Archive for gennaio, 2011

Ma che felicità, Sandokan e Yanez tornano in libreria

Posted 31 gen 2011 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Scriveva qualche anno fa Paco Ignacio Taibo II (II per distinguersi dal padre, Paco Ignacio Taibo I, eccellente romanziere anche lui): “Un uomo di quarant’anni non può essere razzista se da adolescente è stato un fanatico di Sandokan e di Salgari”. E adesso, dopo aver riletto 63 romanzi di Salgari e aver studiato, pensato, scritto e riscritto, Paco manda in libreria, per le edizioni di Marco Tropea, l’attesissimo “Ritornano le Tigri della Malesia”, con Sandokan e Yanes sessantenni, sì, ma ancora battaglieri e indomiti condottieri di pirati”. Un libro tutto da gustare, e magari da prendere come pretesto per rileggere (i più adulti) o scoprire per la prima volta, i capolavori di quello straordinario autore d’avventure che fu Emilio Salgari. Eroi buoni e generosi, Sandokan e Yanez. Pirati per reagire ai soprusi dei cattivi colonizzatori. Intraprendenti marinai. Gente di mare, con il gusto dell‘avventura e della giustizia. Animatori dei sogni di intere generazioni di ragazzi italiani. Paco li fa rivivere, con la forza di una scrittura fantasiosa e ironica, libertaria e profondamente morale. Un’impresa di cui rendergli merito. Il libro sarà presentato nei prossimi giorni a Milano, mercoledì 2, alle 18,30, alla Feltrinelli di piazza Piemonte (con Bruno Arpaia e Mario Portanova) e giovedì 3 alla Biblioteca di Sesto San Giovanni, in via Dante 6 (con G. Turchetta e G. Manfredi). Appuntamenti da non perdere. E pagine da vivere con assoluto “piacere del testo”

Meno greed, più green, dal Forum di Davos suggerimenti per un’economia sostenibile

Posted 30 gen 2011 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Una volta era il tempio del grande potere economico, finanziario, soprattutto: banchieri, imprenditori d’assalto, economisti teorici dello sviluppo ininterrotto e dei massimi benefici della globalizzazione frenetica. Quelli, insomma, del “greed is good”, l’elogio dell‘avidità del banchiere da film Gordon Gekko. Adesso, anche al World Economic Forum di Davos, i finanzieri prepotenti sono al centro delle contestazioni e si presta invece attenzione al “green”, a chi parla di sviluppo (e non sono di pura e semplice crescita economica) in un quadro di sostenibilità ambientale e sociale. Per quanto si intravvedano cauti segnali di conclusione del lungo ciclo negativo della Grande Crisi, c’è comunque da stare in allarme. Ci sono centinaia di milioni di disoccupati, nel mondo. E le rivolte esplose nei paesi della sponda araba del Mediterraneo (Egitto, Algeria e Tunisia) e in Albania dicono che bisogna tenere conto delle esigenze di nuove generazioni che cercano un futuro fatto di più lavoro, maggiori certezze politiche e sociali, più libertà. L’Europa e gli Usa non hanno saputo ascoltare il tempo i borbottii sociali che annunciavano rivolta. E la loro impotenza oggi si rivela in tutta la sua gravità. Altre tensioni covano in tanti altri paesi. E, pur con tutte le differenze politiche, sociali e culturali di diversi paesi e città, c’è un dato comune: l’inaccettabilità, sempre più chiaramente percepita, di forti diseguaglianze economiche, di diritti e di prospettive, tra diverse aree del mondo e all’interno di singoli paesi. E sono state proprio le diseguaglianze e gli squilibri valutari e commerciali ad alimentare le “bolle” la cui esplosione ha provocato la Grande Crisi. C’è da ripensare lo sviluppo, si è detto anche a Davos. Puntare non solo alla crescita del Pil, ma anche alla qualità della vita e alla giustizia sociale. Cominciare a cambiare consumi e costumi. “Green economy”, l’ispirazione con cui Obama ha conquistato la Casa Bianca, non è un progetto, ma una realtà per molti consumatori (che mangiano solo cibi che vengano da aree vicine, per evitare inquinamento da carburante di aerei e camion per i trasporti e che preferiscono una nutrizione vegetariana rispetto a quella basata sulle proteine animali) e per molte imprese (produzioni che usano energie rinnovabili e abbattono il consumo di acqua, imballaggi “verdi”, tutela dei diritti dei lavoratori e delle comunità circostanti alle fabbriche, etc.). La Cina, si è detto a Davos, sta brevettando un’infinità di tecnologie “verdi”. Il Brasile ne è all’avanguardia. L’Europa, con una cultura “sostenibile” in espansione, può fare molto. Ma bisogna muoversi presto e bene. Meno “greed”, più “green”, appunto.

