Archive for ottobre, 2010

Ancora malasanità, gas anestetico invece di ossigeno, grave un neonato

Posted 31 ott 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Parlare di politica è non solo preparare progetti di sviluppo economico e sociale e varare riforme importanti (quel che in Italia, purtroppo, non si fa se non in misura infima) ma anche occuparsi della tenuta quotidiana di istituzioni e strutture da cui dipendono la nostra vita quotidiana, il nostro lavoro, il nostro benessere, la nostra salute. Parlare di politica vuol dire non distrarsi mai, per esempio, dalla cosiddetta “malasanità“. Sulle pagine del Giornale di Sicilia e de @la Repubblica, cronache di Palermo, si legge oggi la storia di un neonato che, nato cianotico, al Policlinico, è stato rapidamente soccorso dai medici e attaccato alla maschera a ossigeno. Solo che dal tubo della maschera non usciva ossigeno. Ma gas anestetizzante. I medici se ne sono accorti. E l’hanno trasportato di corsa in un’altra sala. Adesso il bambino è ancora vivo. Il tempo dirà che danni gli siano stati provocati sia dall’inalazione del gas sbagliato sia dei minuti persi nel tentativo di dargli, finalmente, l’ossigeno. In corso, inchieste varie. Da quel che si capisce dalle cronache, la sala operatoria era stata ristrutturata da poco. E forse, nel fare i lavori, i tubi “ossigeno” e “anestetizzante” sono stati invertiti. Un errore, già. Ma un errore che non può, non deve succedere. Chi ha collaudato l’efficienza delle apparecchiature, dopo la ristrutturazione? Chi ha dato il via libera al loro uso? “Se verranno fuori inadempienze, denunceremo la ditta dei lavori”, dichiara il direttore generale del Policlinico. Bene. Tutto a posto così? No, naturalmente. Perchè a chi scrive vengono in mente altre domande. Chi risarcirà, il neonato e la sua famiglia, se per colpa di quel gas sbagliato e di quei ritardi, ci saranno danni gravi e permanenti all’organismo (speriamo comunque di no)? E in ogni caso, sarebbero una pena al responsabile e un indennizzo economico a riequilibrare la parziale efficienza di vita di un bambino che restasse menomato? La questione che stiamo sollevando a proposito del neonato del Policlinico va naturalmente oltre il caso in questione. Ma è questione cruciale. Proviamo a ricapitolarla così. La “malasanità“, innanzitutto. Ne abbiamo scritto nei giorni scorsi, più volte. 242 casi in un anno, 163 quelli mortali, più di metà dei quali in Calabria e in Sicilia. Fatalità? Tutt’altro. In quelle due regioni, i legami tra politica, strutture sanitarie e interessi dei boss di mafia e ‘ndrangheta sono particolarmente corposi. Chi ha amministrato la sanità pubblica ha privilegiato gli affari mafiosi e non la salute dei cittadini. I numeri ne sono conferma. La “malasanità” non è tutta colpa di mafia, ma la mafia e i pubblici amministratori conniventi ne portano una parte di responsabilità. In quei casi di “malasanità” si contano anche gli errori dei medici. E qui bisogna approfondire un attimo il tema. Ci sono, è vero, medici ignoranti (magari promossi a posti di responsabilità perché amici di un mafioso o clienti di un politico, scavalcando altri medici più competenti e attenti). E ci sono medici superficiali, che diagnosticano una crisi di reumatismi non accorgendosi di una polmonite (sarebbe successo, proprio nei giorni scorsi, all’ospedale di Canicattì, sempre in Sicilia). Ma non si può dimenticare che la medicina non è una scienza esatta: si lavora sul corpo dell‘uomo, e quel corpo non è una macchina, non ha sempre le stesse reazioni, non si muove secondo logiche lineari e matematicamente prevedibili. Più un medico è bravo e competente e aggioranto, più la sua diagnosi colpisce nel segno il male, più l’intervento è risolutivo. Ma sempre in un contesto di imperfezione, di problematicità. Insomma, l’errore, in medicina, è di casa. Sempre meno frequente, con il progredire della conoscenza. Ma non, assolutamente, evitabile. Qualunque mestiere umano, è a rischio d’errore (l’uomo è creatura imperfetta). Ma la professione medica ha una rilevanza particolare: l’errore incide sul cammino della vita e della morte. L’errore è immediatadente drammatico. Per altre professioni non è così. Un notaio può fare un errore in un atto, un commercialista valutare male gli importi di un bilancio, un giornalista sbagliare una notizia, un giudice mal motivare una sentenza, un architetto o un ingegnere un calcolo su un’opera. Errori gravi. Ma riparabili, se verificati in tempo. L’errore di un medico, molto meno. Lui, cammina sul crinale tra la vita e la morte, la salute e l’infermità, il benessere della persona e la sua dannazione nella malattia. Lui, il medico, fa il mestiere più difficile. Proprio per questo, il medico va messo in condizioni di lavorare perché quel margine di errore sia ridotto al minimo. Strutture efficienti. Laboratori attrezzati. Preparazione aggiornata. Tempi opportuni per migliorare competenze e abilità. Ricerca. Strumenti a disposizione. Tubi del gas che eroghino ossigeno come si deve. Tutto questo non eviterà l’errore. Ma farà sì che all’errore umano non si aggiungano le conseguenze di tutto il resto della “malasanità”

