Archive for novembre, 2010

La mafia imprenditrice ha messo radici più profonde a Catania

Posted 29 nov 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

I boss non sparano più. E nel silenzio e nella connivenza di “un’area grigia”, tra mondo delleconomia e mondo della politica e della pubblica amministrazione, si dedicano a fare affari, minando, come tarme rapaci, il tessuto delleconomia legale. Leonardo Sciascia, che capiva bene le dinamiche mafiose, lo aveva denunciano già molti anni fa: temo la mafia soprattutto quando non spara. Adesso arrivano nuovi riscontri, con le parole di una coraggiosa intervista rilasciata stamane al @Corriere della Sera da Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, l’associazione degli imprenditori. Impegnato da tempo in una severa lotta contro l’inquinamento mafioso delleconomia, Lo Bello rilancia. Dopo la battaglia contro le estorsioni, contro il “pizzo”, è necessario allargare lo sguardo. E considerare con allarme le mosse dei clan mafiosi in altri settori. Dice Lo Bello: “La capitale della mafia imprenditrice non è Palermo ma Catania”, dove si sarebbe “pienamente affermata una mafia che lascia alle cosche minori, spesso esterne a Cosa Nostra, i vecchi affari illeciti per dedicarsi ad attività apparentemente pulite. A Catania i mafiosi di rango e consolidata tradizione non sparano più e non chiedono nemmeno il ‘pizzo’, ma sono imprenditori che hanno monopolizzato una fetta di settori come i trasporti, il calcestruzzo, il movimento terra e alcuni servizi alle imprese“. Insiste Lo Bello: “La prima conseguenza di una mafia con queste caratteristiche è che chiunque venga in Sicilia spesso non può fare a meno di soggiacere al ricatto dei subappalti gestiti dai mafiosi”. Nel settore degli appalti pubblici, come sempre. Ma anche in quello della costruzione dei grandi centri commerciali. C’è una tradizione catanese, di mafia imprenditrice, come aveva denunciato già il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel 1982, rivelando i legami tra boss e certi “cavalieri del lavoroche dominavano gli appalti pubblici siciliani. Nonostante le indagini giudiziarie, i processi, gli arresti di boss e le loro condanne, quella mafia si è inabissata, ha resistito, si è rinnovata ed è ancora presente, minacciosa, temibile. Inquinando e stravolgendo l’economia legale e mettendo in seria difficoltà le imprese che vogliono lavorare secondo criteri di legalità e trasparenza. Un allarme, dunque, da non sottovalutare

Ma l’amor di patria è avere gusto e responsabilità della verità, non inclinazione a mentire e tacere, da servi

Posted 28 nov 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

George Bush, nei giorni drammatici degli attentati alle Twin Towers, di fronte all’emozione degli Usa e del mondo per la strage terroristica, aveva inventato la categoria del “giornalismo patriottico” e nella crisi dellintelligenza della democrazia (comprensibile in quei giorni, anche se non scusabile) aveva ottenuto dal Parlamento provvedimenti che limitavano la libertà di informazione, in nome dell‘interesse nazionale e, appunto, dell‘amor di patria. Ci misero tre mesi, gli americani, per capire che si trattava di una bufala, una pericolosa ferita alla democrazia e revocarono tutto, ribandendo che l’interesse patriottico non è strumento nelle mani del potere per rintuzzare le critiche dell‘opinione pubblica, ma un valore ben più alti, che si nutre di libertà e responsabilità, cercando verità. Un dibattito analogo, concluso negli stessi termini, gli Usa lo avevano affrontato più volte, dai tempi dell‘inquisizione della commissione McCarty (primi anni Cinquanta) sulle presunte attività antiamericane ai tentativi di intimidire i media che pubblicavano i “Pentagon Papers”, documenti imbarazzanti sulle attività militari Usa all’estero. Oggi se ne riparla. Anche in Italia. Qui, in certi casi, con toni da operetta (ma da noi spesso, “la situazione è grave ma non è seria”, come ricordava caustico Ennio Flaiano). Per non perdersi in inutili polemiche, con un bell’articolo di Gian Antonio Stella, il @Corriere della Sera di stamane si pone il tema di “quell’amor di patria che il potere non ama”. Per il piacere di chi ci legge, riproduciamo qui due citazioni tratte dall’articolo di Stella (che merita comunque integrale lettura). La prima è questa: “La ripugnanza per la critica, la libera stampa, le due Camere, il teatro di costume fa sì che l’uomo d’ordine chieda in ogni momento la censura preventiva. Per chiedere questa legge straordinaria, egli sceglie l’occasione di una menzogna o di una calunnia o di una sconcezza, ma in effetti è impaziente di applicarla contro la scottante Verità, la fastidiosa Critica, la noiosa Ironia”. Testo di grande attualità, no? Scritto da Vitaliano Brancati, nel 1946. La seconda citazione è questa: “L’esperienza insegna che la peggior forma di patriottismo è quella di chiudere gli occhi davanti alla realtà, e di spalancare la bocca in inni e ipocriti elogi, che a null’altro servono se non a nascondere a sé e agli altri i mali vivi e reali”. Attualità anche qui? Parole scritte nel 1956 da Curzio Malaparte, giornalista che fu fascista durante il regime, pagò con il confino il suo gusto di non tacere la verità davanti a Mussolini osannato dai servi sciocchi (erano i tempi de “Il Duce ha sempre ragione”) e anche in tempi di Repubblica non rinunciò a scrivere e criticare. Chi è, dunque, patriottico? Il cortigiano di “Tutto va bene, madama la Marchesa” o il Leopardi delle severe critiche allo scarso spirito civico degli italiani e dei loro peggiori governanti?

