Ci sono «passioni grigie», per usare una bella definizione del filosofo Remo Bodei, su cui vale la pena riflettere. L’onestà, per esempio. E l’onore. Il rispetto di sé e dell’altro. La volontà di fare bene un lavoro. L’impegno contro la corruzione. E il senso di responsabilità. Passioni positive, anche se purtroppo desuete, in questa disarmonica Italia egoista e un po’ troppo conflittuale sui diritti ma disattenta ai doveri. Eppure, proprio da qui sarebbe necessario partire per parlare di futuro, di sviluppo equilibrato, di impegno per i nostri figli e i nostri nipoti. Lo fa Pier Luigi Celli, nelle pagine di Generazione tradita. Gli adulti contro i giovani, sviluppando i temi di una controversa lettera affidata tempo fa alle pagine de la Repubblica e indirizzata al figlio (epistola generale, metaforica), con il consiglio di «lasciare questo Paese». Provocazione, naturalmente. Che nel libro si sostanzia in una analisi su una realtà familista, che mortifica il merito, vive la politica come affare di casta e propaganda mediatica e non sa nutrire sogni di sviluppo. Celli sa bene che c’è un’Italia dignitosa e vitale, altruista e impegnata, nonostante tutto. E su quel «nonostante» costruisce l’elenco delle ragioni per restare, e combattere. Nel fare politica. Nelle imprese. Nella comunità civile. Con un appello decisivo: «La responsabilità è coscienza del posto occupato, discrezione nell’uso degli strumenti disponibili, capacità di previsione e attitudine a rendere conto delle proprie azioni, avendo chiaro che c’è una gerarchia nei compiti e nei ruoli e che ci sono regole, al di sopra di noi, alle quali si deve obbedire». Eccola, un’altra parola chiave: regole. E proprio, Regole così si intitola il saggio di Roger Abravanel e Luca D’Agnese, con un bel sottotitolo: perché tutti gli italiani devono sviluppare quelle giuste e rispettarle per rilanciare il Paese.
Quali? Quelle che consentono uno sviluppo equilibrato del capitalismo, l’efficienza e la trasparenza del mercato, una vera competitività delle imprese, la valorizzazione meritocratica dei talenti delle persone, il premio ai diritti degli individui e la salvaguardia delle relazioni sociali in chiave di solidarietà. Servono riforme, dunque. Temi essenziali, da sfida per chi vuol essere Classe dirigente, come si ricava anche dalle pagine dei saggi curati da Tito Boeri, Antonio Merlo e Andrea Prat, con una critica severa sulle commistioni improprie tra politica ed economia e una caduta della accountability, della capacità di una classe dirigente di ispirare fiducia e trasmettere valori, di responsabilità e fiducia, appunto. Classe dirigente da rinnovare, dunque. E da allargare. Come spiega un economista con robusto spirito civile, Giangiacomo Nardozzi, in Il futuro dell’Italia, una lettera aperta ai piccoli imprenditori che hanno saputo reggere la competizione internazionale, innovando le loro imprese, sfidando i mercati.
Ma la competitività non può essere giocata solo nel recinto aziendale. Bisogna sapersi fare carico di riforme per il sistema-Paese. Da qui, l’appello di Nardozzi perché gli oltre 300 mila piccoli imprenditori si impegnino a fare da ponte tra società e politica, pretendano provvedimenti in chiave di regole efficaci per i mercati e sguardo lungimirante per le nuove generazioni. Critica. E proposte. Da nuova classe dirigente, appunto. Responsabile. E capace di costruire fiducia nel futuro.
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 73 in PDF
© Il Mondo, 17 dicembre 2010 www.ilmondo.rcs.it