Quella Milano dura e accogliente dei tempi di Rocco e i suoi fratelli

Posted 30 ott 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Parliamo d’altro. Di memorie, comunque più intense dell‘attualità sgradevole che ci tocca vivere. “La situazione è grave ma non è seria”, scriveva tanto tempo fa Ennio Flaiano, cercando di dare un senso a un paese che pencolava dal melodramma alla farsa, ma non sapeva affrontare consapevolemente la realtà, “un’Italia alle vongole” (per riprendere un bel titolo dalle pagine anni Cinquanta de “Il Mondo” di Mario Pannunzio, di cui appunto Flaiano era firma di punta). E chissà se oggi “il satiro” avrebbe saputo trovare la misura per scrivere su un degrado di modi e costumi, di coscienze e comportamenti talmente accentuato da rendere difficile l’esercizio stesso dell‘ironia, senza scivolare nel dileggio “cafonal”… Si stava meglio quando si stava peggio? Quando ancora potevamo sentirci “poveri ma belli” e ci si rispecchiava, critici, in De Sica (senior) e in Alberto Sordi, invece che in sordide cronache? Bene, esercizi di memoria, dunque. Cinquant’anni fa usciva nelle sale cinematografiche “Rocco e i suoi fratelli”, di Luchino Visconti (lo ricorda oggi Giorgio Montefoschi, con un bell’articolo sulle pagine di commento del @Corriere della Sera). L’integrazione difficile degli immigrati meridionali in una Milano in bianco e nero (tale non solo in pellicola). I conflitti familiari tra Rocco e Simone (straordinari Alain Delon e Renato Salvatori) accentuati dalla complessa relazione con una contraddittoria modernità, mite e aggressiva, severa e purtuttavia già allora rampante, smaniosa di scorciatoie per il successo. Gli amori difficili (la bellissima Nadia di Annie Girardot, uccisa ai margini di un Idroscalo che non era degradato nella volgarità pacchiana delle simil spiagge). Le periferie disagiate ma comunque accoglienti, con le case di ringhiera popolari, prima di diventare in tempi recenti banalità da “fighetti”. Nebbia e fabbriche, fare e faticare, paesaggi da Sironi, non da scollacciate Tv. Milano dura e colta, industria e teatro, costruire e parlare, la bella politica e la buona editoria, Vittorini e Strelher, i pittori al bar Giamaica di Brera e Bartolo Cattafi che, anima siciliana nei rigori del Nord, scriveva meravigliosa poesia, mentre Montale dismetteva la casacca del redattore del “Corriere” per vergare versi dal sapore d’infinito. Industria “progressiva” nella Pirelli delle buone relazioni industriali con i sindacati. Civiltà delle macchine. Già allora, Milano politecnica, di robuste radici e promettente futuro La rassegna delle pagine della vitalità a cavallo tra Cinquanta e Sessanta è molto più ricco del “catalogo delle belle che amò il padron mio”. Milano da costruire, da raccontare, da amare, prima ancora che “da bere” e da violentare. Hanno questo sapore, i ricordi di quei tempi da “Rocco e i suoi fratelli”, ma anche dei coevi film operai di Olmi. Nostalgia canaglia? Tutt’altro. Civiltà e moralità da rileggere. A Milano, quella forza sociale e culturale, nonostante tutto, non è ancora dispersa. Nonostante tutto, appunto