La ‘ndrangheta in Lombardia, proteste e dimissioni di Pd e Lega per il comune di Desio

Posted 27 nov 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Piccola storia di periferia, si potrebbe pur dire. Maturata lì, nei dintorni della grande Milano, dove la città si allarga in una serie infinita di cittadine, villette a schiera e capannoni industriali, condomini di piccola borghesia e ipermercati, nebbia languida e operosità da record. Ma è una storia esemplare. E vale la pena metterla sotto i riflettori dellattenzione generale. Perché racconta una vicenda tutt’altro che periferica. E vale da testimonianza di ciò che sarebbe necessario fare anche per altre vicende, in altri luoghi. Scenario: il comune di Desio, paesone di 40mila abitanti, al centro della ricca Brianza, industria d’avanguardia del made in Italy nel settore dell‘arredamento e della meccanica, fabbrichette, depositi, case e magazzini, ricchezza diffusa, motore economico che, pur acciaccato dalla Grande Crisi, prova a reggere e a non cedere. Il comune da sette mesi è guidato da un sindaco Pdl, Giampiero Mariani, forte di una robusta alleanza con la Lega, che proprio in Brianza ha solide radici. Ma attorno agli affari del Comune, appalti pubblici, servizi, forniture, si affollano boss e picciotti delle cosche calabresi. Cercano relazioni, favori, intese di riguardo. E, a quanto pare, trovano ascolto. Lo scoprono gli inquirenti che indagano sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia. E attorno a quei pubblici amministratori di Desio che, a quel che si sa, non disdegnano di dare ascolto ai clan calabresi, scoppia lo scandalo. Protesta l’opposizione, Pd e Italia dei valori. Ma, ecco il punto politico principale, protestano anche i consiglieri della Lega. Che non hanno alcuna voglia di vedere il loro partito confuso con gli amici dei boss. Nè di cedere ai ricatti della maggioranza. D’altronde, proprio un leader della Lega, come il ministro degli Interni Roberto Maroni, non è alfiere dell‘impegno dello Stato contro la mafia? Dimissioni in massa, dunque, anche dei consiglieri comunali della Lega, in nome della moralità. Il sindaco ne viene travolto. Si tornerà a votare. Con la speranza che durante la campagna elettorale le questioni del buon governo, della trasparenza amministrativa, del rifiuto di ogni obliqua relazione d’affari con il mondo mafioso tengano banco, restino in primo piano. Che la ‘ndrangheta, così come la mafia e la camorra, cerchi relazioni con settori della politica, della pubblica amministrazione , delleconomia “legale” è cosa nota: attiene alla natura e alla logica di potere dei boss. Che il fascino dei soldi facili di mafia sia quanto mai allettante, è cosa altrettanto nota, da tempo. Adesso è importante che cittadini, imprenditori e pubblici amministratori locali non dimentichino che la cultura e la pratica dellimpresa mafiosa sono veleno per l’economia di mercato e per la stessa democrazia. Reagiscano. E facciano pulizia all’interno della “casa pubblica”, della politica. Come, per merito di Pd e Lega, è successo a Desio. città d’Italia