In seicento a Lugano per imparare a evadere le tasse

Posted 28 gen 2011 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Nel paese che ha il record dell‘evasione fiscale e delleconomia sommersa (un terzo del nostro Prodotto interno lordo) c’è ancora chi ha la faccia tosta e l’ingordigia di volere imparare ancora meglio come truffare il Fisco. E così in seicento si sono presentati a un convegno organizzato a Lugano da un personaggio improbabile, un tal Giovanni Caporaso, per ascoltare una conferenza dal titolo “I paradisi fiscali nel 2011″. Conferenza a pagamento, 230 euro a testa (con ricevuta fiscale? o in nero?). E tutti zitti e attenti, arrivati da Milano e dalla provincia, perfino da Frosinone, per sentirsi spiegare come portare i soldi all’estero e dove (da Panama alle isole Marshall, da Santa Lucia alla Liberia), come scrivere ai propri clienti potenziali evasori fiscali delle e mail che non lasciano tracce, come organizzare un giro di false fatture, come rispondere alla Guardia di Finanza in caso di accertamenti: “Negare, negare, negare”. La notizia sta sulla prima pagina del @Corriere della Sera. E colpisce il buon senso civico di chi legge. Il ministro Tremonti, saputo dell‘iniziativa, ha mandato degli ufficiali della Guardia di Finanza a fare da osservatori. Il governo del Canton Ticino si è dissociato dagli organizzatori della lezione. Ma quel tal Caporaso è andato avanti imperterrito, felice dei 140mila euro messi in tasca e pagati dai seicento partecipanti per migliorare la loro tecnica anti-tasse. Ritratto esemplare, quella sala di Lugano affollata da italiani che si credono “furbi”, di un certo modo di essere di personaggi del nostro Paese. In cui tanti faticano e pagano le tasse e in tanti invece evadono (un fenomeno così scandalosamente vistoso che anche l’associazione dei commercialisti poco tempo fa si è sentita in dovere di denunciare la gravità dell‘evasione fiscale). L’Italia, è vero, è un paese democratico. E dunque ognuno è libero di andare dove gli pare ad ascoltare la conferenza di chi gli pare, perfino dell‘improbabile Caporaso. Alla Finanza e agli uomini del Fisco toccherà continuare a fare accertamenti, sempre più precisi, sempre più severi, su chi cerca di non pagare le tasse. E noi cittadini? E se qualcuno, di quelli che le tasse le pagano, un giorno decidesse di non prendere nemmeno un caffè con chi le tasse le evade, con quei “furbetti” che cercano trucchi a Lugano?

Crisi economica o morale?