La disoccupazione va all’11 per cento, Bankitalia è preoccupata

Posted 29 ott 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

La Banca d’Italia e il ministero dellEconomia sono d’accordo: il problema della disoccupazione in Italia ha raggiunto livelli allarmanti, come in Francia, peggio che in Germania e in Gran Bretagna. I senza lavoro sono l’11%, se ai disoccuopati ufficiali (l’8,5%) si aggiungono coloro che sono in cassa integrazione e i cosiddetti “scoraggiati”, quelli che hanno smesso di cercare un’occupazione. Tra i giovani (15-24 anni), naturalmente, va anche peggio: si sale al 27,9%, con una punta del 40% nel Sud. I dati sono emersi ieri durante le celebrazioni della Giornata Mondiale del Risparmio (si è anche detto che la propensione al risparmio diminuisce, mentre aumenta il numero delle famiglie che si indebitano). E per una volta, sulle cifre, il Governatore di Bankitalia Mario Dragi e il ministro dellEconomia Giulio Tremonti sono stati d’accordo. Per Draghi, la condizione del mercato del lavoro “è il tema centrale”, la preoccupazione principale degli italiani (peccato che le attenzoni prevalenti nel mondo politico siano altre). I “redditi reali delle famiglie non salgono”, c’è “una diffusa incertezza sul futuro“, dunque la domanda interna è debole e l’economia resta in crisi. Fragile ripresa (il Pil crescerà dell’1% appena, anche nel 2011), in un orizzonte di forte disagio. Ci vorrebbero scelte politiche forti, riforme e accordi tra le parti sociali sul mercato del lavoro, sicurezza e stabilità politica, per ripartire, ma di tutto questo non c’è traccia. Ammonisce Draghi: “Allo sviluppo economico serve il contributo della domanda interna per creare quel cicolo virtuoso che da consumi evoluti e investimenti lungimiranti porta a redditi alti e diffusi e ancora a consumi e benessere”. Aggiunge Tremonti: di fronte a quell’altro livello di disoccupazione ci sono 400mila posti vacanti, infermieri, meccanici, sarti, apprendisti industriali. Posti che saranno coperti da immigrati. Occorre, appunto, ripensare tutte le leve dello sviluppo. Compito della politica. Dossier urgente per ministri, parlamentari, sindacati, pubblici amministratori. Ma l’urgenza, non a parole, ma nei fatti, è davvero consapevolmente percepita?

