Archive for dicembre, 2010

Nel 2010 l’economia è cresciuta, grazie a Cina, India e Brasile. Italia troppo lenta

Posted 31 dic 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

L’economia mondiale, nel 2010, è cresciuta di quasi il 5%, un buon ritmo, analogo a quello della stagione precedente alla Grande Crisi. Ma quella media mondiale (come ricorda stamane un rigoroso economista, Alberto Alesina, sulla prima pagina de @Il Sole 24Ore) mostra profonde disparità. Vanno bene Cina, India e altri paesi asiatici (l’Indonesia, per esempio, ma anche il Vietnam), va bene il Brasile con una crescita del 6% (frenata dai provvedimenti del Governo Lula, per evitare un surriscaldamento delleconomia stessa, con effetti sull’aumento dell‘inflazione), vanno bene altri paesi sud e centro americani, come il Cile e il Messico (cresce anche l’Argentina, ma con forti squilibri inflazionistici), cominciano a muoversi pure alcuni paesi africani. Diminuiscono anche le disparità sociali (esemplare il Brasile, in cui le risorse dello sviluppo sono investite in attività per abbattere la povertà: negli anni di Lula 20 milioni di persone sono uscite dall’indigenza e hanno avuto accesso ai consumi di base, insomma non sono più povere). Accenni di ripresa anche da quel complicato continente che è la Russia. Arrancano gli Usa, ancora alle prese con fragilità nel settore immobiliare, squilibri finanziari e scarsa capacità di creare nuovi posti di lavoro (una spina nel fianco per il Presidente Obama). E l’Europa rivela una profonda fragilità, soprattutto per quel che riguarda Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. Al 3% circa di crescita della Germania, si contrappone una timidissima crescita dellItalia, più o meno attorno all’1%. Troppo poco. L’Europa dell‘euro, insomma, tutto sommato tiene (e la moneta unica è garanzia di equilibrio e di sicurezza di lungo periodo). Ma non brilla. Dovrebbe varare riforme per affiancare all’indispensabile equilibrio dei conti pubblici azioni che stimolino la crescita (investimenti in ricerca e sviluppo, formazione, “economia della conoscenza”, nuove tecnologie, etc.) e migliorino qualità e produttività. Insistere su politiche fiscali e industriali comuni, per rafforzare complessivamente la competitività europea. Lavorare sui meccanismi di sostenibilità, ambientale e sociale. Ma dai palazzi Ue di Bruxelles e da quelli dei Governi dei singoli paesi, poco si vede. E nel passaggio tra il 2010 in cui l’Europa ha ancora pagato forti prezzi sociali all’onda lunga della Grande Crisi al 2011 dell‘ipotetica ripresa si fa fatica a essere ottimisti. Servirebbe un grande slancio politico europeo. Ma la politica vola troppo basso. Speriamo cambi ritmo e direzione

Il satellite buono di Clooney contro il genocidio in Sudan

Posted 30 dic 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Non sa soltanto fare buoni film, interpretare un’accattivante pubblicità per Nespresso, condurre una vita innamorata sulle sponde del lago di Como accanto alla bella Elisabetta Canalis. Adesso si deve a George Clooney anche un’intelligente iniziativa benefica, che lega sapienza politica a uso accorto delle nuove tecnologie. Un satellite, messo in orbita per monitorare, dall’alto, i confini tra il Nord e il Sud del Sudan, in un momento cruciale (nel prossimo gennaio si terrà il referendum per l’indipendenza del Sudan del Sud dal governo di Khartoum) e documentare le eventuali violenze ai danni delle popolazioni del Darfur (se ne parla stamane su @La Stampa). L’operazione si chiama “Satellite Sentinel”, usa la tecnologia di Google, è sponsorizzata, oltre che da Clooney, da Brad Pitt, Matt Damon e altre star di Hollywood e serve a controllare tutto ciò che succede in quell’area strategica, ricca di petrolio e in cui in passato le milizie del presidente sudanese Omar al Bashir hanno fatto stragi della popolazione civile. Stragi agevolate anche dal fatto che la zona del Darfur era stata vietata dal governo di Khartoum a giornalisti, fotografi e tv. “Satellite Sentinel” rompe il muro del silenzio e dell‘invisibilità (www.satsentinel.com). Sostenuta dall’ONU, dalla Harvard Human Iniziative e da una serie di associazioni pacifiste, il “Satellite Sentinel” servirà a “monitorare possibili minacce ai civili, osservare il movimento della gente sfollata, individuare i villaggi bombardati e vittime di razzie, documentare qualsiasi prova di violenza di massa”. Tecnologia contro l’invisibilità e il silenzio che rende ancora più deboli le vittime. Perché proprio le immagini di eventuali violenze contro la popolazione civile potranno essere viste in tutto il mondo e consentire ai governi democratici e all’opinione pubblica internazionale di fare pressioni e prendere iniziative. Tecnologia responsabile e democratica, insomma. Un buon passo avanti di sicurezza e di pace

