Passioni. Per un abito e per le parole che lo descrivono. Per la moda nei libri. E per i libri che vanno oltre le mode. Regole di stile. E piacere del testo. Come tenere insieme tutte queste dimensioni lo racconta, in pagine sofisticate e di buona scrittura, Fabiana Giacomotti, con La moda è un romanzo, sottotitolo: stile ed eleganza nei capolavori della letteratura. Abiti neri e filo di perle, come insegna il Truman Capote di Colazione da Tiffany, chiffon per le feste da ballo e capitoli sublimi di Irène Nemirovsky, vestiti adolescenziali e turbamenti di Nabokov, i gessati del grande Gatsby e le redingote celebrate da Balzac, il frac dello «zione» e le sete di Angelica del Gattopardo, le mises dei ricordi di Proust, i broccati di D’Annunzio, il berretto a sonagli di Pirandello e via via continuando. Non per fare inventario di oggetti. Ma per incrociare simboli e dunque leggere, attraverso gli abiti e le loro rappresentazioni, l’evoluzione delle società. Sino al Novecento appena concluso in cui «la moda non è più l’indicatore di uno status, reale o in via d’acquisizione, non segnala un obiettivo sociale raggiunto, ma uno stato d’animo». Su un altro incrocio, tra moda e letteratura, gioca anche Lorenza Foschini, in un libro smilzo e delizioso, Il cappotto di Proust, ricerca di testimonianze dello scrittore francese (lettere, foto, oggetti, elementi d’arredamento) e di ricordi d’arte e di vita, ossessione leggera della memoria ma soprattutto curiosità ben affilata per cercare di capire e dunque di raccontare di quali emozioni si nutrano sia il lavorio di uno scrittore sia la passione di chi lo legge, sia soprattutto l’ambiente sociale di cui si rende testimonianza, la Parigi tra due secoli animata non solo dall’intelligenza della Recherche ma anche dal genio di Picasso, Apollinaire, Satie e di tutti coloro che proprio lì, e in quei momenti magici, hanno fondato musica, arte figurativa e letteratura del Novecento. Già, grande letteratura. Se ne può parlare anche oggi? Su questo tema gioca, con intelligenza e ironia, Antonio D’Orrico, in Come vendere 1 milione di copie e vivere felici. Tutto comincia in una scuola di scrittura intitolata a Cesare Pavese, con le lezioni del professor Federico Sicoli non su come scrivere, ma su come raggiungere, scrivendo, il successo. Campionario di cinismo e rampantismo, vizi della letteratura effimera e vanitosa come un frenetico cambio d’abito, delitti letterati e scelleratezze (in gran parte condensate in un turpe giornalista televisivo, Kashmir Paolazzi), spudorati plagi, salotti e anticamere di potenti, intelligenze clericali e violenze moderne di una mafia che si trasforma, a la page, da Cosa Nostra in Rosa Nostra. Il tono è da commedia brillante, la sostanza è critica. E la presa d’atto della crisi letteraria è evidente, proprio nel gioco di fare rileggere, nella scuola di scrittura, alcune pagine dei capolavori di Verga, D’Annunzio e Pirandello. Il paragone è infelice. Chiedono rispetto, infatti, i buoni libri. E lettori attenti. La riprova? Nelle pagine de Il libro selvaggio di Juan Villongo, fantasioso intellettuale messicano, che rinchiude il quattordicenne Juan (strana coincidenza, l’omonimia, no?) nella casa-biblioteca dello zio Tito e lo lascia libero di scoprire la magia e la faticosa responsabilità della lettura. Sino a condividere, con Catalina, parole d’avventura, di scoperta, d’amore. Ah, quanto possono, i libri…
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 65 in PDF
© Il Mondo, 14 gennaio 2011 www.ilmondo.rcs.it