Le metropoli affollate. E le fabbriche. Le campagne delle famiglie patriarcali. E le lunghe strade che portano verso le montagne del Tibet: facile, dire Cina. Molto meno, raccontare un vero e proprio continente dove convivono modernità d’avanguardia e antiche tradizioni contadine, centinaia di milioni di persone escono dall’indigenza per fare passi rapidi verso il benessere dei consumi sofisticati, si afferma un capitalismo rampante, ma fuori dalla cornice della democrazia di mercato e dei diritti civili. Per saperne di più, ci si può innanzitutto affidare a due dei migliori scrittori cinesi, Qiu Xiaolong e Ma Jian. Qiu, dopo i successi dei romanzi polizieschi della serie dell’ispettore Chen (ne abbiamo più volte parlato), abbandona il noir e in Il vicolo della polvere rossa racconta, attraverso il microcosmo di un angolo di Shanghai, l’evoluzione della Cina moderna. Studenti e operai, un’infermiera che ricorda la guerra di Corea e un insegnante in pensione, un poeta popolare, vecchi carichi di memorie e giovani ricchi soprattutto di ambizioni si ritrovano ogni giorno nel vicolo e sul calare della sera, raccontano se stessi e il loro mondo. Romanzo corale. Affettuoso, per le persone vittime di una transizione velocissima. Ironico. Ma comunque consapevole dell’intreccio, talvolta doloroso, di una trasformazione dell’intero Paese con il peso di grandi tradizioni culturali. Nel vicolo, non sventolano solo bandiere, ma anche panni poveri stesi al sole e jeans all’ultima moda. Si mette in viaggio, Ma Jian, pittore e poeta, nell’estate del 1983 (sarebbe diventato, anni dopo, scrittore di successo, nel sicuro domicilio di Londra, con i volumi Spaghetti cinesi e Pechino è in coma, sulla strage di piazza Tienanmen). Fa il fotografo per la propaganda della Federazione dei sindacati, a Pechino. E ha una vita personale e pubblica infelice. Separato dalla prima moglie e padre di una bambina che non vede quasi mai, tradito dalla seconda compagna, vessato dalla stupida burocrazia di partito, decide di licenziarsi e mettersi in cammino, attraverso la Cina. Polvere rossa è il resoconto di quel viaggio. Odissea orientale, in un Paese che ha appena visto la scomparsa di Mao e non è ancora entrato nella stagione del pragmatismo economico riformatore di Deng. Ma cosa vuol dire concretamente quel pragmatismo, che ha portato la Cina a diventare protagonista dell’economia mondiale? Lo racconta Leslie T. Chang, per dieci anni corrispondente del Wall Street Journal, nelle pagine di Operaie, racconto partecipato delle speranze, delle ansie e delle lacrime delle giovanissime cinesi che si accalcano nelle fabbriche di Dongguan, nella provincia del Guangdong, polo industriale manifatturiero (vi si fabbricano un terzo di tutte le scarpre sportive del mondo), sede di stabilimenti, come quello della Yue Yuen, dove lavorano settantamila persone, donne in stragrande maggioranza. Voglia di carriera, ansia di consumi (un cellulare un lucidalabbra, un abito nero elegante). E fatica. Il successo ha il sapore dolce del benessere, l’aspro della solitudine. Delle tante facce della Cina contemporanea sono buona e documentata testimonianza anche Cina, ventunesimo secolo di Guido Samarani e La Cina moderna di Rana Mitter, pubblicato da Bruno Mondadori. Economia e politica, crescita e questioni sociali e ambientali, orgoglio nazionale e dialogo con gli altri protagonisti del mondo. «Ambivalenze», spiega Samarani, «di un Paese che cambia».
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 90 in PDF
© Il Mondo, 22 ottobre 2010 www.ilmondo.rcs.it