Palermo, metà dei pass auto per invalidi intestati a cittadini morti o emigrati

Posted 29 dic 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

A leggere i numeri, quasi non ci si può credere. Dei 25mila pass “H” per invalidi rilasciati dal Comune di Palermo ben 11mila (quasi uno su due, cioè) sono intestati a cittadini morti o a palermitani che se ne sono andati a vivere altrove. Detta in altri termini: ci sono 11mila persone, eredi dei morti e degli emigrati, che posteggiano gratis nelle zone “blu” a pagamento o hanno il posteggio invalidi riservato sotto casa o possono circolare tranquillamente a dispetto dei divieti ecologici senza averne alcun diritto, grazie a una vera e propria truffa ai danni del Comune e dei cittadini normali. La bizzarra vicenda è raccontata stamane sulle pagine siciliane de @la Repubblica. E si presta a interessanti considerazioni. La prima: i palermitani sono notoriamente notati di fantasia, intraprendono, si arrangiano, sono bravissimi ad aggirare o violare le regola. Come questo caso conferma. Certo, in Italia non sono i soli (per truffe alle pubbliche amministrazioni e raggiri delle regole, per esempio, si possono andare a esaminare le assunzioni di favore di parenti e clienti negli uffici comunali di Roma). Ma, insomma, reggono bene la concorrenza. Seconda considerazione: 11mila falsi su 25mila indicano non una furberia particolare di begli spiriti truffaldini, ma una vera e propria pratica di massa. Il che porta a una terza considerazione: chi ha rilasciato tutti quei permessi? E chi ha omesso i controlli? La straordinaria vicenda è stata portata alla luce nel corso di una serie di controlli dei vigili urbani di Palermo. Bravi. Ma ai lettori dei quotidiani e ai cittadini piacerebbe anche sapere non solo i nomi degli eventuali truffatori, ma anche chi sono i gestori superficiali degli uffici pubblici dei permessi. Quarta e ultima considerazione: la truffa ha un costo, quello dei mancati introiti nelle casse del Comune per le somme dovute per i posteggi e che i falsi invalidi per gran tempo non hanno pagato. Il Comune intraprenderà un’azione per farsi risarcire dei danni dagli 11mila palermitani che hanno approfittato dei falsi certificati? Sarebbe bello sapere che lo si farà e che i furbastri saranno stangati. Il Comune di Palermo ha notorialente le casse vuote. Adesso che il federalismo fiscale avanza, oltre che lamentarsi per le eventuali sperequazioni nella distribuzione delle risorse, sarebbe opportuno che il Comune si dimostrasse virtuoso, impedendo d’ora in poi le truffe e incassando i soldi che gli sono dovuti. Palermo in questo caso è metafora di tanti altri enti locali non esattamente con le carte a posto. Un Comune virtuoso ha diritto di parlare, su fisco locale, solidarietà, perequazioni. Un Comune non virtuoso, che non sa amministrare traffico, rifiuti, entrate fiscali, invece, molto meno