Stragi, un appello per abolire il segreto di Stato

Posted 26 nov 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

L’ultimo schiaffo, per la coscienza civile degli italiani che hanno memoria e sensibilità pubblica, è stata la sentenza di assoluzione di tutti gli imputati per la strage di piazza della Loggia a Brescia, otto morti, 102 feriti e nessun colpevole, a 36 anni dai fatti. Ma su tante altre stragi manca la verità, la chiarezza giudiziaria sui responsabili. Dalla strage di Portella delle Ginestre, all’alba della storia della Repubblica, alla strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969, l’inizio degli “anni di piombo”), dalla strage di Ustica (81 morti su un aereo Italia, il 27 giugno 1980) alla strage alla stazione di Bologna, 85 morti e 200 feriti, nella calda mattina del 2 agosto 1980, dalle bombe sul treno 904 del 23 dicembre 1984 alle bombe (mafiose? solo mafiose?) in via dei Georgofili a Firenze, il 27 maggio 1993, 5 morti e 48 feriti. L’elenco, naturalmente, è molto più lungo. E può essere completato con le bombe del maggio e del luglio 1992, in cui muoiono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le persone delle loro scorte. Di tanti morti, di tante ferite al corpo civile e politico italiano, ancora poco si sa. A distanza di tanti anni. Si intuiscono, dalle indagini e da parte delle carte giudiziarie, strane mani dietro i delitti, mani di “servizi segreti deviati”, in una commistione tra apparati pubblici e criminalità eversiva di estrema destra e clan di mafia. Ma senza certezza di imputazioni nette, chiare, con tanto di nomni e cognomi, di colpevoli come esecutori e come mandanti. Adesso, arriva una iniziativa di grande rilievo: un appello, firmato da intellettuali, storici, politici, familiari delle vittime, al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al presidente del Copasir (l’organismo parlamentare di controllo sui servizi segreti), Massimo D’Alema, perchè sia abolito il segreto di Stato su quelle vicende e le carte siano tutte pienamente consultabili. L’appello ha, tra le altre, le firme di storici come Foa, Franzinelli e Tranfaglia, della segretaria della Cgil Susanna Camusso, dello scrittore Roberto Saviano, di magistrati come Imposimato, Priore e Salvini (che sulle stragi hanno molto e bene indagato, ma ritrovandosi bloccati dal “segreto” su carte chiave per le inchieste), etc. Segreti da abolire, dunque. E verità da accertare. Per poter scrivere con chiarezza la nostra storia, per guardare in faccia ai colpevoli di tanti delitti che hanno addolorato le famiglie e piegato la politica a sporchi interessi oscuri, di parte, illegali. Una democrazia ha bisogno di verità. E alle istituzioni tocca il dovere di fare di tutto per garantirla. Anche, appunto, abolendo il “segreto di Stato”, soprattutto se passati un tot nomero di anni. Bel tema, per una classe politica e un Parlamento di persone responsabili. Peccato che siano in tutt’altre e meno nobili faccende affaccendati

