Parola sgradevole, guerra. Soprattutto nel lessico di un Occidente che ama vantarsi di vivere, dal 1945 a oggi, in una lunga stagione di pace, interrotta, semmai, da conflitti non esplicitamente bellici, «la guerra fredda» o da guerre locali. Eppure, nel mondo globale in cui il tempo comprime lo spazio (la comunicazione istantanea stimolata dall’information technology fa pensare che si sia tutti qui e ora), le interazioni tra guerre, sviluppo economico e disagi sociali sono di estrema attualità. Nelle guerre vanno cercate anche le radici della Grande Crisi che ha colpito il mondo nel 2008. A evitare le guerre o comunque a limitarne gli effetti bisogna pensare con cura, per impedire conseguenze negative sulla solidità delle democrazie liberali e sulla qualità della vita di miliardi di persone.
Innocenzo Cipolletta è uno dei migliori economisti italiani, uomo di studi severi e originali, ma anche gestore di imprese (è stato, tra l’altro, direttore generale di Confindustria e presidente delle Ferrovie dello Stato), capace dunque di cogliere i nessi tra teoria economica, scelte politiche e relazioni sociali. E ne dà buona prova nel suo ultimo saggio, Banchieri, politici e militari. Memore di uno dei più illuminanti libri del Novecento, Le conseguenze economiche della pace di John Maynard Keynes, Cipolletta ritrova nelle avventure belliche (il Vietnam, il Medio Oriente, sino all’attualità dell’Afghanistan e dell’Iraq) le radici degli squilibri economici globali, collegando al finanziamento delle guerre l’indebitamento Usa e a quel colossale debito pubblico la bolla finanziaria che, attraverso la crisi dei derivati, ha devastato le economie mondiali.
Dalla crisi, dunque, non si esce se non ripensando radicalmente le relazioni internazionali, dismettendo l’illusione che una guerra sia soluzione dei problemi, riconoscendo la necessità di un nuovo ordine, di nuove regole globali. Andando, cioè, verso un mondo in cui il dollaro non sia più la moneta regina degli scambi e il governo della modernizzazione tenga conto degli interessi di più attori. La guerra è un errore, comunque presente. La pace, il risultato, pur sempre fragile, di migliori equilibri di sviluppo economico. A dare conforto alla sua tesi, ecco anche il saggio di Paul Collier, Guerre, armi e democrazia, attento a leggere il senso profondo dei conflitti nei paesi in via di sviluppo, in Africa, soprattutto, dove la gente va alle urne per eleggere i governi, ma in cui la democrazia è condizionata da chi, al di là delle urne, imbraccia un mitra e compra un carro armato e un cannone, spesso con i soldi dei cosiddetti aiuti umanitari. Servono, appunto, nuove culture, nuove idee di convivenza, come spiega Ulrich Beck in Potere e contropotere nell’età globale, un gioco sofisticato e difficile di diritti e doveri al di là dei desueti confini degli Stati nazionali.
La guerra è dietro l’angolo, sempre. Ma è una soluzione stupida ai problemi delle relazioni tra le comunità. La riprova? Nella rilettura di un libro degli anni Venti, che finalmente acquista la dignità di un classico, Le vicende del bravo soldato Švejk durante la guerra mondiale, di Jaroslav Hašek.
È un tonto, Švejk, grande, grosso, ingenuo, maldestro. Ma come tutti quelli che sembrano matti, svela la verità. Gli stolti sono gli altri, i suoi ufficiali e coloro che, sulla guerra, fanno fortuna, provocando generali disastri. Lezione d’attualità.
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 85 in PDF
© Il Mondo, 5 novembre 2010 www.ilmondo.rcs.it