Guerra e pace. In letteratura

Posted 29 ott 2010 — by Antonio Calabrò
Category Articoli

Logo - Il MondoParola sgradevole, guerra. Soprattutto nel lessico di un Occidente che ama vantarsi di vivere, dal 1945 a oggi, in una lunga stagione di pace, interrotta, semmai, da conflitti non esplicitamente bellici, «la guerra fredda» o da guerre locali. Eppure, nel mondo globale in cui il tempo comprime lo spazio (la comunicazione istantanea stimolata dall’information technology fa pensare che si sia tutti qui e ora), le interazioni tra guerre, sviluppo economico e disagi sociali sono di estrema attualità. Nelle guerre vanno cercate anche le radici della Grande Crisi che ha colpito il mondo nel 2008. A evitare le guerre o comunque a limitarne gli effetti bisogna pensare con cura, per impedire conseguenze negative sulla solidità delle democrazie liberali e sulla qualità della vita di miliardi di persone.
Innocenzo Cipolletta è uno dei migliori economisti italiani, uomo di studi severi e originali, ma anche gestore di imprese (è stato, tra l’altro, direttore generale di Confindustria e presidente delle Ferrovie dello Stato), capace dunque di cogliere i nessi tra teoria economica, scelte politiche e relazioni sociali. E ne dà buona prova nel suo ultimo saggio, Banchieri, politici e militari. Memore di uno dei più illuminanti libri del Novecento, Le conseguenze economiche della pace di John Maynard Keynes, Cipolletta ritrova nelle avventure belliche (il Vietnam, il Medio Oriente, sino all’attualità dell’Afghanistan e dell’Iraq) le radici degli squilibri economici globali, collegando al finanziamento delle guerre l’indebitamento Usa e a quel colossale debito pubblico la bolla finanziaria che, attraverso la crisi dei derivati, ha devastato le economie mondiali Read More

Malasanità, un morto ogni tre giorni, soprattutto al Sud

Posted 28 ott 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Nell’Italia che non funziona, la sanità è un capitolo nero. I dati della Commissione parlamentare sugli errori sanitari dicono che da aprile 2009 a settembre 2010 ci sono stati 242 casi di “malasanità“, 163 dei quali conclusi con la morte del paziente. In 186 casi si è trattato di presunti errori, in altri 56 si parla di “altre cause”. Record negativo in Calabria (50 morti) e in Sicilia (38 morti). Le regioni più “virtuose” (senza morti) sono Umbria, Basilicata e Trentino Alto Adige. Al centro del disastro, non solo gli errori dei medici, ma anche “la cattiva organizzazione delle strutture” (nei giorni scorsi, su questo blog, abbiamo parlato di un’anziana morta mentre era bloccata per più di un’ora in un ascensore, in un ospedale di Trapani). Dati allarmanti, naturalmente. Soprattutto se si considera che nelle regioni peggiori sono stati anche accertati da indagini giudiziarie legami tra i pubblici uffici e le cosche di mafia e ‘ndrangheta. Sanità costosa e insicura, insomma (dai e analisi si possono leggere sulle accurate cronache de @La Stampa e del @Corriere della Sera). Il tema dovrebbe stare al centro del dibattito politico, accanto ad altre questioni che riguardano il lavoro, il funzionamento delle strutture di Welfare, il fisco. Il guaio è che, nonostante le denunce e le inchieste dei media, i nostri politici, a Roma e nelle realtà locali, parlano d’altro e soprattutto non intervengono con concreti provvedimenti di riforma e di buona amministrazione