Giornalisti, un po’ filosofi

Posted 26 nov 2010 — by Antonio Calabrò
Category Articoli

Logo - Il MondoGrandi vecchi, potremmo dire di loro. Filosofi, politici, giornalisti. La sapienza maturata attraversando il lungo Novecento. E l’intelligenza critica di chi vede, studia, racconta, fa. Testimonianze di passioni politiche e culturali, elaborazioni di idee, lezioni di vita. Riflettere sulle pagine di questi protagonisti di un’Italia controversa eppur vitale (due, Norberto Bobbio e Vittorio Foa, recentemente scomparsi, altri due, Bocca e Pirani, ancora lucidamente attivi) aiuta non solo a ragionare su storia e presente, ma anche a ritrovare il «piacere del testo» di letture brillanti e sincere, analitiche e descrittive, letteratura dell’attualità. Poteva andare peggio, è il titolo del volume di Mario Pirani, esercizio ironico di understatement, ma anche intelligente giudizio sulla parzialità delle conquiste storiche di grandi battaglie ideali, personali e professionali.
Ognuno ci mette quel che sa e può. E qualcosa, comunque, cambia. È una vita densa, quella di Pirani. L’infanzia agiata, con le villeggiature al Lido di Venezia e a Forte dei Marmi. L’angoscia delle leggi razziali, cui i PiraniCoen riescono a sfuggire. La militanza nel Pci da «rivoluzionario di professione» e il giornalismo sulle colonne de l’Unità. La rottura, dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria e le censure per alcuni articoli critici sulla condizione operaia. L’entusiasmante stagione come dirigente dell’Eni di Enrico Mattei (come una sorta di ministro degli esteri per trattare con i patrioti algerini in guerra per l’indipendenza dalla Francia). E poi, a tempo pieno, il giornalismo, prima a Il Giorno e poi, dopo una breve direzione de L’Europeo (conclusa con la dimissioni, per non aver voluto appoggiare i massoni della P2), i lunghi anni a la Repubblica. Giornalismo civile, con una gran dote: la curiosità e l’autonomia di giudizio. «Mezzo secolo di ragionevoli illusioni», scrive in sintesi Pirani.
Lungo anche il percorso giornalistico di Giorgio Bocca (anche per lui, Il Giorno e poi la Repubblica). Sguardo di cronista, attitudine al commento da scrittore morale. Qualità che nutrono l’antologia dei suoi scritti, raccolti in Fratelli coltelli, 1943-2010. L’Italia che ho conosciuto: dal crollo del fascismo alla guerra partigiana (combattuta nelle brigate di Giustizia e Libertà), dal boom economico al terrorismo e alle violenze della mafia, sino a Tangentopoli e alla stagione di Silvio Berlusconi: «Dobbiamo ancora imparare a vivere in società, a essere Stato, inutilmente furbi, inguaribilmente infantili ma molto umani nelle debolezze come nelle virtù». Ci sono, comunque, virtù civili da salvaguardare, come si coglie nelle pagine degli Elementi di politica di Norberto Bobbio, il maggior filosofo politico italiano, con affascinanti analisi sui valori della democrazia, la tolleranza, la non violenza, la fratellanza. E ci sono esperienze il cui ricordo può continuare a nutrire il meglio della cultura repubblicana: quelle di Vittorio Foa, tra antifascismo, militanza nella Cgil e nella sinistra (da non comunista, ma dialogando criticamente con il Pci), insegnamento e scrittura. Scelte di vita, si intitola il libro che raccoglie, a cura di Andrea Ricciardi, le conversazioni tra Foa e Giovanni De Luna, Carlo Ginzburg, Pietro Marcenaro, Claudio Pavone e Vittorio Rieser. Uno scavo sincero e lucido attorno a parole come progresso, libertà, socialismo, democrazia, partecipazione. Parole da maestri da continuare ad ascoltare.

Antonio Calabrò

Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 117 in PDF© Il Mondo, 3 dicembre 2010 www.ilmondo.rcs.it

A uscire dall’euro ci rimetterebbero sia la forte Germania sia la più fragile Italia

Posted 25 nov 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Già il fatto che se ne parli è indice di grave malessere, di seri problemi. E che se ne parli proprio in casa del più forte attore politico ed economico della Ue, la Germania guidata da Angela Merkel, non può che alimentare seri allarmi. “Ora la moneta è in serio pericolo. Un anno fa queste turbolenze erano impensabili”, ha dichiarato la Merkel, facendo una pessimistica sintesi della situazione dopo le crisi di Grecia e Irlanda e all’ombra dei timori per Portogallo e Spagna. L’opinione pubblica tedesca è frastornata, impaurita, adirata: ma perchè dobbiamo essere sempre noi a pagare per gli errori degli altri? I giornali di Berlino e Francoforte fanno eco. E in molti circoli politici e finanziari le critiche ai vincoli dell‘unione monetaria sono sempre più evidenti. “Torna la tentazione di uscire dall’euro”, titola oggi @La Stampa, in una documentata analisi sulle tensioni politiche e valutarie, con occhio di particolare attenzione per la terra tedesca. Ci sono i pessimisti, capitanati, purtroppo, dalla Merkel. E i cosiddetti “ottimisti”, come il ministro dellEconomia Bruederle o il commissario Ue agli affari monetari Rehn, che dicono che la moneta unica, nonostante le turbolenze, è forte e resisterà. Un fatto è certo: l’euro è stato finora un vantaggio per tutti, a cominciare dalla stessa Germania, che ha scaricato nel tempo sulle casse dei paesi Ue parte dei costi e degli investimenti successivi all’unificazione tedesca e, grazie all’euro, ha avuto un supplemento di forza per affrontare la Grande Crisi e riposizionarsi come locomotiva europea. E sempre l’euro ha permesso a paesi fragili, come l’Italia, di reggere il passo delle difficili operazioni di riequilibrio dei conti pubblici e di far vivere la propria economia grazie al basso costo del denaro (per le famiglie, con i mutui e per le stesse imprese), con un ombrello protettivo che ci ha messi al riparo da tempestose speculazioni valutarie (a chi parla male dell‘euro basta ricordare la situazione dei conti pubblici e privati quando la liretta era tartassata al ribasso dagli speculatori, l’inflazione era elevata, le banche pubbliche erano una “foresta pietrificata” senza concorrenza e sui mutui per la casa si pagavano tassi del 15%). L’euro è un vantaggio. Anche perché è un vincolo. Giusto dunque che Grecia e Irlanda, ma domani anche Portogallo e forse Spagna, siano sotto osservazione, con politiche severe di risanamento dei bilanci in deficit e che i loro governanti paghino, con il giudizio negativo degli elettori per chi non ha saputo ben amministrare (il rigorismo tedesco ha un suo fondamento). Ma è altrettanto giusto che ogni paese, dal più forte al più debole, capisca che il risanamento va accompagnato da politiche di sviluppo e che dunque tutta l’Europa deve ricominciare a produrre più ricchezza, anche perchè i singoli paesi abbiano risorse maggiori per pagar meglio i loro debiti. Come? Investimenti in infrastrutture, innovazione, ricerca, economia della conoscenza. E riforme, per un welfare più inclusivo, più giusto, più efficace. Una misura possibile. Per i paesi deboli (Italia compresa). E per i più forti. “Berlino-Ue, matrimonio di interesse”, scrive oggi Carlo Bastasin su @Il Sole 24Ore. E spiega:”La Germania si assuma gli oneri del leader, i paesi periferici garantiscano rigore”. E la Ue, finalmente, ritrovi il passo della politica, con un condiviso progetto per il futuro

