«Vivere è bello. Anche solo per un istante. Soprattutto per un istante». Quello che rivela la sintesi di un destino. La svolta del cambiamento. Il senso profondo di un’identità che via via si compone, si radica, si manifesta. Lo afferma Eugenia, la protagonista di Un karma pesante, romanzo intenso, affilato, ironico, sincero di Daria Bignardi. E se ne fa interprete per tutti gli uomini e le donne che, in un momento della propria storia, sanno che devono dirsi la verità su di sé e viverne, pur contraddittoriamente, le conseguenze. Di mestiere, è una regista, Eugenia. E ha un certo successo. Severissima e produttiva, sul lavoro. Incerta, nella dimensione più personale dell’esistenza. «Un’isola», dicono di lei. O «un’egoista profonda». «Una montagna, un vulcano attivo». Una «specializzata nel fare sentire in colpa gli altri». «Con un talento sicuro per raccontare le contraddizioni della società contemporanea». Capace d’amore, in cerca d’amore, segnata dalle conseguenze dell’amore, ma non incline a farsene struggere: «Non ho il fisico per star male d’amore, io». Dunque, «non spaventarti, Eugenia: vivi di alti e bassi perché sei un’artista, devi solo ricaricarti». Capita dunque che un giorno, una donna così, 42 anni, multiplo di sette, una coincidenza magica?, decida di fare un po’ di conti, di mettere ordine e pensare al tempo che arriva. E dunque rimemori. Per capire e disegnarsi una sorta di futuro. La vita sono gli amori, i maestri, gli amici, le esperienze lette e soprattutto quelle vissute. Averne coscienza, prima di viverne altre. Non è mai tardi, comunque, per farlo. Come scopre August Kleinman, figura centrale del romanzo Portami al di là del fiume di Ethan Canin, un imprenditore anziano, scontroso («non fidarti mai di nessuno», aveva imparato dalla madre), spregiudicato negli affari e sensibile e colto nel raccogliere opere d’arte contemporanea. Da soldato, duranta la guerra nel Pacifico, aveva ucciso, in modo niente affatto eroico, un militare giapponese. Ne aveva raccolto un quaderno di appunti e una lettera, indirizzata alla donna amata, sposata con un altro uomo, da cui aveva avuto un figlio. E adesso, capelli grigi, lavoro ormai marginale, decide di mettersi in cerca di quel bambino diventato oramai uomo, e consegnargli la lettera. Bisogno di compiutezza. Scoperta di un’altra dimensione di verità e di vita. Una lettera, o meglio un biglietto con poche parole, è quello che si ritrova in mano Lorenzo, appena un ragazzino, protagonista di Io e te di Niccolò Ammaniti. Glielo ha lasciato la sorella Olivia, dopo alcuni giorni di convivenza segreta in una cantina del palazzo di casa, rifugio di Lorenzo, dopo aver raccontato ai genitori che sarebbe andato a sciare con amici. La solitudine dura poco. La scoperta della sorella (figlia del padre del ragazzo, ma ribelle e distante) disvela però un mondo inatteso, di affetti e complicità. Di gioia parentale. E di dolore. Ritrovarsi. Perdersi. Rivivere nel ricordo, diventando adulti. Destini, appunto. Talvolta inesorabili. Come quello di Adelina, la maga, La ianara che fa da titolo al romanzo potente e bellissimo di Licia Giaquinto. Eredita l’inclinazione magica dalle donne di famiglia. Vive, eremita, sugli aspri monti d’Irpinia. E finisce custode d’un castello considerato maledetto. Ma è la superstizione della gente, la sua dannazione. E la durezza di un mondo arcaico. La maga, infondo, ha un cuore accogliente. A modo suo, un karma leggero.
Antonio Calabrò
© Il Mondo, 28 gennaio 2011 www.ilmondo.rcs.it