Mangiano in silenzio (antipasti di mare, spaghetti con i ricci, triglie fritte) e si guardano intensamente («meglio assà che ’na longa discurruta») il commissario Montalbano e la bellissima Angelica, protagonisti dell’ultimo romanzo di Andrea Camilleri, Il sorriso di Angelica. Mangiano di gran gusto e parlano di cibo anche i personaggi de Il cimitero di Praga di Umberto Eco, cucina francese, potage à la Crécy, soupe aux oignons, casserolederizàlaToulouse, ma anche un gran bollito misto piemontese (di cui si dà pure la ricetta), i piatti siciliani chiamati pisci d’ovu (una frittata) o i babbaluci a picchipacchi (lumache con aglio e pomodoro) e, per addolcirsi la bocca a fine pranzo, un bicerin pur e barba (miscela di caffè e cioccolata). Letteratura e cucina, cibo e poesia, perché, suggerisce malizioso Eco, capovolgendo un vecchio detto: carmina dant panem. E così, dopo la passeggiata digestiva lungo il molo di Vigata, rimuginando sui versi dell’Orlando furioso di Ariosto, Montalbano scioglie i misteri di una serie di furti e delitti. Mentre Simonino Simonini, spia e falsario (l’unico personaggio immaginario delle belle pagine di Umberto Eco, tra tanti personaggi storici che trafficano, complottano e tramano conquiste territoriali e attentati terroristici) si dà da fare per costruire quel grande falso storico dei Protocolli dei savi anziani di Sion, il testo che avrebbe legittimato il peggior antisemitismo tra Ottocento e Novecento, dai pogrom in terra di Russia sino alla tragedia criminale dell’Olocausto per mano nazista. Libro bello e coraggioso, dunque, quello di Eco. Sulla crudeltà e l’impostura. Sulla distorsione dell’intelligenza e del buon senso comune. E sulla necessità, per conseguenza, di lavorare per ristabilire la verità storica. Facendo uso anche di una sapiente e colta ironia, per regolare i conti con le false culture e dare voce a una grande passione civile. Andare all’essenza dei fatti, insomma. Alla radice della storia. Lo fa, sempre attraverso il cibo, Predrag Matvejevic, storico capace di grande scrittura letteraria, in Pane nostro, una ricognizione sulle culture del grano e del pane, con tutto ciò che il pane ha rappresentato, nella vita quotidiana fin dai primordi della civiltà e soprattutto nelle religioni (con ricca e mai pedante frequentazione dei testi delle religioni del Libro). Pane nutrimento, del corpo e dell’anima. Pane metafora e simbolo dei gesti di più intensa umanità, come insegna il padre al Predrag bambino, mandandolo a nutrire un gruppetto di prigionieri di guerra, anche in memoria d’uno zio morto, in un campo di concentramento, invocando il pane. Libro bellissimo, da leggere gustandone l’intelligente struttura, ma anche la profonda ispirazione poetica e sacra, come testimoniano sia la prefazione di Enzo Bianchi che la postfazione di Erri De Luca (la manna, il pane che Dio manda al suo popolo durante la traversata del deserto «è l’anticamera immensa della libertà, che sempre comporta un azzardo e un cammino, la libertà non è un giardino, ma un paio di sandali che vanno sopra sassi e rovi»). Pane, olio, vino, ma anche carne e burro, strumenti per sentirsi comunità. Come spiega Massimo Montanari in L’identità degli italiani in cucina un percorso che ha radici nel Medio Evo e arriva a oggi. Siamo italiani anche grazie ai cibi elaborati in comune. Localismi e nazione si ritrovano insieme. Cibo come cultura che lega, appunto. Sapida, gustosa bandiera.
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 138 in PDF
© Il Mondo, 19 novembre 2010 www.ilmondo.rcs.it