Economia, etimologicamente (dal greco oikonomia) vuol dire arte di curare la casa. È un concetto in cui giocano equilibrio, responsabilità, lungimiranza. E che appartiene a una sapienza che mette insieme kalos kai agathos, l’etica e l’estetica, il bello e l’utile. Un’ambiziosa ricerca di armonia. Proprio tutto ciò che negli anni abbiamo dimenticato, sino al precipizio della Grande crisi, lasciando spazio all’ossessione della crescita, alla corsa al profitto illimitato, all’ingordigia del «massimo valore per l’azionista» invece che all’attenzione ai valori. Adesso, è tempo di ripensamento, per capire non quando si uscirà dalla crisi, ma come, con una profonda modifica della produzione e dei prodotti, dei consumi e dei costumi. Sfida culturale, innanzitutto. Anzi, meglio, morale. Di civiltà. L’economia giusta, ha per titolo l’ultimo libro di Edmondo Berselli, appena pubblicato, postumo, da Einaudi: una riflessione sui guasti «dell’imbroglio liberista» e sulla necessità del «ritorno di un mercato orientato alla società». Berselli parte dal Marx della distruzione dei vecchi equilibri sociali e dalla Rerum Novarum di Leone XIII, l’enciclica della dottrina sociale della Chiesa. E continua con la critica ai falsi miti della globalizzazione da crescita senza fine né freni. Adesso che le piramidi finanziarie sono crollate, vale la pena fare i conti con la realtà delle risorse ambientali limitate, degli squilibri sociali tanto più acuti tanto meno accettati, con le esigenze di sviluppo sostenibile. Come? Prendendo atto, suggerisce Berselli, che bisognerà imparare a «essere più poveri» ma non più infelici e riscoprire le migliori lezioni della cultura europea sul welfare State e sull’economia sociale di mercato. Lezioni? Certo ben diverse da quelle che ancora adesso, nonostante la crisi, si continuano a tenere in tutte le business school (magari riverniciate da qualche insegnamento sulla sostenibilità e sul management sociale).
La critica, affilatissima, arriva da Florende Noiville, in Ho studiato economia e me ne pento. Studi alla Hec (università d’eccellenza in commercio, a Parigi), esperienza da manager di successo in marketing, presente da giornalista culturale di Le Monde. Gli insegnamenti sono stati segnati dalla ricerca del massimo profitto, dal rampantismo, dalle mitologie aziendali del successo economico. Il dubbio, adesso, è questo: come mai intere generazioni di giovani istruiti hanno contribuito a costruire il disastro economico? La risposta sta nella mitologia del profitto, nel perseguimento acritico del primato aziendale e dell’arricchimento personale. La via d’uscita: il ripensamento di un capitalismo eticamente sostenibile. L’esperienza di Yunus e della sua banca dei poveri dimostra che si può fare. Ne dà conferma Donato Speroni, ne I numeri della felicità, raccontando come ricerche economiche e analisti statistiche stiano provando a elaborare indici che, oltre il pil, misurino il benessere, segno di un cambio di paradigmi culturali.
Ma la stessa cultura del capitalismo è ben più ricca della deriva liberista, monetarista e finanziaria degli ultimi trent’anni. Basta leggere Capitalismi di Geoffrey Ingham (revisione critica di Smith, Marx, Weber, Schumpeter e Keynes) per rendersene conto. La crisi attuale non era imprevedibile. Tutt’altro. Non sono mancati gli strumenti culturali. Ha fatto velo l’avidità, cullata dalla cattiva politica, dalla sregolatezza morale.
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 89 in PDF
© Il Mondo, 15 ottobre 2010 www.ilmondo.rcs.it
ALLA RICERCA DI UNA NUOVA IDEA DI QUELLA CHE, ETIMOLOGICAMENTE, È L’ARTE DI CURARE LA CASA (E IL MONDO)
AAA cercasi l’economia giusta
L'autore: Antonio Calabrò
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