«Hai buone probabilità di vivere cent’anni», dice una mamma sorridente al suo bambino. E lui, allarmato «Tutti qui, in questo Paese?». La vignetta è di Altan. E descrive bene, nella sintesi di una fulminante ironia, questa nostra Italia malandata. Come quell’altra, in cui una donna, con sguardo perplesso, dichiara. «Ho la nausea: o sono incinta o sono italiana». Sappiamo com’è Altan, capace di far dichiarare a un mesto personaggio: «Mi vengono in mente opinioni che non condivido». E di illuminare la crisi di responsabilità: «Ci sono dei momenti che a uno gli piacerebbe di poter dire: io non c’ero». Ma sappiamo anche che al suo sguardo affilato dobbiamo affidarci, per capire il senso dei tempi e intravvedere, dietro l’ironia, una scelta da fare, un dovere personale e civico da rispettare. Terapia, ha per titolo il suo ultimo libro, 102 tavole alternate a giudizi di giornalisti e scrittori. Un’operetta morale, sapida di malinconica consapevolezza e severo sguardo civile. Libro da fare circolare nelle scuole. Per discutere sul carattere degli italiani, esempi di controversa personalità. Già, controverso è un buon aggettivo, per cercare di definire un Paese che tra tentazioni retoriche e diffuso disinteresse, si prepara a celebrare i 150 anni della sua Unità. Perché carica di contraddizioni è la nostra storia, tormentata da conflitti irrisolti la definizione della nostra identità. Il bisogno di patria, scrive Walter Barberis, in un saggio lucido e ricco di riflessioni originali, su una tendenza nazionale che già Stendhal definiva patriottismo municipale e che nel tempo si è connotata per retorica dell’appartenenza di fronte a certi successi sportivi ed esibizione di buoni sentimenti di fronte a gravi eventi luttuosi ma non si è costruita come cultura condivisa, orgoglio di solide radici culturali e sguardo collettivo verso il futuro.
Barberis, ottimo storico, ripercorre la vicenda italiana, ne esamina limiti e glorie (le incitazioni di Ugo Foscolo, i giudizi di Giacomo Leopardi, gli sforzi di milioni di italiani per affermare la propria dignità di lavoratori e di persone), i momenti alti (il Risorgimento, la Resistenza) e le cadute rovinose (la tendenza al particolare familista, l’illegalità diffusa, l’evasione fiscale, la sinecura per i beni collettivi). E conclude con un giudizio contro le tentazioni ricorrenti delle chiusure di campanile e degli sterili spiriti nazionalisti: l’identità italiana, la sua caratteristica di patria, «si sono esaltate con la pluralità dei volti, nella molteplicità degli incontri e delle culture». Il Bel Paese maltrattato, scrive Roberto Ippolito, giornalista esemplare, documentando, con l’abituale scrupolosa esattezza di dati e fatti, «le offese ai tesori d’Italia», a un patrimonio che può offrire, se tutelato e ben valorizzato, grandi opportunità di sviluppo, non solo economico, ma anche sociale e civile.
Si può fare, insomma, nonostante tutto, affidamento sull’Italia. Come spiega Bill Emmott, autorevole ex direttore di The Economist, raccontando, nelle brillanti pagine di Forza, Italia. Come ripartire dopo Berlusconi, le potenzialità della Buona Italia delle imprese innovative, dei giovani del volontariato e delle associazioni antimafia, dei magistrati rigorosi e dei pubblici amministratori onesti contro la Mala Italia del degrado e del cattivo governo. Critica. E proposte di riforme politiche ed economiche per costruire finalmente «Il Paese in cui vorremmo vivere».
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 104 in PDF
© Il Mondo, 29 ottobre 2010 www.ilmondo.rcs.it