Per misurare il benessere e non solo la ricchezza

Posted 28 dic 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Era il 1968 quando Robert Kennedy, davanti a una platea studentesca, mise sotto accusa il Pil, l’indice che misura il Prodotto interno lordo, la ricchezza costruita nei vari settori produttivi: si basa anche sulla produzione di armi e di napalm per distruggere le foreste, sul lavoro nelle carceri, ma non misura né la nostra salute né la felicità dei nostri bambini e in generale tutto ciò che ci rende orgogliosi di essere americani. Intuizione acuta, quella di Bob. E profetica. Non gli fu possibile svilupparla, perché pochi mesi dopo fu assassinato. Ma quella severa critica al Pil è rimasta sottotraccia, nel pensiero economico occidentale. E adesso da alcuni anni è ritornata alla ribalta, nei pensieri e nelle parole di tutti coloro che non si accontentano di pensare allo sviluppo economico in termini di quantità di crescita della ricchezza (quella misurata dal Pil, appunto, un parametro costruito nel 1934 dall’economista americano Simon Kuznets, premio Nobel), ma vogliono parlare anche e soprattutto di qualità (secondo le indicazioni di un altro premio Nobel, nel ’98, Amartya Sen, principale responsabile dell‘indice del benessere, in gran voga all’Onu). La notizia sul quotidiani di oggi (@la Repubblica, il @Corriere della Sera) dice che l’Istat, l’Istituto di statistica è pronto a varare entro il 2011 un “paniere del benessere”, che sia fondato su alcuni parametri che riguardano la qualità della vita, dalla sicurezza alla salute, dalla formazione all’ambiente. Ci saranno consultazioni con i vari attori sociali, per definire meglio i parametri. Poi, tecnici al lavoro. E, infine, i dati. “Non rottamiamo il Pil, ma mettiamo a punto altri strumenti per capire come cambia l’Italia“, spiega Enrico Giovannini, presidente dell‘Istat, un economista ricco di esperienze internazionali (anni di lavoro all’Ocse) e di competenze specifiche (ha fatto parte della commissione di 25 esperti messa in campo dal presidente Sarkozy e presieduta da tre grandi economisti, Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean Paul Fitoussi, per definire l’indice di benessere della Francia). Di strumenti per misurare il benessere (e qualcuno per misurare anche quell’entità ineffabile che è la felicità) ce ne sono parecchi, nel mondo. Non misurando dati solo quantitativi (come appunto il Pil) ma anche stati d’animo, sensazioni, percezioni, in differenti culture e sulla base di differenti idee della vita e della società (la cultura cinese o quella indiana si basano su valori diversi da quella europea), l’indice del benessere va messo a punto e tarato con cura, per consentire rapporti e definire paragoni. Ma è una indicazione indispensabile, soprattutto da quando la Grande Crisi del 2008 ci ha messo in guardia dall’ossessione del produrre comunque nuova ricchezza, a scapito della sostenibilità, ambientale e sociale, dello sviluppo stesso e ci ha detto che vanno anche ripensati modi e soprattutto tempi della ricchezza: non tutto il più in fretta possibile, ma quel che serve in equilibrio nel corso del tempo. A che serve un portafoglio pieno se non hai un ospedale che ti curi bene una grave malattia o una scuola che prepari con intelligenza i tuoi figli al futuro? Non tutto è soldi, non tutto si può comprare. E i soldi stessi, vanno prodotti e impiegati con altri equilibri che non la frenesia accumulatrice da anni Ottanta e Novanta, le speculazioni finanziarie, le alchimie dei castelli di carta. Un “future” è un certificato basato sulla scommessa di un certo rendimento di un bene e di un servizio nel futuro prossimo, ma non assicura affatto un futuro di qualità. Non solo il “quanto”, dunque, ma anche il “come”. Come produrre, come consumare, come guardare davvero con lungimiranza responsabile al futuro. Il benessere, diversamente dal semplice “fare soldi per mezzo di soldi”, ha bisogno di tempi lunghi. E di intelligenza e saggezza di lungo periodo

Nell’era dell’iPad le lettere a mano svaniscono perfino dai ricordi, ma bisogna comunque saper scrivere

Posted 27 dic 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Sulla mia scrivania troneggia (si fa per dire: l’oggetto è elegante, piccolo, essenziale, insomma “minimal”) iPad. Regalo di Natale dei miei figli, che me ne stanno pazientemente insegnando l’uso. Oltre che scrivere come su un computer qualunque, navigare in rete e fare mille altre cose (ascoltare musica, vedere film, elaborare e conservare foto, etc. etc.), vi potrò sfogliare i giornali (una straordinaria comodità, mentre si è in aereo, seduti nella poltrona centrale di una fila affollata o su un vagone del metrò, senza troppe contorsioni per piegare le pagine) o leggere un libro in viaggio, senza sovraccaricare di volumi lo smilzo bagaglio a mano o consultare documenti che su carta sarebbero quanto mai voluminosi. Grande oggetto, iPad, insomma. Cambia un po’ le abitudini, semplifica la vita. Presto ne scoprirò anche le controindicazioni. iPad, d’altronde (come le altre tablet di diversa marca), non è che l’ultima trovata nel corpo di una straordinaria rivoluzione tecnologica che sta radicalmente cambiando mode, modi, consumi, costumi, ma anche equilibri sociali e politici e assetti di potere. Senza metterla giù troppo solennemente, la rivoluzione hi tech investe naturalmente la quotidianità. E senza che quasi ci si accorga dei cambiamenti, ci sono oggetti che diventano desueti (desueto è parola antica, la uso appunto perchè non se ne perda memoria) e cadono nel dimenticatoio. Che oggetti? Su @La Stampa di oggi si riprende una classifica stilata dal sito Business Insider e rilanciata dal collettore di notizie Huffington Post, sugli oggetti che stanno scomparendo: i videoregistratori, i fax, i telefoni fissi che le loro cornette, i compact disc, le mappe di carta che era facile aprire ma quasi impossibile poi ripiegare in ordine, gli elenchi del telefono, le enciclopedie in volumi, i cavi e i rullini per le macchine fotografiche (mitici, gli Ilford per le foto in bianco e nero, ma se non ricordo male la Ilford ha già chiuso tempo fa i battenti). Antiquate, conferma anche Business Insider, le lettere a mano. “Oggi – scrive La Stampa – ci si corteggia via Sms, social network o anche posta elettronica. E i nuovi mezzi hanno sviluppato nuovi linguaggi”. Sarà sicuramente così. Ma qui mi fermo, perplesso. Mi dispiace che nessuno, o quasi, scriva più lettere. E confesso d’essermi molto emozionato nel riceverne una, pochi mesi fa, dal presidente di una grande casa editrice, a proposito di un giudizio su un libro, poche righe vergate (anche questa è parola desueta, dunque da scrivere e ricordare) a mano, in calligrafia nitida e lineare, per esprimere concetti essenziali e originali. Ma, lettere a mano a parte, scrivere, bisogna continuare a saperlo fare. Per raccontare emozioni e sentimenti. Ed esprimere giudizi incisivi. Qualunque sia lo strumento usato per scrivere, il “devise”, il supporto tecnologico cui si affidano le parole. Perché, appunto, i supporti passano, per evoluzione delle tecnologie (tra quanti anni iPad cadrà nel dimenticatoio, come i videoregistratori?). Le parole restano. Memoria. E dunque, comunque, futuro

