Il dibattito è in corso sulle pagine del @Corriere della Sera (ieri e oggi) e si spera che continui a lungo. Il tema è questo: i ragazzi, soprattutto, non sanno usare l’italiano, lo scrivono a fatica, non conoscono il significato di vocaboli come obsoleto, laido, dirimere, congruo, fatuo, non si raccapezzano con la sintassi, aboliscono il congiuntivo, fanno strame (strame? Che vuol dire?) della punteggiatura e, quel che è peggio, non sanno articolare un ragionamento scritto: tesi, svolgimento, conclusione. I dati emergono dalle ultime rilevazioni Invalsi. E indicano un fenomeno preoccupante: la lingua diventa più schematica, il ragionamento si impoverisce, l’argomentazione razionale ne soffre. Nessuno, naturalmente, è nostalgico delle regole più antiche (obsolete, si direbbe). E chiunque sa che la lingua è strumento vivo, si evolve, si modifica (Manzoni, Calvino, Moravia, Vittorini sono stati dei grandi innovatori, così come lo sono i giovani scrittori Nori e Lagioia), Ma tra evoluzione e ignoranza c’è un abisso. Una lingua povera di vocabolario e sintassi è una lingua schematica. Consente di esprimere concetti troppo semplificati, schematici. Diventa uno strumento di affermazioni secche (apodittiche?) e dunque violente, di contrapposizioni, non di confronti. Ma proprio la complessità dell‘argomentare sta alla base della convivenza civile, del dibattito pubblico, in sostanza della democrazia. Non sapersi spiegare compiutamente, non saper articolare un discorso rende tutti più poveri, più deboli, più estranei l’uno all’altro. Ecco una grande questione di fondo, civile e politica. Che dovrebbe stare al centro di ogni ragionamento sulla qualità della scuola e, dunque, della nostra vita collettiva
La lingua si evolve e si semplifica, ma non conoscere vocaboli e sintassi indebolisce la capacità di capire e spiegarsi
Troppi errori dei giovani nell’italiano scritto. Più ignoranti e più poveri
L'autore: Antonio Calabrò
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