Io ho conosciuto donne meravigliose, forti come montagne o come correnti marine», racconta Auxilio Lacouture, la protagonista di Amuleto, romanzo di Roberto Bolaño, straziante fatica di vivere e poetica fiducia nel rimemorare. E lei, Auxilio, che percorre frenetica le notti di Città del Messico e si sente madre dei «giovani poeti messicani», si rivela appunto fortissima nel diventare custode di ricordi e di verità. Forte e accogliente, come solo le donne sanno essere. È il settembre del 1968. E Auxilio, chiusa per caso nei bagni della facoltà di Lettere e filosofia, è testimone del massacro di studenti e professori da parte dell’esercito, mano armate contro le proteste per la democrazia. Per non impazzire, ricorda. E nella sua mente scorrono le immagini di artisti che cercano spazi di libertà, gli atti di vita dei ragazzi, l’intreccio di sconfitte e speranze. Auxilio, così, può costruire un racconto, per evitare che «la storia di un crimine atroce» segni per sempre una città, un intero continente. Sino all’ultimo canto d’amore e di libertà che chiude il libro. Un amuleto, appunto, molto femminile, per poter continuare a dire futuro. Passano dalle sofferenze, d’altronde, le libertà (per dirla con una frase d’effetto di Erri De Luca, «la libertà non è un giardino fiorito, ma sandali per camminare sopra sassi e rovi»). Come sanno le donne protagoniste de La veglia, sette racconti di Jole Calapso, figure colte nei momenti di spaesamento di storie d’amore, d’amicizia, di passioni personali e di disagi politici, drammi e quotidiana routine, da cui cercare comunque di emergere, cercando strade che parlino di dignità delle persone: «Perché non insegnarmi difese che non fossero rinunce?». È la consapevolezza cui arriva Aloma, la protagonista di Tutti i viventi, di C. E. Morgan, scrittrice capace di fare rivivere la poesia del Sud degli Stati Uniti (la critica l’ha paragonata a Carson McCullers e a Flannery O’Connor). Aloma, ragazza povera, ama suonare il piano, Mozart e Schubert. E vuole fuggire da quel profondo Sud. Ma la sua vita cammina lungo altre strade. E tra passioni ed equivoci di sentimenti, le rivela sintesi originali tra l’amato piano e la dura quotidianità contadina. E la donna, finalmente sapiente, riesce a costruire equilibri contemporaneamente d’amore e di libertà. Grazie anche alla musica (dea femminile, d’altronde). «Orfano di donna», si sente Michel, il protagonista di Chiaro di donna di Romain Gary (una delle opere più belle dello scrittore di Educazione europea e La vita davanti a sé): la sua compagna è morta, la sua vita è franata. Ma mentre sta partendo per Caracas, in una Parigi grigia come il cattivo umore, incontra per caso Lydia, ferita anche lei. E tra i due nasce un dialogo («le parole sono boe che ci permettono di rimanere a galla») che è consolazione di solitudine e apertura di speranza. Nessuno dimentica, tutt’altro. E la consapevolezza del dolore dell’assenza, fino in fondo avvertita, insegna che, una volta imparato ad amare, non si può non continuare su quella strada. «Amare», si dicono Michel e Lydia, «è l’unica ricchezza che aumenta con la prodigalità». Anche qui, la donna è maestra. La donna scomparsa, che ha insegnato ad avere nostalgie ma non rimpianti. E la donna incontrata, che rivela tutta l’intelligenza femminile del dare: «È meraviglioso poter aiutare qualcuno quando noi stessi avremmo bisogno d’aiuto». Parigi, nelle luci dell’alba, è un po’ meno grigia.
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 73 in PDF
© Il Mondo, 29 settembre 2010 www.ilmondo.rcs.it
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Donne: vita, amori e passioni
L'autore: Antonio Calabrò
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