Università, buona la riforma sul merito, ma servono soldi per applicarla davvero

Posted 24 dic 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

La riforma Gelmini, approvata dalle Camere, è legge. Sulla carta, si apre una nuova stagione per l’università, caratterizzata dal premio al merito (per i docenti, per gli studenti, per gli atenei migliori), dal contrasto a clientele e parentele baronali, dalla migliore selezione per professori e ricercatori, dallo stop al proliferare di atenei e corsi di laurea spesso bizzarri e comunque inutili. Una università, sulla carta, di migliore qualità. Capace di favorire la valorizzazione di ciò che in Italia abbiamo di più prezioso, in stagioni di primato delleconomia della conoscenza: il capitale umano, e cioè soprattutto l’intelligenza, la fantasia, la passione, la preparazione dei nostri giovani. Già, i giovani. Ma ci deve essere qualcosa che non funziona se molti di quei giovani che la riforma Gelmini dichiara di voler sostenere scendono in piazza contro la riforma stessa e in delegazione salgono al Quirinale (istituzione che, diversamente da altre, gode della fiducia delle nuove generazioni e della stragrande maggioranza di tutti gli italiani) per chiedere ascolto alle ragioni della loro protesta, diretta a dire “vogliamo studiare di più e meglio, anche per avere migliori e più sicuri posti di lavoro“. Dal Quirinale (diversamente che da altre istituzioni), quei giovani ottengono giustamente udienza e ascolto. E proprio oggi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in una bella intervista a @La Stampa, spiega perché li ha ascoltati (“Serve capacità della politica di tornare a comunicare con i più giovani“; “Provare a guardare lontano”). Cosa non funziona, allora, a proposito della riforma? Non funziona soprattutto la quantità di soldi disponibili per raggiungere davvero gli obiettivi proposti. i dati sono, come sempre, oggettivi e impietosi. In istruzione e ricerca l’Italia spende il 4,5% del Pil, cenerentola tra le nazioni della Ue. In cultura, una miseria (con i tagli che ben sappiamo). Pochi soldi per formazione e valorizzazione dellintelligenza, pochi soldi anche per l’università. Con la riforma andrà meglio? Sul @Corriere della Sera di oggi c’è una lettera di tre professori universitari di gran nome, Massimo Livi Bacci, Tiziano Treu e Mauro Ceruti, che sono anche senatori del Pd e sono noti per lo spirito riformista che ha sempre ispirato le loro prese di posizione. Ebbene, i tre professori dicono che “autonomia, valutazione e merito” sono principi fondanti della legge di riforma e condivisi da chi vuole il cambiamento, ma scarsamente applicabili, allo stato dei fatti. Non ci sono risorse finanziarie per tutto il settore della conoscenza, l’Anvur (l’agenzia di valutazione del merito) non ha nè personale, né soldi né strumenti per giudicare atenei e professori, l’autonomia delle università è limitatissima, il Fondo per il merito gestito dal ministero dellEconomia non ha risorse pubbliche ma dovrà essere alimentato da risorse private. Ma quale privato investirà mai i suoi soldi sotto il controllo di burocrati ministeriali? Semmai il privato, benefattore o impresa che sia, finanzierà direttamente ricerca e formazione attraverso istituzini private direttamente controllate. Approvata la riforma, insomma, c’è da applicare la riforma. Con strumenti e soldi adeguati. A chi studia, per dare e ottenere futuro, vanno date risposte serie

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