dire “benestanti”) cinesi vanno aggiunti quelli del Brasile (paese, per radice e cultura molto europeo, tutto da scoprire e da capire in profondità) e dell‘India e della Russia (eccoli, i famosi Bric), ma anche delle altre nazioni, dalla Turchia all’Indonesia, dal Messico alla Corea e al Sud Africa, i cui tassi di sviluppo sono impetuosi. Si aprono e crescono nuovi mercati di consumo, non solo per l’export, ma anche per la produzione diretta, da parte delle imprese europee e italiane. Jim O’Neill, presidente della Goldman Sachs Assett Investments, l’inventore del felice acronimo Bric, sostiene che “L’Italia ha molti vantaggi, in un mondo Bric: ha grandi marchi, ha la bellezza”. Il giudizio non riguarda solo i settori più noti del Made in Italy, la moda, il cibo, il design dell‘arredamento, ma anche le imprese d’eccellenza dell‘industria manifatturiera, dalla Fiat alla Pirelli alle tante aziende della meccanica, della chimica, delle macchine utensili, etc. Mondo Bric, e non solo Bric, da scoprire, da conquistare. Sarebbe necessario, dunque, uno sforzo straordinario di tutto il sistema Paese, sul palcoscenico dell‘economia internazionale. Le imprese fanno quel che sanno e possono. Le istituzioni arrancano. Una riprova sta nella lettera di cui da conto stamattina @La Stampa, quella di Fiore Piovesan, titolare della CamelGroup, mobili fatti nel trevigiano ed esportati in tutto il mondo: io lavoro, ma mi ritrovo da solo, sui mercati, senza sostegno da parte del sistema Paese e dunque in svantaggio competitivo rispetto a francesi e tedeschi che hanno i loro Stati a supporto. Ecco un bel tema, di cui la politica dovrebbe occuparsi, volando alto, invece di parlare, male, d’altro
Boom del fatturato dell’industria italiana, ma l’economia arranca. Ecco perché
Le lettura dei giornali del mattino, tra le tante cose (a cominciare dall’intelligenza del cuore di Benigni nel farci riscoprire il valore dell‘Inno d’Italia), ci regala una buona notizia. “L’industria riparte grazie al traino dei mercati esteri”, scrive@Il Sole 24Ore. “L’export tira fatturato e ordini, mai un balzo così dal 2001″, titola @la Repubblica. L’Istat, infatti, calcola che il fatturato dell‘industria italiana nel 2010 è cresciuto del 10,1% rispetto all’anno precedente, che gli ordinativi sono cresciuti del 13,9% (dopo il disastroso -22,4% del 2009) e che a fare da traino è stato soprattutto l’export (+16%), mentre il mercato interno (+7,7%) fa più fatica. L’industria, comunque, mostra segnali di ripresa, soprattutto per la metallurgia, la meccanica e la chimica. Segnali deboli, naturalmente. E corso delle cose influenzato dal boom dei prezzi delle materie prima. Ripresa, insomma, da consolidare. Testimonianza, in ogni caso, di quanto sia importante, per lo sviluppo italiano, la nostra industria manifatturiera, anche se spesso scelte politiche e valutazioni dell‘opinione pubblica non se ne rendono conto. Siamo il secondo grande paese manifatturiero d’Europa, dopo la Germania, ma il nostro “orgoglio industriale” è carente, purtroppo. Se l’industria cresce, l’Italia nel suo complesso arranca. Tra i paesi Ocse, è quello in coda all’elenco, con una crescita bassissima, l’1,3% appena. Perché? L’industria è produttiva e competitiva anche sui mercati internazionali, il resto dei settori italiani invece no. Le nostre imprese vanno all’estero, esportando e investendo. Le imprese estere, invece, non vengono in Italia (sul @Corriere della Sera c’è un’interessante tabella che vede l’Italia penultima, subito prima della disastrata Grecia, nell’attrazione di investimenti internazionali). La nostra pubblica amministrazione è lenta e carente, malata di eccesso di burocrazia (e di corruzione diffusa). La nostra scuola forma poco e male il nostro “capitale umano” (un grave handicap, in stagioni di primato della cosiddetta “economia della conoscenza”). Le nostre infrastrutture fisiche (strade, ferrovie, porti, aeroporti) e immateriali (a cominciare dalla “banda larga”) sono inadeguate. La giustizia (soprattutto quella civile e amministrativa) non assicura certezza nel rispetto dei contratti e degli accordi d’affari. Il sistema delle relazioni industriali è antiquato. E molti settori economici sono al riparo dalla dinamica della concorrenza (scarse liberalizzazioni, a cominciare dai carenti servizi pubblici locali). A peggiorare il quadro, ci sono tutti i limiti dell‘economia sommersa, in nero, illegale, che frenano la competitività delle buone imprese e l’Italia nel complesso. Questioni note. E inadeguatamente affrontate, da troppo tempo, dai decisori politici. L’industria, insomma, fa quel che può. Poco, comunque. I freni allo sviluppo restano enormi