La dottrina di john maynard keynes rivisitata dagli economisti in chiave attuale dopo la recessione

Gli interrogativi della crisi

Pubblicato 03-12-2010 da Antonio Calabrò in Articoli

Logo - Il Mondo«Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era». Parola di John Maynard Keynes, nel suo Sono un liberale?, brillante piccolo saggio del 1924, adesso ripubblicato, con altri scritti, da Adelphi, con bella prefazione di Giorgio La Malfa. In quel punto interrogativo, sta-
va tutta la forza di un pensatore capace di essere innovativo e, perché no?, profetico, leggibile dunque con buon profitto anche in tempi di transizione quali quelli che stiamo vivendo. «Dobbiamo apparire eterodossi, problematici», aggiungeva Keynes. Nuove strade e soprattutto occhi nuovi, con il gusto di mettere a punto strategie per fronteggiare le sfide che la Grande crisi pone a tutti, politici, imprenditori, economisti. Rileggere Keynes, il vecchio Keynes, fa parte della saggezza nuova? Anche. Come testimonia Franco Reviglio, economista, grand commis pubblico (è stato presidente dell’Eni) e uomo di governo (ai dicasteri del Bilancio e delle Finanze), nelle pagine di Good bye Keynes?. Un altro gioco sul punto interrogativo. Per dire che va messa nel cassetto la peggior vulgata del keynesismo come deficit spending in chiave assistenzialistica e clientelare e va invece rivalutato il Keynes che insiste, da buon liberale, sui limiti temporali del deficit pubblico in funzione anticiclica e non strutturale e dunque sulla necessità di scelte politiche per un mercato ben regolato e per riforme per stimolare lo sviluppo e un miglior equilibrio sociale. Abbattere dunque il debito pubblico, lavorare per incrementare la produttività (più investimenti delle imprese, nei settori ad alto valore aggiunto), combattere l’evasione fiscale per destinare risorse a ridurre il peso fiscale sulle imprese e sul lavoro e a finanziare investimenti pubblici produttivi, tagliare la spesa publica parassitaria, agevolare, con le liberalizzazioni, la maggior efficienza complessiva del sistema. Strategia nota. Ma inapplicata, se non molto parzialmente, dai governi di destra e di sinistra, che si sono succeduti.
Adesso da riprendere, proprio perché la Grande crisi ci impone un diverso modo di pensare l’economia, la funzione regolatoria dello Stato, la sostenibilità ambientale e sociale, un futuro più equilibrato per le nuove generazioni. La crescita del debito pubblico non è più strada percorribile, conferma Jaques Attali in Come finirà?, parlando dell’obbligo del riequilibrio per Paesi molto indebitati, come Francia e Italia, ma anche dell’importanza delle riforme strutturali.
E Joseph E. Stiglitz, in Bancarotta. L’economia mondiale in caduta libera, dopo aver ricapitolato le cause della crisi (eccesso di debito, avidità dei banchieri, irresponsabilità dei politici, ideologia della crescita repentina e senza freni, etc.), insiste sulla necessità di un profondo riequilibrio di comportamenti economici e soprattutto di valori, misurando non solo il pil, ma soprattutto il benessere diffuso, rispettando le persone (il loro talento, i loro diritti) e l’ambiente. Keynesiana «nuova saggezza», appunto.
Tra i valori su cui insistere, c’è pure quello del lavoro, mortificato dal prevalere del premio alle rendite, come spiega Marco Panara in La malattia dell’Occidente. La svolta necessaria alla ripresa ha bisogno di rimettere al centro dell’economia il lavoro, più qualificato, meglio pagato, più creativo, in grado di stimolare partecipazione e crescita. Questione economica. E di democrazia, pure in Italia. Un tema di sviluppo generale, appunto. Di qualità.

Antonio Calabrò

L'autore: Antonio Calabrò

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".