L’Italia cresce poco anche per colpa dell’illegalità diffusa

Posted 24 nov 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

All’inaugurazione dell‘anno accademico dell‘università Bocconi il rettore Guido Tabellini ha affrontato la questione della lentezza e della fragilità dello sviluppo economico italiano, insistendo sui limiti legati al mancato rispetto della cultura della legalità. Ragionamento assolutamente condivisibile. Che dunque qui riproduciamo (ampi stralci del testo sono pubblicati sulle pagine de @Il Sole24Ore), affidandolo all’attenzione di chi legge. Sostiene Tabellini: “Le regole tipiche di uno Stato di diritto e il buon funzionamento delle istituzioni sono fondamentali per lo sviluppo economico. La tutela dei diritti di proprietà, l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la protezione dall’abuso da parte dei governi, spiegano la differenza tra i paesi ricchi e quelli poveri più di qualunque altra variante economica, sociale o geografica… I paesi dove le istituzioni tipiche di uno Stato di diritto e in particolare la giustizia funzionano meglio tendono a specializzarsi in settori produttivi più sofisticati, dove i rapporti contrattuali sottostanti l’attività produttiva sono più complessi e dove quindi c’è una maggiore esigenza di buone istituzioni che sostengano e regolino gli scambi…”. Importante, dunque, avere un buon “capitale sociale“, inteso come “diffusione di valori e atteggiamenti culturali quali la fiducia generalizzata, il senso civico, il rispetto delle istituzioni, la moralità generalizzata (in contrapposizione con la lealtà nei confronti di un clan o di una cerchia ristretta di amici e parenti)”. Continua Tabellini: “Anche da questo punto di vista l’Italia non è messa bene” e “le carenze nel funzionamento delle istituzioni pubbliche e la scarsa fiducia nello Stato alimentano fenomeni di illegalità diffusa”. Eccolo, dunque, il freno allo sviluppo italiano. Che fare? Promuovere una intensa attivit, culturale, appunto, formatica, di diffusione di valori. Ancora Tabellini: “In italia ci troviamo in un equilibrio inefficiente, cioè in una situazione in cui gli incentivi individuali e le aspettative circa i comportamenti altrui sono allineati e spingono i singoli ad agire in modo controproducente per la collettività“. Insomma, “un problema fondamentale, in tutte le democrazie, è come indurre i rappresentanti politici a perseguire l’interesse generale anzichè interessi di parte o personali. In ultima istanza, ciò dipende soprattutto dal comportamento degli elettori. E’ ben documentato come, dove vi è più capitale sociale, gli elettori sono più attenti e informati e più disposti a mobilitarsi per punire gli abusi”. Bella sfida, dunque. Politica. Culturale. Di spirito civico. Morale

Pagina 1 di 512345