Immigrati, 5 milioni di persone che fanno crescere la ricchezza italiana

Posted 27 ott 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Una ricchezza per l’Italia, gli immigrati. Anche se nei loro confronti crescono ostilità e paure. E’ questa la sintesi che si può trarre dalla lettura dei dati dell‘ultimo Dossier della Caritas sui “nuovi italiani” (le cronache migliori si possono leggere su @La Stampa). E su quei dati vale la pena riflettere, per cogliere oggettivamente dimensioni e prospettive del fenomeno. Eccoli, dunque, i numeri essenziali. 5 milioni di presenze, equivalenti al 7% dei residenti in Italia, dieci volte di più che vent’anni fa. Uno su cinque è rumeno, seguono i marocchini, gli albanesi, i cinesi (200mila) e via via continuando. In Lombardia sono quasi 1 milione. Il loro lavoro è equivalente a 33 miliardi di euro, l’11% del Pil. Versano nelle casse dello Stato, in tasse e contributi, 11 miliardi di euro. Sono impiegati nell’industria, in agricoltura, nei servizi alla persona (cameriere, badanti, infermieri e infermiere). Tranne sparute minoranze, fanno di tutto per integrarsi nel nostro Paese, tra lavoro e scuola per i loro figli. “Un forte processo di integrazione – conferma la Caritas – che tuttavia non ha rimosso i pregiudizi né ha impedito il dilagare di paure e sospetti”. Con i loro contributi, tengono in piedi il sistema pensionistico: oggi, a prendere la pensione, è solo 1 immigrato su 30, tra 15 anni saranno 1 su 12, contro un rapporto di 1 a 3 per gli italiani. Per questi immigrati, lo Stato spende 10 miliardi di euro, in servizi per sanità, scuola e attività sociali, contro quegli 11 miliardi che gli immigrati danno, come abbiamo visto, allo Stato. Dunque, 1 miliardi di euro di attivo, per il sistema Italia. Dati ufficiali, naturalmente (non si calcolano le posizioni in “nero”, che renderebbero più evidente il conto: persone che producono ricchezza ma non ne hanno in cambio sicurezza e servizi). Sono una componente “giovane” in un paese che invecchia. Rileva, in una intervista a @La Stampa, Anna Italia, responsabile del settore Immigrazione del Censis. “Gli immigrati sono una immensa risorsa di capitale umano: un milione di loro è costituito da minorenni e di questi, 670mila sono nelle nostre scuole e crescono come italiani a tutti gli effetti. Gli immigrati di seconda generazione, insomma, ragionano come tutti gli altri italiani: vogliono studiare, fare lavori differenti rispetto a quelli dei padri, evolvere come persone, investire, creare occupazione anziché cercarla. Sognano e vivono da italiani, quali sono di fatto anche se non di diritto. E sono un fattore di crescita forte e motivato a emergere”. Realtà dinamica. Il quadro, naturalmente, non è privo di problemi. E le culture dell‘integrazione richiedono ragionamenti complessi, sulle regole, i processi, le tecniche di relazione (se ne discute molto in Germania, Francia e Gran Bretagna, alle prese con questioni di dimensioni quantitative e qualitative ben diverse dalle nostre). Di ricchezza, comunque, si tratta. Di capitale umano e sociale da mettere a buon frutto

Rifiuti, c’è anche un Sud virtuoso, a Salerno, dove la raccolta differenziata raggiunge il 75 per cento

Posted 26 ott 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Nel napoletano continuano le tensioni legate alla discarica di Terzigno (con rischi pesanti di inflitrazioni dei camorristi tra la gente che protesta) e alla lenta, difficoltosa raccolta dei rifiuti. Ma a distanza di pochi chilometri, c’è una città “virtuosa”- E’ Salerno, dove la raccolta differenziata è passata nell’ultimo anno e mezzo dal 7% dei rifiuti al 75%, collocando così il comune in cima all’elenco delle aree meglio gestite, accanto a Lucca e a Novara. Sud è Napoli. E Sud è Salerno. La differenza, dunque, non è antropologica, legata alle culture di fondo meridionali, considerate da certa propaganda “nordista” lazzarone, inefficienti, incivili. Dipende, semmai, dalla qualità della pubblica amministrazione. Dalla capacità dei gestori della cosa pubblica. E Salerno ha un sindaco bravo e responsabile, Vincenzo De Luca, che un paio d’anni fa ha impostato una buona politica della gestione dei rifiuti e ha dato il via, subito dopo, alla raccolta differenziata. Informazione ai cittadini (con squadre di ragazzi che casa per casa spiegavano agli abitanti cosa fare). Efficienza della raccolta. Un impianto di compostaggio già pronto. Un termovalorizzatore che potrebbe entrare in funzione. Così, nell’ultimo anno e mezzo, la raccolta differenziata ha avuto successo, sino a riguardare tre quarti dei rifiuti prodotti dai salernitani. E Salerno può fare da buon esempio, per tutte le altre città del Sud (non solo Napoli, ma anche Palermo, che affoga tra cumuli di immondizia non raccolti anche nelle strade del centro). “Il caos dei rifiuti ha responsabilità gravi. Tutte amministrative”, dichiara il sindaco De Luca. C’è da dargli retta. E organizzare dei seminari perché gli altri pubblici amministratori, campani e siciliani, vadano da lui a farsi spiegare come si fa

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