Posted 28 gen 2011 — by Antonio Calabrò
Category Articoli

Logo - Il MondoUna crisi economica? No. Innanzitutto una crisi etica, civile, di relazioni politiche, che si ripercuote sull’economia ma dai processi dell’economia globale è fortemente segnata, in un gioco di interrelazioni assolutamente inedito. Una vera e propria rivoluzione di paradigmi interpretativi della realtà e di schemi di azione. Andare alla radice della crisi contemporanea, dunque, significa legare economia e altre scienze umane. E fare severamente i conti con i bisogni più profondi di un’umanità in movimento. Valore economico. E valori morali. Partono da qui le valutazioni che spingono tre grandi economisti, Joseph E. Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi, a mettere in discussione la retorica della crescita quantitativa e a ragionare sulla qualità dello sviluppo. L’occasione è il lavoro della commissione voluta dal presidente francese Nicolas Sarkozy, per individuare un altro indicatore economico, al di là del Pil. E i risultati stanno in un fondamentale Rapporto, pubblicato adesso in Italia da Etas, con il titolo La misura sbagliata delle nostre vite. Perché il Pil non basta più per valutare benessere e progresso sociale. La ricchezza, negli anni, è aumentata. Ma moltissime persone sono convinte di vivere peggio. E hanno ragione. Perché non basta quell’aumento, se raggiunto a discapito dell’ambiente, del tempo di lavoro, della sicurezza, della solidità delle relazioni sociali, delle speranze di un avvenire migliore, soprattutto dei giovani. Trovare, dunque, un nuovo indice di sostenibilità dello sviluppo economico, pensare a un Pil verde, significa ripensare modelli di produzione, di consumo, di scambio. Sfida morale e culturale, appunto. E politica. Non ha senso, infatti, come ricorda Piero Bevilacqua ne Il grande saccheggio, chiedersi «quando arriverà la ripresa» dopo la Grande crisi, visto che non di congiuntura negativa si tratta, ma di «un capitalismo entrato in un’epoca di distruttività radicale», a danno delle strutture della società, «cannibalizzando gli strumenti della democrazia, desertificando il senso della vita» Read More

Cuore di cactus

Posted 27 gen 2011 — by Antonio Calabrò
Category Cuore di Cactus, Ritagli di giornale


L’ombra di Falcone sul PIer Lombardo

Posted 27 gen 2011 — by Antonio Calabrò
Category Cuore di Cactus, Ritagli di giornale


La cultura non può essere sacrificata alla sola legge del mercato

Posted 27 gen 2011 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Non sacrifichiamo la cultura alla sola legge del mercato”, titola stamattina il @Corriere della Sera su un’intelligente riflessione di @Severino Salvemini, professore della Bocconi e autorevole studioso delle relazioni tra attività culturali e processi economici. Affermazione assolutamente condivisibile. Corrette, infatti, le esigenze di contenimento della spesa pubblica in generale, per raggiungere un equilibrato bilancio dello Stato. E opportuna, la severità contro sprechi e disfunzioni, anche nel settore della cultura. Opportuna, una intelligente gestione di teatri, cinema, musei, editoria, manifestazioni culturali, secondo logiche di buona amministrazione e redditività delle iniziative. Necessaria, insomma, unacultura del mercato” (scelta, selezione, efficienza, premio al merito) anche per la cultura. Ma tutto ciò non basta. Perché, argomenta con competenza Salvemini, “l’attività artistica ha natura meritoria (merit good) e cioè deve essere comunque garantita la fruizione di beni ritenuti utili, indipendentemente dalla presenza di una domanda congrua esercitata dal cliente”. La domanda di cultura, infatti “tende ad appiattire l’offerta, se quest’ultima non la corregge con un ruolo più educativo e pedagogico e se essa non si pone l’obiettivo di sostenere nel tempo la sensibilità estetica e il raffinamento del gusto (si pensi al destino della musica contemporanea o alle forme più avanguardistiche del cinema, del teatro, della letteratura, se il loro sviluppo fosse lasciato alle drastiche leggi del mercato)”. Bisogna dunque che le attività culturali sappiano conquistare il pubblico, che spettacoli teatrali, concerti, mostre e libri sappiano trovare spazio nell’intelligenza e nel cuore di spettatori che paghino il loro biglietto, il prezzo corrispettivo al “piacere del testo” o dell‘opera. Ma guai a ritenere che tutto si fermi lì. Perché? Argomenta Salvemini. “Serve l’ìintervento pubblico (non necessariamente statale) insieme alle entrate di ‘donor’ istituzionali o individuali. A meno che l’ambiente dominante non desideri una comunità sempre più atrofizzata” e sempre più abituata a spettacoli di basso livello, “una comunità formattata e uniformata”. Una cultura del mercato malintesa come “cultura dell‘ottundimento. Un benefico lavaggio del cercello”. Anche da questo punto di vista, rileggere la nostra Costituzione aiuta a capire cosa fare

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